Friday, October 28, 2016

Inaugurata il 27 ottobre 2016 la mostra “Hocus Pocus” personale dell’artista Tony Gallo


Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente; 
e questa pozza, il mare …
 
“Quando il bambino era bambino”. Comincia così l’Elogio all’infanzia, la poesia composta nel 1987 dall’autore austriaco Peter Handke per la sceneggiatura di Il cielo sopra Berlino. La prima strofa è l’abile nota d’ingresso voluta dal regista Wim Wenders, un prologo commosso e commovente che conduce per mano lo spettatore nel perimetro di una storia fatta sia di angeli protettori sia di umanità decadenti, di avvenimenti reali e di più surreali fantasie adoperate per raccontarli. I personaggi, confondendosi tra realtà e immaginazione, vivono dentro la filastrocca poetica, un leit motiv in grado di portare la drammaticità della narrazione - siamo nella Berlino degli anni ’80, spaccata in due dal Muro e in piena Guerra Fredda - dentro l’universo più onirico della favola perché riletta attraverso gli occhi di un bambino.


 
 A metà del plot la cinepresa si alza sulla spianata di un campo incolto e, dal perimetro deprimente del Muro, fa lentamente capolino nel tendone di un circo incontrando acrobati, clown, animali e donne volanti. Non servono effetti speciali, basta attivare la modalità d’osservazione del fanciullo, quello sguardo ancora capace di vedere cose meravigliose, semplice e puro, dare benzina al motore della fantasia per generare una catarsi percettiva, tipica del sogno; con il filtro magico appunto della fantasia tutto ciò che apparrebbe altrimenti incomprensibile e inqualificabile è sostituito dalla rappresentazione più accettabile della forma onirica, dove non ci sono limiti o condizionamenti indotti, dove tutto è lecito perché surreale. A volo d’angelo, come un moderno Peter Pan, chi assiste è invitato a entrare e uscire da quel tendone, può disegnare personaggi e confondersi dietro a maschere improbabili, vestirsi con gli abiti del suo supereroe preferito e scappare al momento opportuno dentro il buco di una serratura, messa lì apposta proprio per garantire la fuga.



 
E’ soprattutto la letteratura per l’infanzia a produrre tali immaginari, da Alice nel paese delle meraviglie al Mago di OZ, dalle favole dei fratelli Grimm alla storia di Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi: “Sin dalla più tenera infanzia i bambini convivono con emozioni dirompenti … paura e ansia fanno intrinsecamente parte della loro vita quotidiana … devono confrontarsi meglio che possono con continue frustrazioni. Proprio attraverso la fantasia, i bambini giungono alla catarsi. È il migliore strumento per dominare le Cose Selvagge.
 
 
Come il bambino Max nella favola di Sendak, travestito da lupo bianco e alle prese con tutte quelle “cose selvagge” che non riesce e non sa spiegarsi, l’immaginario fantastico del writer contemporaneo Tony Gallo riveste i muri delle periferie urbane con personaggi inventati, metafisici e fiabeschi, e si fa portavoce di una narrativa popolare che fu, prima ancora di quella scritta, della letteratura orale, di menestrelli e maghetti di strada. Nei perimetri della giungla metropolitana, trovano casa pupazzi dalle sembianze extra umane dentro tutine che echeggiano i miti di Pinocchio e di Don Chisciotte.
Il giovane pittore Tony Gallo è un cantastorie che ha fatto della Street Art il suo linguaggio privilegiato. Entra con disinvoltura nella quotidianità e conduce gli abitanti nei suoi teatrini onirici; concede loro, anche solo per un momento, la possibilità di difendersi dai “mostri selvaggi” di ogni tempo attraverso una visionaria virata nell’universo più fantastico dell’illustrazione per l’infanzia. L’artista padovano sceglie i muri dopo aver percorso la strada della rappresentazione su tela e scoperto nell’uso dello spray e della bomboletta l’escamotage di una figurazione dai contorni sfocati. Perché i suoi personaggi sono evocazioni di fantasia, stanno in bilico tra naturale e artificiale, sono apparizioni intenzionali di uno stato emotivo dell’inconscio. Nutriti di letteratura e di storia, questi pupazzi travestiti di umanità primitiva prendono vita nella magia di chi crede ancora alle favole.


Non è un caso che sia lo stesso artista a definirsi un burattinaio – nella sua versione 2.0 - un cantastorie capace di dare forma nello spazio del reale a quello che, chi osserva, vuole ancora credere di vedere. Poco importa se si tratti di finzione scenica, le sue storie non hanno bisogno di manipolazioni digitali alla Pokemon Go, non servono Device o Wifi, basta recuperare l’età del bambino e i suoi occhi acerbi, affamati di fantasia, accettando il compromesso di sapere che “il trucco c’è, e si vede”, perché proprio lì sta il bello.
Tony Gallo (classe 1975, Alberto all’anagrafe) è nato e cresciuto nel quartiere dell’Arcella, alle porte di Padova. Di formazione musicista, disegna con la mano sinistra e approda all’arte da autodidatta assecondando l’urgenza di un moderno alchimista, quella di inventare creature e farle vivere nello strato più decadente della realtà circostanziale. I suoi personaggi sono diventati familiari a chi attraversa piazzetta Bussolin, il cavalcavia della stazione o l’ippodromo, non solo nella città natia, Padova, ma anche a Treviso, Vicenza, Bassano del Grappa, dove ricopre di enormi wall painting e murales facciate di scuole e pareti out door che riportano in calce la sua tag e il suo inconfondibile stile.
 
Prima di confrontarsi con l’estetica dei muri, l’artista avvia la sua narrazione in studio, nel formato circoscritto della tela, con lavori a cavallo tra illustrazione e pop surrealismo che echeggiano lo stile Low Brow della scuola americana. Dalla pittura su tela all’arte di strada il passo è breve. L’artista gestisce un project space temporaneo dove cura mostre ed eventi ma preferisce uscire allo scoperto e diventare un narratore popolare, un visionario streeter che infarcisce location pubbliche di sceneggiature da favola. Solo ogni tanto, raramente, accetta la sfida di esporre in galleria, come in questa occasione, nella sua città.
Gallo si è ritagliato un carattere peculiare nella scena contemporanea e il suo stile guarda con attenzione alla pittura internazionale: pupazzi dalle sembianze semiumane, in un limbo di età compresa tra l’infanzia e l’adolescenza, vestiti di maglie a pois e a strisce, su fondi che sono tendoni di circo, sipari improvvisati e teatrini di strada aperti su scenografie di notti stellate, letti di foglie e boschi incantati. Sono un mix di natura e artificio, di realtà e sogno, di universo animale e fanciullezza proto punk. Sembra di riconoscere Pippi Calzelunghe o Pinocchio, lo stile più classico di Arlecchino insieme ai costumi della commedia dell’arte della storica famiglia milanese, la Compagnia di Marionette Carlo Colla. Ma per i personaggi di Tony Gallo un unico DNA: indossano un becco arancio che nasconde un’espressione sempre evanescente e triste, guardano all’età adulta con timore e introspezione preferendo travestirsi da gatti, pappagalli, orsi, pesci, elefanti, come se dentro questa mise il gioco dell’infanzia, quel paradigma di incredulità che ha fede solo nella magia, possa preservarsi in eterno.
Ed è questa la formula della sua alchimia visiva, uno scioglilingua figurato che vive dell’incantesimo che l’autore sa condurre sulla platea di astanti. Come un giocoliere o un mago, Tony Gallo pronuncia il suo Hocus Pocus e, per incanto, l’universo rappresentato prende vita oltre lo spazio fisico della tela, entra nelle città, abita gli angoli più scuri e ci regala personaggi di un sogno del quale continuano – coscientemente – a testimoniarne l’esistenza. Basta pronunciare la formula, Hocus Pocus, perché la magia si compia. Non c’è trucco e non c’è inganno.
La magia sta solo negli occhi di chi guarda.
(Elogio dell’infanzia - Luca Beatrice)

 

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