Tuesday, May 16, 2017

La compensazione di un impegno: io sono, questo ciò che conta (?)


 
Si ha la pretesa di essere rispettati, valutati e giustamente retribuiti per l’operato svolto, considerati nell’ambito creativo e lavorativo, tutte questioni assolutamente condivisibili e corrette, ma che succede quando invece per primi non si rispetta la fatica altrui?
Capita più spesso di quanto non si creda! Ogni giorno, ogni momento, si cerca il sotterfugio e l’escamotage più comodo per “farla franca” o per deprezzare il lavoro altrui che, a quanto pare, non vale certo come il nostro.
La guerra per la sopravvivenza si combatte ogni giorno in un mondo che appare sempre più difficile e competitivo, per questo bisogna farsi trovare preparati e non aver paura delle proprie debolezze così come delle proprie forze e punti saldi.
Ci sarà sempre qualcuno migliore o più fortunato, ma non si basa una carriera sulla fortuna, ma sulle opportunità da cogliere e sulla preparazione, sullo studio e sulla sempre e costante voglia di crescita e curiosità.
Rimanere chiusi nel proprio atelier a maledire il fato o a imprecare perché nessuno ci scopre diventa comodo e in qualche modo, a lungo andare, pure appagante: sveglia al mattino, colazione, lettura dei giornali e tg, lamento pubblico nei social network, incapacità di reagire e si fa immediatamente ora di pranzo, poi pomeriggio di ripresa ed è subito cena e sera.
Muoversi! Sia mentalmente che fisicamente, vedere è l’imperativo in atto, vedere per scoprire, vedere per allargare gli orizzonti, vedere per conoscere, vedere per cambiare!
Muoversi e vedere!
Se la paura di non farcela è più grande del coraggio di mettersi in gioco allora ci si merita il posto dove si è, un punto di inizio che risulta un punto di fine, un cerchio che si chiude dove si finisce però per girare intorno.
Troppe volte si sente deprecato il lavoro altrui non meritevole di attenzione secondo il proprio punto di vista, come artista a che servono figure professionali di critici, curatori, galleristi? Sono visti come inutili e tacciati di essere solo capaci di spillare soldi e tempo, di approfittare della situazione e dell’artista che in realtà lui si lavora, gli altri a quanto pare no.
Scrivere, curare, seguire e portare avanti un’idea e un progetto costano esattamente lo stesso tempo e fatica di chi si impegna quando intinge il colore per dipingere o libera la materia in una scultura, troppo spesso si dà per scontato che il proprio lavoro sia anche monetizzabile mentre quello degli altri no.
Perché si dovrebbe pagare una figura professionale? Per lo stesso motivo per il quale tu come artista vuoi essere remunerato: la compensazione di un impegno.
Come esistono artisti mediocri, allo stesso modo esistono critici, curatori e galleristi pessimi, ma mai fare di tutta l’erba un fascio, i professionisti, le persone corrette e consapevoli ci sono e tutti si impegnano per un unico scopo: vivere lavorando occupandosi di arte.
Gli ingrati, le cattiverie gratuite, le maldicenze fanno parte del gioco al massacro a cui spesso si assiste, ma la consapevolezza del proprio lavoro (senza biasimare nessuno né colleghi né altri professionisti) non ha bisogno di lamentele e scusanti né di essere forzatamente pubblicizzato, quando un prodotto e un risultato finale si evincono buoni sia il pubblico che la critica arrivano da sé.
Nessuno si aspetta una strada lastricata di consensi e successi, la fatica e l’impegno portano a migliorare se stessi e il lavoro che si svolge, non si arriva mai impreparati al traguardo finale, se lo si fa si perde, tutto.
Si riconosce sempre lo sforzo attuato e una collaborazione attiva porta risultati e apprezzamento, l’arte è una comunione e una condivisione di pensieri e idee, non è mai solitaria e univoca, la storia lo ha insegnato con i movimenti artistici nati, con le commistioni e collazioni tra gli artisti, con gli scambi letterari e critici, con un “dare” e “avere” che da sempre accompagna ed ha accompagnato l’uomo.
Perché non c’è peggior nemico dell’egoismo e dell’egocentrismo che porta al non rispetto degli altri, senza capire la cura e l’attenzione che si pone nell’incarico inizialmente a noi affidato: trasmettere entusiasmi e concetti, far trapelare emozioni traino di pensieri.
Massimiliano Sabbion
 

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