Wednesday, August 24, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE IV)


 
Buio, nessun suono.
La galleria ha spento le luci e la musica, non si percepisce nessuna voce e nessuna presenza.
Dov’è Guido? Prima era alla mia destra, poi alle mie spalle e infine è scomparso, come inghiottito dal nulla e dall’oscurità. Sono da solo. Sento solo pulsare le mie tempie e la mia gola che si fa secca, non mi piace essere da solo, non amo stare al buio senza sapere cosa accade, vedo solo quel piccolo puntino rosso che si accende e spegne, come un faro in lontananza e lo seguo.
È il mio unico riferimento in mezzo alle tenebre, magari è un segno di pericolo, forse un’ancora di salvezza in mezzo al niente, ma non posso fare altro che seguirlo e andare da lui e mi incammino verso questo piccolo segno vitale.
I miei passi non hanno suono, le mie mani sono calde e sudate, è il segno del disagio, della paura di non sapere in quale pozzo infinito si è finiti, succede.
Capita quando non si sa dove andare, accade e si vaga senza meta e il più piccolo punto di luce diventa il riferimento per non perdersi, anche se smarrire la strada in sé significa poi ritrovarsi…
E allora un solo punto di luce diventa la speranza alla quale aggrapparsi e piano piano ci si avvicina e la luce si fa scena e quello che pulsa è ora comprensibile: è una sigaretta che brucia nella notte, ma non si capisce chi la fuma se un uomo o una donna, è un volto nella notte.
È un segno fermato che si fa pittura e travalica la realtà e solo allora ti accorgi che quello che hai davanti non è vero, è solo finzione, è solo un dipinto talmente perfetto che mostra l’oscurità da cui si staglia l’uomo, è solo una tela, è solo un’illusione che ricalca la realtà, è solo un quadro, un quadro magnifico di Diego Diaz.
Perso nell’abbaglio della sua pittura non mi accorgo di essere raggiunto da una voce da dietro, la stessa che prima si sentiva in lontananza e le parole si sentono chiare, sussurrate all’orecchio, attento ascolto:
L'amore è la più saggia delle follie,
un'amarezza capace di soffocare, una dolcezza capace di guarire.
L'amore non è amore che cambia quando incontra qualcosa che cambia.
È un'impronta incancellabile che combatte tempeste e non si agita mai.
L'amore non si trasforma in poche ore o in settimane… ma resiste... anche sull'orlo della morte.”
 
Mi giro ed esclamo tra il rincuorato e il sorpreso: “ Guido!” e lui di rimando tra il serio e la voglia di scoppiare a ridere mi guarda avvolto nei suoi jeans stretti con le sue scarpe da ginnastica e gli occhiali buffi: “No! È William Shakespeare.
Ma dov’eri finito? Mi hai lasciato da solo in mezzo al buio e mi sono sentito perso…” incalzo come un bambino piagnucolante, e di rimando lui mi risponde: “Sono sempre rimasto qui, sei tu che non mi vedevi e ti sei perso. Ma se ti sei ritrovato allora io ci sono, ci sono sempre stato solo quando ti perdi non vedi chi hai accanto…” rimango zitto a pensare a quello che ha detto la mia guida, ripenso anche che Cinzia sceglie bene i suoi collaboratori.
È un viaggio più complesso di quello che pensavo quello che sta capitando in questa calda giornata estiva.
Guido è appoggiato, quasi con noncuranza, vicino ad una scultura di marmo che rappresenta un mazzo di rose e di ossa umane, uno strano bouquet misto tra eros e thanatos, è buffo, come lui: l’ironia salverà il mondo? Forse si! Se penso al discorso fatto da Guido, pardon, William Shakespeare, sull’amore,  allora il geniale affondo fatto da questo artista ci sta tutto: si ama fino a spolpare la carne della persona amata, fino a “mangiarla di baci”, a morderla e gustarla, fino a trasformare, a volte, l’amore in odio e le rose, simbolo dell’amore, diventano l’allegoria della sofferenza con le spine che pungono e si difendono, in mezzo alle ossa del caro estinto… perché se si soffre per aver amato, il desiderio d’amore diventa desiderio di morte.
Questa scultura, opera di Corrado Marchese, come indicatomi da Guido, rappresenta davvero la forza del tanto amore e del tanto dolore… le emozioni si fanno semplici e pure, si sciolgono e si fanno cellule primordiali per dare vita a nuove forme, nuovi colori e nuove attese.
Si arriva poi a concentrare nella vita ogni più piccolo piacere, ogni formulazione di vita emozionale, ogni tempo perduto, ogni battito fermato e si raduna in un magma fatto di piccole bolle pronte a d esplodere, fermate in un attimo preciso dove il tempo e lo spazio si azzerano e da lì tutto può ricominciare e ripartire.
Chissà allora come si sente il tempo, che suono produce la bellezza, quale rumore fa la gioia…e allungo una mano per toccare dei grandi pannelli davanti a me densi e carichi di pastosità, sono belli. Appaiono opere create da una giovane artista di Prato, Beatrice Gallori, tele colorate e lucide fatte di consistenze quasi molli ma che nascondo una grande energia, non so se definirle pitture o sculture,  mi sembra riduttivo classificarle così.
È comunque la materia che soffia, come un respiro vitale, queste composizioni mi ricordano le bolle di sapone e la gioia trascende il segno, la bellezza esplode oltre la visione e il tempo si blocca, si ferma in un battito e in un istante tutto è in movimento.
Un ritorno all’origine della sostanza e dell’uomo, forse è un po’ troppo da affrontare, forse così intenso che difficilmente le figure prendono forma e tutto appare come in un sogno, confuso ma a tratti chiarificatore in quello che si vede.
Mi sembra di nuotare con la testa dentro un mondo fatto solo di colore e sostanza, un mare immenso di pura fantasia dove tutto è possibile e che lievemente lascia lo spazio a forme indefinite, figure che appaiono come ombre e che si percepiscono in una folla senza tempo.
Piazze popolate di persone che avanzano indistinte e dove, a tratti, esplodono masse di colore che arrivano direttamente e senza preavviso.
Sono personaggi sordi che si confondono con la massa, un insieme di spruzzate di colore e di colpo mi ritrovo ad osservare la pittura di Nicola Villa che, tacitamente, cattura queste sensazioni con un linguaggio che si fa narrazione sensoriale, perché sono i sensi che partecipano nel gioco dell’arte e si può solo restarne affascinati nel silenzio, così l’anima scava in sé e, col tempo, ne ricava piacere.
 È questa l’arte? Parlare con la materia? Forgiare con i colori? Dare voce a quello che ognuno prova e farsi portavoce di un messaggio? Cos’è l’arte? Cosa ci si aspetta dall’arte? Fama? Riconoscibilità? Apprezzamento? Il fluire delle cose che ci circondano, la necessità di fermarle nel tempo, di segnarle, graffiarle e renderle proprie, messaggio universale per i posteri e attenzione per i contemporanei, forse questo è l’arte: fermarsi ed emozionarsi, capire e percepire, imparare a “guardare” e non solo “vedere”.
Guido è davanti a me e mi parla, ma non lo sento, lo vedo, buffo nei suoi stretti jeans, gli occhiali che nascondono uno sguardo intelligente mentre si sbraccia e saltella a qualche metro da me…ma non capisco…non lo so, forse cerca di dirmi qualcosa, ho perso la cognizione del tempo e ora nemmeno riesco a vedere bene e adesso neppure sento! Sono dentro una specie di bolla di sapone, nulla sembra toccarmi, neppure le cose urlate da quello strano ragazzo che…ahia! Qualcosa mi ha punto…ahi! Di nuovo? Ma cosa…
 
FINE IV PARTE
Massimiliano Sabbion
 

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