Friday, September 23, 2016

Perché raccontare l’arte. “Dietrologia” di un processo creativo.


 
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Potrebbe essere questo il titolo di una lunga discussione sull’arte e sugli artisti, sulle cose da dire e fare, sul sapere e sul creare, sul perché abbiamo così bisogno di spazio e soprattutto tempo per mettere in moto il cervello e gli occhi per riuscire a vedere e godere delle forme che si propongono, una dopo l’altra, curiosi di verificar e di vedere cosa succede poi, quasi come una partita a carte di Memory, per vedere quale figura successiva si accavalla nella testa associandola ad un’altra o alla sua gemella.
La curiosità ci spinge a vedere oltre, guardare nello spazio e nella mente di chi si trova a seguire la spinta emozionale di ciò che si vuole vedere.
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Perché è un bisogno ed è una realtà effettiva conoscere e raccontare: voglio vedere cosa si nasconde dietro la porta chiusa a chiave.
Siamo tutti novelli curiosi eredi delle mogli di Barbablù che non temono le paure e le conseguenze e vogliono squarciare il velo, togliere le bende, tagliare le tele, vedere oltre la dimensione conosciuta.
Il backstage, il dietro le quinte, il retroscena, qualunque nome gli si dia non manca la curiosità per capire cosa si cela al di là del visibile.
Alice non si accontenta di restare nella stanza, vuole vedere dietro la porta cosa c’è, desiderosa di intraprende un viaggio nel vero regno delle Meraviglie, poiché lo stupore non sta nel vedere ciò che tutti vedono ma nello scrutare quello che gli altri non sanno, quello che gli altri non percepiscono affatto.
La morbosa voglia di capire e di vedere come si incastrano i pezzi, quali siano le fatiche che prendono il sopravvento tra le cose da organizzare, fare, dire, lettera e testamento…perché è un gioco al massacro: io che vedo tu che fai, tu che crei e io che sbircio.
Perché.
Perché raccontare.
Perché raccontare l’arte.
Se ne ha bisogno, si discute del bisogno, col bisogno e abbisogno, di che cosa? Di fare e di dire che oggi le cose non sono quelle che sono, ma non sono neppure quelle che sembrano.
Complicato e astruso il pensiero, ma che c’è di più bello di un capolavoro finito? Lo so! Più bello ancora c’è il dietro le quinte che svela il momento dell’atto creativo.
Quella telecamera nascosta tra i muri che tutto cattura, quegli appunti su un diario che si inseguono tra disegni e scarabocchi, quei fermo immagine fissati con gli spilli sul muro, gli storyboard, planning sul percorso,  le riunioni,  le foto ricordo, le figure mentali che si accavallano… tutto questo è il “fare arte” per ottenere un solo risultato: l’opera.
Quindi, quando qualsiasi cosa si presenta agli occhi di uno spettatore, poiché si è prima spettatori che creatori, si assapora il percorso compiuto di chi lo ha prodotto: tecnica, cultura, passione, fatica, ripensamenti, comparazioni, dubbi…
Non importa che tu sia cuoco, pasticciere, carpentiere, architetto, scrittore, artista, pittore, scultore, clown, attore, cantante… qualunque sia il tuo generoso contributo dato, anche se le professioni cambiano, il risultato resta.
Bello scoprire le carte, bello vedere la “dietrologia” delle cose e delle situazioni ed ecco perché il fascino del “cosa c’è dietro questa tenda?” non si sopisce facilmente.
Pandora aprì curiosa il vaso, lasciò al suo interno la speranza, già, perché si spera sempre in un riscontro e in un mondo che apprezzi gli sforzi: speriamo che tutto ciò arricchisca e aggradi chi da spettatore passa poi ad essere il consumatore della pubblica cosa creata.
Perché?
Perché in arte?
Per raccontare.
Per raccontare, ora, l’arte.
Massimiliano Sabbion
 

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