Tuesday, March 15, 2016

St(r.i.p) Art. La morte dell’arte di strada, la fine dello stato urbano


 
A giorni, il 18 marzo, inaugura una mostra a Bologna che ancora prima di aprire le porte è già un caso e una polemica a livello mediatico e artistico, “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”, promossa da Genus Bononiae, con il sostegno della Fondazione Carisbo.
Un accento che viene messo su quello che si può definire un modo di fare arte a cui le istituzioni ufficiali vogliono dare risalto e dignità riconoscendo il valore artistico di opere e di artisti finora confinati come "scarabocchiatori seriali" sui muri della città.
Tra i lavori che sono esposti molti sono stati letteralmente staccati dai muri della città, dalle fabbriche desolate e in degrado, dalle case abbandonate o dai posti più insoliti che si snodano lungo il percorso urbano. Perché strappare la pelle della città da parte di lor signori? L'obiettivo dichiarato è quello di «salvarle dalla demolizione e preservarle dall’ingiuria del tempo», trasformandole in pezzi da museo, sinceramente sembra reggere poco il confronto con il vero subdolo intento che ci sta dietro.
La sensazione è quella che in realtà si intravede la privatizzazione di un'opera, creata e lasciata a disposizione di tutti, a favore invece di un pezzo di città che finirà prima dritta in mostra e in qualche casa di collezionista poi.

L’esposizione serve a creare attenzione verso un fenomeno che ha preso sempre più piede a partire dagli anni Ottanta con i graffiti di Keith Haring, Toxic, Jean Michel Basquiat nella metropoli newyorkese per poi espandersi in tutto il mondo come segno di un nuovo modo di comporre e fare arte.

Niente istituzioni, niente musei, niente galleria, solo la luce del sole che mostra un lavoro fatto con esecuzione e velocità di pensiero (tipico degli anni a seguire cui la connessione con il mondo esterno avverrà con sempre più con rapidità e dinamismo) e fa vedere un'esecuzione redatta di notte, al buio dove, armati di bombolette spray, stencil, vernici e idee ci si nutre con la paura di essere scoperti per aver deturpato un luogo pubblico.


Appunto, pubblico, quindi di tutti, della società che ora senza scrupoli passa dalla condanna dei writers a collezionare e commerciare opere rubate alle strade.
Quanti ricordano un giovane Keith Haring scendere dalla metropolitana di New York, impadronirsi di uno spazio sotterraneo, lasciare il suo segno con rapidità e risalire sulla metro successiva? Tutto fatto con l'idea di prendersi gioco del potere e di regalare invece al pubblico un'arte vera, senza dogmi e senza costrizioni. Ora si batte cassa con i lavori di questi artisti e il muro, la vera pelle della città, non appare graffiato o segnato ma odora di vissuto.
Il profumo del centro abitato contemporaneo sa di smog, di patatine fritte proveniente da qualche fast food, di suoni di auto e clacson nervosi, di persone dagli idiomi più disparati che parlano agli smartphone, di luci e colori che popolano le vie cittadine tra pubblicità e manifesti, ed è impensabile oggi non trovare una tag o una firma visiva di qualche artista e writers che ha lasciato la sua impronta in qualche luogo della città.

Capolavori voluti e riconosciuti dagli stessi cittadini, segni di deturpazione e linguaggi che nascondo rabbia e protesta, a volte ottime esecuzioni, a volte solo scarabocchi. La pelle della città non è più del singolo ma del collettivo che ha la capacità di indignarsi o di apprezzare quello che vede, ecco allora che compaiono i dissensi e le modifiche al murales che piace o meno: sgorbi e schizzi ulteriori, nuove tag sopra le vecchie, bestemmie e offese a compensare con la parola quello che si vede.
L'intento buonista di "salvaguardare le opere" staccandole dai muri ha il sapore commerciale di chi vuole lucrare la Street Art rendendola meno libera, dimenticando le lotte compiute dai loro autori per lasciare il loro segno-disegno nel corso del tempo.

E gli artisti che fanno? Memori dalle ingiunzioni dei tribunali per aver deturpato gli spazi pubblici, non reggono il gioco di chi vuole istituzionalizzarli e prendersi quello che è stato fatto per il cittadino comune.
I “graffitari”, denominati poi writers,  dipingevano e "segnavano" il muro e le istituzioni li coprivano e sanzionavano, ora invece gli stessi artisti si premurano di cancellare le loro opere mentre le istituzioni le "salvano".
I giorni che precedono l'inaugurazione della mostra marcano un passaggio storico importante: gli artisti non vogliono che le loro opere vengano staccate e portate in un museo e piuttosto che compiere questo scempio decidono di distruggere quello che è stato creato.
Anni di denunce, di disegni e graffiti finiti sono sotto il nome di "vandalismo", dopo avere schiacciato le culture giovanili che li hanno creati il potere cittadino-economico si pone a paladino e salvatore della Street Art.

La risposta però non si è fatta attendere: la parola, o meglio il segno, è passato a Blu, uno dei protagonisti da quasi vent'anni del panorama italiano e internazionale dell'arte di strada, Blu, ha deciso di distruggere i suoi lavori piuttosto che questi vengano staccati e messi in vendita successivamente.
Gli scenari che si aprono sono molteplici: azione auto-vandalistica? Mera pubblicità del sistema con aumento del valore per le opere rimaste? Gesto provocatorio?
Di sicuro Blu ha tolto le sue opere agli occhi degli spettatori che non potranno più vederle, sparite sotto un'anonima mano di colore grigio, grigio come il colore del fumo, quel fumo che nasconde le verità e le cose e brucia gli occhi di chi non vuole o fa finta di vedere.

Guido Scorza, avvocato e docente di Diritto dell'informatica, su Il Fatto Quotidiano ha così commentato:
«Se il murales è un’opera d’arte non dovrebbe toccare solo ed esclusivamente al suo autore decidere se ed in che termini altri possano disporne? Non dovrebbero essere gli artisti autori dei murales in questione a decidere se reputino opportuno o meno, vantaggioso – non tanto economicamente ma culturalmente – o meno che le loro opere, nate sulla strada e per la strada, finiscano in una galleria d’arte?»
(...)
«La circostanza che un’istituzione culturale, indiscutibilmente mossa da nobili propositi, sembri – almeno a quanto sin qui è dato sapere – preoccuparsi così poco di quelli che in “legalese”, si chiamano i diritti morali d’autore, primo tra tutti proprio quello “di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione”.»
Se da un lato sono vivi e partecipi gli assensi e la solidarietà che si avverte con l'hastag che sta invadendo i social network, #iostoconblu, dall'altro la polemica si abbatte sul gesto provocatorio effettuato e mi chiedo: è giusto compiere un'azione così profonda sui muri della città? Questa "pelle" urbana non rischia di avere una grossa e profonda cicatrice che non sarà mai più colmata? E io, semplice cittadino e spettatore che farò senza poter rivedere il tessuto urbano dipinto dagli artisti? Colpa di chi ha allungato le mani del potere verso l'arte o colpa dell'arte che ha deciso di non cedere alla storicizzazione e alle istituzioni?

Blu non è il solo artista coinvolto, gli fa eco il bellunese Ericailcane, interessato come il collega per lo strappo dei suoi lavori dai muri della città bolognese. Ericailcane ha messo online un disegno a china di un grosso topo, elegantissimo in giacca e cravatta, intento a staccare muri con tanto di spiegazione a lato: "Area bonificata da tombaroli, ladri di beni comuni, sedicenti difensori della cultura, restauratori senza scrupoli e curatori prezzolati, massoni, sequestratori impuniti dell'altrui opera di intelletto, adepti del Dio danaro e loro sudditi".
Una dichiarata guerra ad un sistema “che ti sistema” e che vuole “sistematicamente sistemarli” e posizionarli in una rotta ben precisa, quella commerciale e di dominio personale più che pubblico.
Mentre altri artisti vengono condannati a pagare multe per aver imbrattato muri degradati della città di Roma, come il caso di Ali-Cé, altri artisti, come Dado e Monica Cuoghi, hanno invece aderito all'iniziativa di partecipare alla mostra bolognese.
 

La creatività è dettata spesso dalla rabbia e le azioni si compiono, le città si modificano, gli stessi graffiti sono deturpati e cancellati, modificati dalla società che se ne impadronisce. Un writer non è che un esecutore del momentaneo pensiero che nasce in quel preciso istante, poi viene scordato, a favore di un altro pensiero, di un altro segno. Così capita all'epidermide umana che si marchia di tatoo e disegni, di cicatrici più o meno profonde, così succede alla città dove i muri "parlano" alle persone e denunciano un sistema corrotto o ironicamente amaro come avviene con i disegni dell'inglese Banksy con il suo anonimato non più rispettato.
 
 
Gli artisti contemporanei sono i figli di questa città e le loro pelli si coprono di segni, sopravvivono al sistema in maniera autodidatta e popolano mondi onirici e fatati come avviene a Padova con le opere di Tony Gallo;
 
altri artisti patavini si appropriano di muri graffianti e grondanti colori che nascono dalle forme sognate (e segnate) come il caso di Boogie;
 
 
cuori infranti e stanche moderne Mona Lisa accompagnano i pensieri di Alessio B;
 
 
le pareti vivono con le figure di Kenny Random che concede ombre sfuggenti di uomini con  cilindro e gatti stanchi che avanzano nel silenzio chiedendo ai passanti di fermarsi e chiedersi se "è questa la vita che sognavi?", qualcuno si soffermerà a rispondere, altri useranno il muro per lasciare una bestemmia sopra il colore, ma forse si, è la vita che si desiderava.
 

È la vita che sogniamo e produciamo, quella che fa delle nostre città colore, odore e forma, Mimmo Rotella lo aveva predetto con i suoi décollage dove manifesti vecchi venivano dimenticati per quelli nuovi appiccicati sopra, diventando il substrato di un evento passato, di una città passata.
Ora è arrivato il tempo che il trascorso della Street Art si compia con una nuova evoluzione, forse gli artisti toglieranno il passato a favore di un presente nuovo, è il momento che ci si accorga che un mondo che graffia e che segna c'è, è vivo, e non c'è mostra che lo possa inglobare e incanalare.
 
Massimiliano Sabbion
 

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