Wednesday, August 17, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE III)


 
Io lo sento, all’inizio è sordo e lontano poi si fa sempre più distinto: è il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia, lentamente e stancamente, un rumore  ritmico che culla i pensieri e si ripete, onda dopo onda.
Si accompagna poi un profumo salmastro nell’aria con l’acqua che fluisce sulla sabbia a riva, a volte lenta e carezzevole e in altri momenti violenta ma mai doma, come uno schiaffo improvviso che non fa male, ma risveglia i sensi.
E in mezzo le urla di uomini, in molteplici lingue dal suono antico e sconosciuto, voci indistinte di chi dà ordini, parla, impreca o discute sottovoce, sono voci di marinai, di antichi eroi, cavalieri e vincitori di un tempo che si traghetta da una sponda all’altra verso l’infinito.
Un mare che soffia rabbioso con il vento che lotta con la spuma bianca dell’acqua, e un pittore, Raffaele Rossi,  fermo, lì sul bagnasciuga che guarda l’orizzonte e fissa su tavole di legno quello che si percepisce: blocca il rumore, il rumore che fa il tempo quando lo si ferma, dove tutte le energie si manifestano con la forza del colore e della materia.
Mi avvicino insieme a Guido al pittore, sospeso in un tempo indefinito come le sue opere che vedo distese sulla sabbia: sono relitti antichi che il mare riporta, vecchi legni, pezzi di pavimento e muro, tutto finito nell’acqua e tutti raccontano una storia in cui sabbia e polvere di marmo completano l’opera.
Ciao Raffaele!” esordisce timidamente Guido, conscio del fatto che davanti a noi si perpetua qualcosa di magico, forse di sacro, poiché le sue composizioni sono simili ad un’icona antica che si snoda tra forme geometriche, segni e personaggi.
Il pittore si volta e risponde silenzioso con un sorriso riprendendo il suo lavoro sulle opere che si manifestano sempre più, quasi scavate nell’anima, intervenendo su di esse con le dita e col carbone, la superficie viene graffiata quasi abrasa e incisa.
Il suo gesto completa qualcosa che ha il sapore della magia, relegato ad un mondo metafisico, lontano… come le voci di un passato di cui non si conosce il suono della lingua.
È così bello qui, così lontano da tutto e i suoni si ovattano in qualcosa di positivo, quasi quasi mi tolgo le scarpe e metto i piedi in acqua, ma si! Mi lascio cullare un poco da questa realtà atemporale che si stagna qui, tra il cuore e gli occhi mentre piano piano sale una musica fatta di suoni che accarezzano armoniosamente i sensi…
In mezzo all’armonia che si fa sempre più forte compare l’ombra silenziosa di una bambina che danza sulle punte e si lascia trasportare in maniera ipnotica dai suoni, lenta, allungata nei movimenti e con gesti aggraziati si ritrova a volteggiare dentro gli superfici della galleria, sostituendo quel mare di poco prima che è magicamente scomparso per lasciare lo spazio ad un pavimento grigio in cui l’anima danzante si muove.
Quella è Neary” mi sussurra Guido all’orecchio, silenziosamente, quasi a non voler interrompere l’atmosfera, “è una bambina speciale, un piccolo essere che vive di danza e musica.”
La minuta ballerina mi fa pensare ad un colore mentre la vedo ballare, penso al colore blu e vedo in lei la personificazione di un gradazione così intensa dove tutto riporta alla mente l’idea di pace, armonia e di una profonda malinconia.
Rimango incantato mentre la vedo volteggiare senza meta tra una scenografia alle spalle che ricorda il mondo della Belle Époque, quasi fosse un fantasma tra i fantasmi del passato, tra i colori e le forme ottocentesche che trovano vita nei dipinti alle spalle di Angelo Bordiga, dove figure umane abbozzate dal mondo dei ricordi si perdono in parti moquette, tessuti e scampoli e diventano parte del supporto delle tele costruite con sapienza cromatica e compositiva.
La piccola danzatrice sembra entrare dentro questi spazi, la piccola danzatrice allunga i suoi piedi e le sue braccia verso questi mondi, la piccola danzatrice sembra bloccare i suoi gesti come nelle sculture di Michael Talbot che fissano, come nata da una colata materica, le figure di giovani muliebri ballerine del Royal Ballet in cui trasmette la tensione, il dramma, la fluidità e la grazia.
La stessa grazia che prosegue nei movimenti trasognati di Neary che conduce lo sguardo lontano e che, come fumo che scompare, si dilegua insieme alla musica.
Resta la scia di un gioco intrecciato di una foschia, le luci si abbassano e tutto si fa buio, lo spettacolo è finito ma nel fondo si illumina un puntino rosso ad intermittenza e il timbro di una voce si fa sempre più chiaro.

FINE III PARTE
Massimiliano Sabbion
 

No comments:

Post a Comment