Wednesday, September 7, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE VI)


 
Poso gli occhi verso un piccolo spazio aperto e confortevole, è un salottino dove posso sedermi e riposare dopo tanto camminare, troppe cose e troppi artisti visti, forse si raggiunge la saturazione e si ha solo voglia di fermarsi senza aggiungere altre considerazioni, ma lasciarsi andare alla curiosità che scatta quando ci si trova davanti ad un’opera d’arte dove ognuno mette in scena quello che sente e prova.
Non è necessario forse esternare sempre quello che l’anima sente? Non è forse vero che con il silenzio spesso ci si ritrova in un mondo fatto di caos e confusione?
Sarà per questo che si attua un passaggio di testimone tra vecchie e nuove generazioni e si conduce, quasi vi fosse un filo invisibile che lega e trasporta, la voglia di poter lasciare un segno nella vita dell’uomo.
Le immagini che passano in memoria mescolano antico e presente e lasciano posto all’immaginazione: che cosa sarà il futuro, che cosa sarà di noi? Del nostro operato? Delle nostre parole e dell’arte di cui ora si discute?
La felicità si costruisce ogni giorno, anche per mezzo dell’arte, sarebbe più semplice comportarsi come i bambini curiosi davanti ai regali di Natale che li scartano con frenesia, lasciando che l’attesa si trasformi in realtà.
Un po’ come accade nelle opere nascoste e impacchettate di Christo e Jean-Claude che svelano la curiosità per un oggetto o un’immagine modificando la visione anche se in maniera provvisoria.
Un artista storico spesso è metro di confronto e giudizio con un giovane che muove le sue sensazioni nello spazio svelando piccole opere che sono installazioni, è questo il passaggio di consegne che rivedo nelle composizioni performanti di Francesco de Prezzo in cui l’immagine si cancella e annulla per riuscire a percepire l’idea di una lettura tra presenza e assenza del soggetto stesso.
Avviene la stessa cosa quando ci manca una persona che non si può più rivedere, si immagina chi non c’è più e si arriva ad avvertirne la presenza solo attraverso un velo sottile che si staglia tra memoria e visione.
Il giovane artista cui citato è il figlio di una generazione nuova, che sente il debito con il passato da parte di padri putativi che li hanno condotti a sperimentare e mettersi a confronto con un corpo e una presenza che si manifesta tra Body Art e “fare artistico”.
Ecco che il fascino di una performance, che vedo ora proiettata in un video mentre me ne sto comodamente seduto in questa poltrona, appare come la nascita di una consapevole presa di coscienza di che cosa il corpo può significare per i giovani contemporanei, ivi compreso Francesco de Prezzo che si mostra come memore dell’insegnamento di tanti artisti su cui aleggia l’aurea di personalità come Marina Abramovic, Vito Acconci, Gina Pane, Hermann Nitsch, Matthew Barney, Luigi Ontani, Cindy Sherman, Bruce Nauman
Un passaggio che piano piano riporta il sottoscritto e Guido ad ammirare l’ironia di due scultori figli d’arte Christian e Matthias Verginer, figli gemelli di Willy Verginer, dove uomo e animale si incontrano, quasi l’uno all’insaputa dell’altro. Humor e creatività per celebrare la buffa rappresentazione dell’ambiguità surreale nella quale i due mondi convivono: quello del regno della fantasia e quello della realtà.
Gemelli, che conducono per mano a visitare il loro mondo di sogno dove tutto può succedere, dove tutto può arrivare ad accadere e non mi spaventa vedere come le sculture in legno sembrano davvero esistere e respirare di propria iniziativa, in fin dei conti lo aveva già fatto un burattino di nome Pinocchio che ha preso vita da un semplice pezzo di legno!
Quindi se ora i miei occhi si sgranano per capire se quella piccola figura si è mossa o meno ormai ha poca importanza, ciò che ci prende per magia va reso al pubblico con la stessa magia e nulla spaventa, tutto si accosta e si aggrada per far capitolare il mio cammino verso un’ultima stanza…
Hai paura di ciò che la tua mente ha visto? Temi quello che i tuoi occhi hanno pensato?” esordisce quasi all’improvviso Guido sistemandosi l’orlo dei jeans fuori posto, sembra quasi abbia letto le mie espressioni facciali traducendole poi in parole.
No. Non ho paura di cosa si può aver visto e sentito… In fondo penso sia quello che volevo vedere e sentire. Non conosco un altro mondo in cui io possa nuotare cosi liberamente come l’arte. Mi sento a casa, mi sento meno solo e so che la storia si ripeterà perché ci saranno ancora artisti, ancora pittori, scultori, musicisti, scrittori, ballerini, attori e personalità che sapranno esprime quello in realtà resterà come segno del tempo, rimarrà un’opera d’arte.
Forse entrare in questo spazio senza durata oggi, tra follia e sogno, mi fa capire che non serve andar lontano con gli occhi se non ti sposti con l’anima.”
Lui ha ascoltato abbassando la testa e giocando con le dita delle mani come fanno i bambini e mi risponde: “Certo Maxi, ma nella vita puoi andare lontano, vedere posti e luoghi nuovi…”
Guido, ne sono certo! Ma se non sai chi sei e cosa sei sposti solo te stesso da un posto all’altro.”
Poi alza la testa e mi guarda, guarda me forse o un punto infinito ed esclama: “Già…e tu chi sei?
Questa domanda un po’ mi spiazza, difficile dare sempre una risposta certa…  
Ben presto mi accorgo che non è rivolta a me la domanda ma ad una ragazza seguita da una piccola schiere di donne che avanzano lente, fiere e silenziose, camminano dritte guardando avanti senza quasi accorgersi di noi e noto che hanno gli occhi chiusi, sono bendati dagli oggetti più strani: lamette da barba, corde, un metro da sarta, una banana…
Ricordando il catalogo visto all’inizio di questo viaggio e riconosco le modelle delle opere di Severino del Bono, tra Iperrealismo e Surrealismo, l’artista rappresenta volti femminili sormontati da forme singolarmente ironiche che ne chiudono gli occhi.
Un’arte figurativa che esiste e si fa spazio in questo mondo fatto di app, social network, chat dove le immagini si divulgano tramite video e istantanee e dove un’arte figurativa ha poco senso di esistere a favore di un “tutto e subito” come viene percepito.
Ma le modelle passano, proseguono bendate il loro cammino, tanto nessuno le ferma, resteranno nella memoria magari risvegliate in futuro quando si appannerà la visione di opere concettuali a favore di un’arte riconoscibile e di mimesi, dove gli occhi diventano strumento che trapassa l’anima per rivelare uno spazio interiore.
L’arte è così, chiede a chi la osserva di soffermarsi e invadere quel silenzio che si interpone tra il soggetto dell’opera e chi la guarda.
Guido è rimasto quasi impaurito da questo corteo quieto e raccolto, forse pensa, ma non esterna mai quello che dice, si limita ogni tanto ad accennare nel vuoto alcuni segni, quasi fosse un pittore del silenzio ma è forse il suo incontenibile modo di esprimersi visto che è un ragazzo che gesticola tantissimo!
Con questa visione ci si alza e ci si avvicina nuovamente al punto di partenza del nostro incontro, rivedo la reception all’entrata con le porte automatiche scorrevoli, scorgo l’ufficio di Roberto che è sempre sommerso tra carte e burocrazia ma capace di interrompere tutto per scoppiare con una risata potente e contagiosa quando lo incontri, sento la voce di Alice al telefono che si interrompe ogni tanto per coordinare tutti e scrivere al pc, ritrovo anche la mia poltrona dove mi sono trovato all’inizio seduto in attesa di Cinzia.
Noto con un sorriso la scultura di Giuseppe Inglese con la farfalla al suo posto, forse ho solo sognato per tutto questo tempo e conduco la fine di questo itinerario notando un monolite che si stagli nel centro della galleria che attira la mia attenzione, seduto a terra un signore coreano che osserva la scultura e mi avvicino insieme al mio strambo cicerone tra curiosità e fascinazione, Guido mi prende un braccio e mi sussurra: “Quello è l’autore dell’opera che stai osservando…Park Eun Sun!”
Sentendo i nostri passi lo scultore si gira verso di noi e scatta in piedi porgendomi la mano: “Buongiorno! Molto lieto, il mio nome è Park Eun Sun”, rispondo con la stessa vigorosa stretta e il nostro incontro, tra la mano dell’artista e quello dello scrittore, fa scattare una quasi simultanea trasmissione di energia buona.
 
FINE PARTE VI
 
Massimiliano Sabbion
 


 

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