Tuesday, February 9, 2016

Chi fa da sé fa per tre. Poveri cristi condannati a credersi un Dio in terra


"Senza di me tu non sei nessuno!" Quante volte al limite di una discussione abbiamo sentito questa frase? Quanto pesa la presenza di una persona nei confronti di un'altra? Quanto nel processo creativo e nell'arte è importante il compito dell'artista e quanto quello del critico o di chi crede nelle opere e nel lavoro compiuto?


Spesso si dimentica che il vero risultato finale dietro un "artist star" è la somma di cose diverse e di realtà differenti fatte di persone, di passione e di impegno di tutti per il risultato finale.
È una ricetta antica ma sempre valida: prendere il lavoro e le idee di qualcuno e riuscire a pubblicizzarle e portarle avanti con un team adeguato che supporti opinioni e compiti per la buona riuscita del prodotto di successo.



Un esempio? Prendete un uomo sui trent'anni, single, adorato dalla madre che lo considera un Dio, supportatelo e circondatelo di adepti (una dozzina circa) dalle personalità diverse, affiancategli quattro scrittori di "comunicati stampa ad hoc" che diffondano le sue teorie e pensieri, lanciatelo sul pubblico e fatelo sparire dopo all'incirca tre anni, per farlo risorgere più forte e affascinante di prima, cosa ottenete? Un mito, un Dio in terra che prosegue la sua formula di successo sotto il nome di Gesù Cristo da oltre 2000 anni, appunto, un Jesus Christ Superstar.




Ecco, nonostante tutto, anche se l'esempio può risultare blasfemo, la realtà oggettiva è proprio questa: un uomo ha un'idea, crea una serie di performance che vengono diffuse e poi continuate, sostenute e alimentate da un gruppo di lavoro che crede nelle opere compiute. Un miracolo? Beh, in alcuni casi si… Ma poi la storia parla da sé.
In questo caso "Chi fa da sé fa per tre" vale solo per Gesù Cristo, uno e trino per l'appunto nella sua natura, ma per tutti i comuni mortali il concetto di "gruppo" e di aiuto e sostegno si perde nella notte dei tempi.
Un critico d'arte sarebbe nessuno se non potesse aiutare e supportare un artista e le sue opere se queste ultime non ci fossero, di che cosa scriverebbe? Idem per l'artista che crea qualcosa di bello, piacevole e che finisce per toccare le corde giuste, ma il suo lavoro rimarrebbe al massimo una parte artigianale ben riuscita priva di emozionalità se non spiegata e divulgata.
Gallerie, critici, collezionisti investono tempo, fiducia e passione nell'artista emergente o nel sostenere un artista affermato.

Cosa sarebbe stata l'arte del Cubismo senza l'impulso di Leo e Gertrude Stein che cominciarono una delle prime collezioni cubiste comprendenti Pablo Picasso, André Derain ed Henri Matisse?

Come scordare l'innovazione e la capacità di Peggy Guggenheim per artisti quali Jackson Pollock e i contatti che da allora si avranno tra Europa e America?

Gallerie e galleristi che per primi hanno creduto nel lavoro degli artisti come Saachti per Keith Haring e la street art; Leo Castelli con la sua schiera di artisti americani dell'Espressionismo Astratto come Jackson Pollock, Robert Rauschenberg, Willem de Kooning, Jasper Johns e Cy Twombly.

La storia lo ha chiamati mecenati, in primis Lorenzo il Magnifico, ora sono fondatori e collezionisti nonché divulgatori dell'arte contemporanea quali Prada, Benetton, Pinault solo per citare qualche nome.

Avere la pretesa di essere solo ed esclusivamente il proprio lavoro e così geniale da non avere bisogno di nessun aiuto, è una sciocca convinzione che porta solo danno a se stessi e alla diffusione delle proprie capacità che si traducono nelle opere presentate.
Voler rimproverare e sminuire il lavoro altrui a favore del proprio porta solo sterilità nel pensiero e nelle cose. Provate ad immaginare una situazione di questo genere: un idraulico entra a casa vostra per compiere un lavoro di riparazione, alle sue spalle la competenza, la bravura e la capacità di sapere cosa fare. Senza il suo intervento non ci sarebbe stato il lavoro compiuto, ma se dall'altra parte si recrimina il fatto che "senza di me non avresti fatto questo lavoro" il risultato finale non porta da nessuna parte.


L'idraulico deve ringraziare il sottoscritto per la rottura del tubo? Quindi grazie a me lavora? Oppure se al contrario l'idraulico se ne esce dicendo "dovresti esprimere riconoscenza al mio lavoro e a me altrimenti come lo avresti riparato questo danno?", beh…sembra davvero un discorso che, per restare in tema idrico, fa acqua da tutte le parti!
Le collaborazioni, le discussioni, le sinergie attive che si instaurano arrivano davvero a portare un risultato, nel processo creativo non siamo soli e la frase del Marchese del Grillo vale solo come scappatoia pretenziosa: "Io sono io e voi non siete un cazzo!".

È la pretesa di chi vuole porsi sopra le righe, è la pretesa di chi pensa che il proprio IO sia superiore agli altri, è la pretesa di credere che essere "qualcuno" equivalga a calpestarne altri.
È bene ricordare un detto per chi ha "pretese" di essere "uno e trino" nelle cose e nelle opere, certo, "chi fa da sé fa per tre" ma se pretendi di essere il migliore calpestando o non considerando gli sforzi congiunti e il lavoro di chi ti supporta e segue direi che l'ambizione e la presuntuosità deve lascìare il posto all'umiltà, in fondo: "Una pretesa vale merda quanto pesa", chissà Piero Manzoni come l'avrebbe presa quest'ultima affermazione…
Massimiliano Sabbion

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