Thursday, December 29, 2016

“Felice di piacervi e non”. In ricordo di Franca Sozzani


 
La semplicità è più difficile da creare della stravaganza fine a se stessa
(Franca Sozzani)  
 
Felice di piacervi e non” era il titolo di uno dei blog di moda più famosi gestito da Franca Sozzani, morta il 22 dicembre 2016 a 66 anni.
Perché questo titolo? Perché come lei diceva “Non si può sempre piacere a tutti e soprattutto non si deve”, infatti, piacere a tutti è altamente impossibile e improbabile, ma diventa anche uno stimolo a capire perché non si piace e a fare di meglio, non tanto per ricevere il consenso da chi già ci segue e crede, ma come sfida per far cambiare opinione sul nostro operato, si, magari non serve a nulla e chissenefrega, ma la sfida è sempre lanciata e dietro l’angolo.
Succede sempre, in ogni campo creativo, ci si sfida in continuazione in primis con se stessi, poi con il pubblico che diventa l’ago della bilancia su cosa piace e su quali consensi ricevere o meno.
Tutti cercano di inseguire uno scopo, un successo, una visibilità che faccia riconoscere e ammirare, che porti direttamente ad uscire dal buio anonimato, ma non sempre funziona.
Gli ultimi anni insegnano che anche il silenzio delle luci della ribalta porta con sé nuove scoperte e nuove mitiche figure che sono invece “famose per non essere famose”, tutto questo accade in una società dove si sgomita per essere sempre al centro dell’attenzione, come avviene ad esempio con il caso dello street artist inglese Banksy di cui nessuno conosce la vera identità.
Operazioni di marketing, che siano di successo o meno, fanno intuire che, per ottenere la tanto agognata fama, per la riconoscibilità e per arrivare nell’Olimpo della visibilità, sia necessario svendersi e scendere sempre e solo a compromessi, per poi condire il proprio tempo con colpi di fortuna e sgomitate, questo è l’errore principale in cui si tende a cadere!
Per andare avanti c’è invece bisogno di tanta forza, determinazione, fatica, pazienza e tanto studio da approntare per non lasciare tutto al caso e alle accuse sterili che arrivano poi da vari fronti o sapori amari che risulta difficile mandar giù:
·         Non è colpa mia ma loro” (loro chi??? Chi sono i fantomatici “altri”?)
·         Ci vuole solo fortuna nella vita!” (certo, la fortuna ha un ruolo importante, ma non è tutto…)
·         È dei critici, dei giornali, della tv e dei social che stroncano le opere sul nascere” (la visibilità ha i suoi scotti da pagare, il pubblico va educato alle cose, ma non sempre è pronto ad accettare ciò che si propone e non ha il diritto di essere preso in giro, ma di essere sempre e comunque rispettato)
·         Io sono un grande, solo che non sono capito” (volar basso con la propria presunzione e farsi una bella dose di umiltà è poi così tanto sbagliato?)
·         Io non seguo le mode” (che è diventato un modo di dire…di moda!)
I cambiamenti spaventano, sempre, coloro che portano l’alterazione al sistema, pure, le vere rivoluzioni partono da dentro con la voglia di cambiare e portare quel qualcosa di nuovo di cui si necessita, Franca Sozzani è stata LA moda in Italia, dal 1988, portando con Vogue Italia la sovversione, la rivoluzione, la contestazione ad un intero sistema.
Non bisogna mai avere paura di dichiarare ciò per cui si è nati, mai timore di esprimersi ed esprimere i propri talenti, Franca Sozzani non ha mai nascosto di essere nata per la moda: “Il successo ce lo si guadagna, oserei dire ce lo si inventa. Niente arriva per caso anche se la fortuna di cadere al posto giusto, nel momento giusto, con la persona giusta agevola parecchio. Ma la sorte, si sa, è alterna. Non è proprio la base su cui costruire il proprio successo. Il talento, il tuo, è la vera forza.”
La fortuna passa, le mode si reinventano, le persone cambiano, l’esperienza si accumula e si impara dai propri errori, ciò che si affina e non cambia sono le proprie capacità e la creatività.
Pablo Picasso sarebbe comunque diventato Pablo Picasso perché la genialità non si ingabbia e non si ferma, la fortuna, i tempi, le persone conosciute sono state il giusto corollario per l’artista, ma la creatività e le sue opere sarebbero state un punto di riferimento continuo per l’arte contemporanea in ogni modo.
L’affanno continuo porta a generare ansie, prestazioni mancante e disillusioni, ma come diceva Franca Sozzani: “La fama quella vera, deriva dalle capacità vere, dall’avere fatto cose vere. Questa è la vera fama.”
Già, questa è la vera fama, “ma qualche volta, per favore, give me a break.”
Massimiliano Sabbion
 

Friday, December 23, 2016

Che cos’è l’arte? Tossicità a tutti gli effetti, la dipendenza della creatività.


 
Che cos’è l’arte? Qual è il significato di arte? Che cosa si cela dietro il termine “arte”? Spesso ognuno dibatte a proprio modo e con una propria sensibilità quello che si vuole esprimere.
Non tutto piace e non a tutti si arriva a piacere, è difficile completare in una sola definizione quello che nasconde la parola stessa.
Arte è storia, arte è critica, arte è percezione, arte è comprendere, arte è studio, arte è anche improvvisazione, ma soprattutto arte è alla fine la realizzazione di un prodotto finito che va sotto il nome di “opera” che, ad oggi, assume diverse manifestazioni esprimendosi non solo con la pittura e la scultura, ma anche attraverso le performance, i video, le installazioni, il web.
Il significato di arte cambia in ogni epoca e in ogni momento storico si arriva ad una ricerca, consapevole o meno, di che cosa si analizza e sensibilizza nel momento in cui si vive, si assorbono i cambiamenti e la progressione del tempo, si arricchiscono i linguaggi, alcuni si aggiungono, altri si perdono.
Ciò che non si ferma è la creatività e lo studio continuo dell’uomo che ne discute ogni giorno, creando opere, lasciando che siano le idee a prendere il sopravvento ed ascoltando sia la propria anima che quella del mondo che lo circonda, magari analizzando, costruendo e facendosi rappresentante di valori e di pensieri comuni a cui l’artista riesce, spesso,  a dare voce.
L’arte ha mille sfaccettature e mille complicanze, ma anche mille soluzioni, forse includere tutto con una risposta di senso è riduttivo: che cos’è l’arte? Qual è il suo significato?
Da definizione l’arte è: “Qualsiasi forma di attività dell'uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.
Ma basta per dare un responso? Sono sufficienti le parole supportate dai pensieri? Visivamente basta vedere per imparare a guardare? Chi sono quindi gli artisti e che ruolo hanno qui, in questo calderone chiamato “arte”?
Se si trova e prova a dare definizione alla parola arte la necessità vien da sé, non basta una spiegazione per arrivare a comprendere l’arte stessa, commistioni e collazioni ci invadono ogni giorno e tutto si fa arte: moda, pubblicità, cinema, cibo…in ogni angolo si trovano collegamenti tra il tempo e la quotidianità, tra la brama di vivere e la voglia di creare e l’uomo, finché avrà un pensiero da esprimere e  i mezzi per poter lasciare il segno, non esaurirà mai il suo compito: l’uomo nei confronti dell’arte e dell’arte nei confronti dell’uomo.
 Henry Miller diceva che “l’arte non insegna niente se non il senso della vita”, già… forse è proprio così, l’arte non insegna nulla, è solo uno strumento per le emozioni e per le riflessioni che circondano le nostre domande, quesiti che non trovano facile risposta, perché in fondo porsi interrogativi è la prerogativa dell’essere umano, trovare riscontri è la base poi dell’inquieto vivere di chi è mai pago, ma sempre turbolento.
Una mente attiva è una forma di pensiero costante che non trova soddisfazione al primo passo, al risultato che trova, non si accontenta, continua a ricercare e a porsi nuove domande, a sperare in nuove soluzioni, a trovare un senso alla vita, anche attraverso l’arte.
L’arte tutta crea dipendenza, una volta entrati nel suo circuito fatto di colori, forme e situazioni non è facile uscirne, che cos’è quindi l’arte? Non c’è una sola risposta.
Per me? Per me l’arte è parte della vita, non spiega la vita stessa, ma me ne circondo in quanto mio punto di partenza.
È una tossicodipendenza da creatività, è un piacere infinito di cui non se ne ha mai abbastanza, è un orgasmo che va conquistato e ricercato, spesso studiato, anche quando l’intenzionalità si fa casuale e caotica.
Per me l’arte è questo, e per te cos’è l’arte? Qual è il significato di arte?
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, December 20, 2016

Curare e criticare. Storia dietro una storia, il dovere di raccontare.


 
“Io non do molto credito ai critici che sono dei fanfaroni invidiosi di chi sa fare arte e produrre!”, “Non capisco come si possa permettere ad una persona che non ti conosce di dare dei giudizi e delle opinioni su cose che non gli appartengono”, “Io sono bravo sono gli altri che non mi capiscono e sparano sentenze senza capire cosa ho prodotto”, “Criticare? Perché?”.
Ecco alcune delle affermazioni dal carattere liquidatorio che si rivolgono spesso a chi si occupa di critica d’arte, come se a colpire la sensibilità di un artista sia un perfetto sconosciuto che non vede l’ora di demolire e ridicolizzare chi si sente di dare in pasto al pubblico la propria creatività.
Non è sempre vero che un critico osanna o demolisce, anzi, un vero critico fa del suo lavoro e della sua professionalità l’arma migliore per presentarsi. Allenare la mente, gli occhi e la propria capacità di giudizio è un duro mestiere, individuare chi ha le potenzialità per essere definito artista piuttosto che decoratore o artigiano è un compito di sicuro non facile.
Anche i critici sbagliano, specie quando investono tempo, fatica ed energia su persone che si dimostrano poi avide di successo che dimenticano la fatica e si adagiano sugli allori, artisti che credono di trovare la loro cifra stilistica e poi abbandonano la strada del sacrificio, dello studio e della sperimentazione per la via facile del successo lastricata di denaro facile e riscontri presto dimenticabili.
Quel qualcosa di buono si trasforma poi in una delusione, ma si prosegue ed è solo allora che la “colpa” la si imputa al critico incapace di dare quindi le dritte giuste per far vendere e far conoscere.
Un curatore o un critico non sono agenti commerciali né piazzisti, accompagnano invece con la loro attività la carriera dell’artista che è fatta di continui confronti, telefonate, mail, visite in studio, discussioni, arrabbiature e tanta pazienza, da ambo i lati.
La situazione si complica quando uno dei due non crede nel lavoro dell’altro, si producono mostri, difficoltà insormontabili in cui la fiducia viene a mancare e tutto si sfalda, senza passione non si arriva da nessuna parte, senza credere nelle cose che si fanno non ci si sposta di un millimetro.
Rimanere convinti fermamente nelle proprie ideologie produce solo il massacro delle produzioni, della creatività minata e si rischia di porre valenze che non sono niente affatto veritiere e si arriva a creare “mostri”  che non sanno discernere l’arte dall’artigianato, un buon lavoro dal plauso e dal consenso pubblico sono due cose diverse.
Serve attenzione anche nelle scelte che si fanno, dalle persone che si conoscono e delle quali ci si circonda, chi cura o critica un artista, se lo fa in maniera corretta, lo fa per un amore per la professione, per l’arte stessa e non per i soldi che, per inciso, aiutano, ma non sono il solo motore che fa avanzare le cose.
I ciarlatani, i millantatori e coloro che promettono a suon di milioni cose inconsistenti prima o poi si riveleranno per quello che sono, diffidate degli sbraitatori e urlatori ai quattro venti, di coloro che promettono fuochi d’artificio, belli in verità, ma che spariscono subito lasciando un vago ricordo nel cielo.
Nessun lavoro capita tra capo e collo e nessun lavoro è da considerare “facile” o “difficile”, tutti faticano, producono e si mettono in gioco sia l’artista che il curatore o il critico, si riconoscono per la loro dedizione, per lo studio, per il confronto continuo e a nessuno verrebbe poi in mente di criticare o giudicare in maniera negativa un buon operato e una persona che si è distinta per il suo comportamento corretto, chi lo fa è dettato dall’invidia e da un animo guastato.
Ogni persona sa riconoscere un errore o sa essere guidata a capire lo sbaglio commesso, nascondersi e non ammetterlo è appesantire questo fardello, già la vita richiede sacrificio e impegno perché mettersi contro muri virtuali che ostacolano e indeboliscono la creatività e l’arte tutta?
Applicarsi a vedere oltre il proprio sicuro metro quadro di sopravvivenza è una sfida quotidiana, ogni persona che si incontra ha una propria storia da raccontare, un proprio viaggio ed ad ognuno il compito di preservarlo e rispettarlo, magari aiutando e guidando verso la strada più corretta, verso la scelta più giusta.
Massimiliano Sabbion

Friday, December 16, 2016

Fake e bufale. Le freak, c'est chic!


 
"Nessuno mai mi ha ascoltato fino a quando non hanno saputo chi ero"
(Banksy) 

Commercializzare l'arte diventa un tema spinoso se lo si guarda solo dal punto di vista della parola diffusa per far pubblicità e dal business che tutto paga.
Ottimo sotto il profilo della visibilità, ma dal lato della credibilità? Quanto va a pesare una risonanza altisonante se gestita male senza nessuna competenza?
Specchietti per le allodole ce ne sono troppi in giro nel mondo dell'arte, per fortuna che oggi esistono anche altri strumenti, come i social network, immediati e senza filtri nel bene e nel male, capaci di sbugiardare il falso o la poca preparazione in campo.
Nessuno dei presenti lettori affiderebbe un proprio bene a non esperti del settore, in qualsiasi campo: un dentista non è un parrucchiere, così come un parrucchiere non è un macellaio, di conseguenza la logica ci porta a pensare che neppure un negozio di oggettistica sia una galleria, così come un decoratore di oggetti con il decoupage non sia da etichettare come un artista.
Curare una mostra, scrivere un testo critico, presentare la storia, allestire uno spazio espositivo, è un compito difficile e soprattutto un dovere, in primis, nei confronti del pubblico.
Non si deve e non si possono ingannare le persone con false ideologie e sistemi, è un'arma che si ritorce ben presto contro provocando danni irreparabili e decretando la morte per suicidio commerciale e di affidabilità futura da chi invece ci ha creduto e non si è affidato al buonsenso delle cose.
Pensare di approntare una mostra o un evento improvvisandosi curatori e allestitori perché ci si affida al proprio gusto è il primo fallace passo verso il baratro, la prima impressione è il biglietto da visita che più conta: il troppo storpia, il troppo poco fa sentire la mancanza di professionalità e qualità, termini abusati forse, ma in fondo i più necessari per arrivare al dunque.
Pensare di scrivere un comunicato stampa affidandosi alle parole solo per colpire l'immaginario collettivo è un altro grande e grave errore! Chi legge può non sapere le cose ma, al contrario, può essere l'esperto della materia e trovare accozzaglie di informazioni e sbagli che una volta scritti non sono più cancellabili, si arriva a ridicolizzare il proprio lavoro senza accorgersene.
L'errore più grande che si può fare in questo momento è quello poi di dare una giustificazione e correggere quello che si è fatto, mai provare a trovare scusanti e porsi a difesa delle proprie inesattezze. Rettificare e rivedere quanto si è già pubblicato può produrre sia un calo di attenzione sia un danno difficilmente recuperabile, ad esempio: da lettore, da visitatore e frequentatore di esposizioni d'arte come ci sentiremo se la tanto pubblicizzata mostra di Michelangelo recasse come manifesto un'opera di Raffaello? Sicuramente è un errore che è stato fatto!
Come procedere quindi? La cosa migliore è chiedere scusa, ritirare la pubblicità e rifarla, invece c'è chi si arrampica sugli specchi e produce scivolamenti verso baratri irrecuperabili quando arriva a sottolineare nel dire che "lo sappiamo che è Raffaello e non Michelangelo, ma volevamo, caro pubblico, verificare la vostra preparazione e grado di attenzione per creare una discussione sul mondo dell'arte".
Direi che a certi commenti postumi non conviene dare seguito, si scatenano altre polemiche e altre spiacevoli situazioni perché si tende così a pensare che in realtà quello che si va a vedere è fatto senza nessuna cura, senza nessuna preparazione e soprattutto cercando di rattoppare certe esternazioni con altre uscite che, forse, sono ancora peggio, provocando il pubblico e tastandone la sua preparazione. Non c'è cosa peggiore che dare dello stupido ad un terzo!
Il sapore della bufala o meglio del fake fa capolino da dietro l'angolo, non ci si improvvisa chef neppure per il giorno di Natale, l'impegno e lo sforzo vanno bene tra le mura di casa, ma poi, fuori, all'esterno con il giudizio di chi non si conosce e che magari si aspetta non guazzabuglio di copia+incolla da wikipedia o opere d'arte di dubbia qualità e provenienza, si rafforza la distanza tra quello che è la fatica di un'organizzazione preparata e seria che investe nella ricerca e propone risposte alle domande, mette l'accento su temi visti e conosciuti, dà qualcosa di nuovo al visitatore per riflettere e discutere, da quello che è invece visto solo come un'operazione di marketing capitata da chissà quali lidi e con sponsor vari.
L'arte non si può ridurre a pubblicità e al detto "parlatene anche male, ma parlatene", le notizie distorte portano solo a peggiorare un sistema già debole e labile quando non è messo in mano a chi di dovere.
Non si obietti dicendo "e allora fallo te!", no, ad ognuno il proprio spazio e il proprio compito, non si ribalta la situazione chiedendo agli altri di fare cose che noi, per primi, non siamo capaci di fare.
Un buon allestimento non è fatto solo da luci sparate al punto giusto, da cornici adeguate e da spazi adeguati, così come un buon testo critico non è raffazzonato con informazioni sterili, ma cerca di valorizzare le opere e accompagnare lo spettatore dentro un mondo ricreato a dovere per il piacere della visione e conoscenza.
Altrimenti…
Si, altrimenti si finisce per far di tutta l'erba un fascio e di non saper distinguere il buono dal cattivo, per fortuna esiste ancora il libero arbitrio e la capacità cognitiva di distinguere un prodotto mediocre da uno superiore.
È davvero necessario allora fare per mostrare? È veramente utile raggiungere le vette di un fuoco d'artificio per una mera visibilità? Quanto costa la serietà professionale?
A conclusione le parole di Jean-Jacques Rousseau che ben riassumono quanto detto: "Val molto di più avere la costante attenzione degli uomini che la loro occasionale ammirazione".
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, December 13, 2016

"La bellezza salverà il mondo". Arte, cibo e natura: mutamenti epocali e corporali.


Che cos'è la bellezza? Una serie di canoni estetici soggettivi ed oggettivi che invadono il mondo contemporaneo o solamente una serie di aggettivi per identificare ciò che si considera come suo contrario, cioè ciò che è brutto?
Nel mondo odierno i canoni di bellezza cambiano di stagione in stagione e si passa a modificare il proprio io e il proprio corpo in base alle esigenze dettate dal momento: uomini con la barba hanno sovrastato l'uomo glabro, forme morbide per le donne al posto della magrezza decantata in precedenza, senza contare piercing e tatoo che segnano la pelle.
"La bellezza salverà il mondo", è la frase che Fëdor Dostoevskij ne "L'idiota" fa dire al principe Miškin è la visione di un ideale di unione tra buono e bello, che si scoprirà invece disastroso, rimandando alla vicenda del principe Miškin.
Il mondo non può essere salvato da un ideale, perché qualsiasi ideale trasportato nella realtà annega nel caos, stessa sorte tocca al protagonista del romanzo.
Allora in questo trambusto l'arte salverà la bellezza? La bellezza salverà il mondo?
Gli artisti in un passato recente hanno creato movimenti si sono fatti portavoce un'arte attenta alle esigenze di un mondo che stava cambiando, un'arte ambientale e che, irrimediabilmente, oggi vive le conseguenze di gesti avvenuti.
La corrente artistica Fluxus, nata nel 1961 arriva allo sconfinamento dell'atto creativo nel flusso della vita quotidiana, in nome di un'arte totale che si trasformerà negli Happening e nelle performance espressive di danza, musica, poesia, teatro da cui prenderà l'avvio Joseph Beuys a cui si deve una sensibilità legata a temi ecologisti tanto da dare un essenziale contributo alla fondazione del movimento del partito politico de I Verdi in Germania.
Oggi basta pensare alla fusione di artisti "totali" che recitano, cantano, danzano e compiono performance contaminando sempre più arte, bellezza e business. Ultimo recente caso è la commistione di arte e performance di Lady Gaga con l'artista Marina Abramovic.
La bellezza interiore si esterna lizza con gli spazi aperti e la riscoperta della natura già a partire dagli Settanta dove prende l'avvio la Land Art, nata negli Stati Uniti d'America e contraddistinta dall'intervento diretto dell'artista sul territorio naturale. Gli artisti operano negli spazi incontaminati come deserti, praterie,laghi salati, superfici aperte dove Dennis Oppenheim, Walter De Maria, Robert Smithson, Christo e Jeanne Claude, Barry Flanagan, Richard Long e Michael Heizer, operano.
Il mito dell’american way of life ha accentuato da un lato l'idea della globalizzazione, dall'altro ha segnato la ripresa del "brutto" nel quotidiano: dal concetto di bello si è passati al kitsch, un brutto così accentuato da risultare bello.
Immagini disturbanti provenienti dal Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch che sembrano quasi fare da contro altare a immagini patinate e ricercate di artisti come David LaChapelle o provocatoriamente glamour di Terry Richardson o Pierre & Gilles.
Così come il cibo non è sopravvivenza o necessità, ma si è reso sempre più legato all'immagine di un fast food a scapito della produzione e della salute dell'uomo, la domanda sorge spontanea: la bellezza salverà il mondo? È necessario recuperare la bellezza sinonimo di qualità.
Il cibo è causa dell'inquinamento, dell'obesità e dell'anoressia (il troppo e il troppo poco sono diventati mali sociali), è elemento odiato, osteggiato, venerato dagli stessi artisti contemporanei, basti pensare alle opere di autori quali Tom Friedman, Urs Fischer, Jack and Dinos Chapman, Yinka Shonibare, Frank Gehry, Andy Warhol dove l'arte si è dedicata alla bellezza del cibo dalle prime nature morte seicentesche, fino a passare dall’Impressionismo e dal Divisionismo alle Avanguardie storiche, dalla Pop Art alle ricerche più attuali, con uno sviluppo della visione e del consumo degli alimenti.
Nella società contemporanea, fatta di materialismo e industrializzazione, questo processo si è certamente accentuato: se la bellezza salverà il mondo, l'arte salverà il concetto di bellezza? L'arte può salvare l'ambiente o ci rimarrà solo la rappresentazione della natura che c'è nell'arte?
Si rischia davvero di mettere sotto teca l'ambiente come esposizione di opera d'arte la stessa Natura se si pensa all'opera di Damien Hirst, uno squalo posto in formaldeide dentro una vetrina, "The Physical Impossibility of the Death in the Mind of Someone Living".
Un doppio significato legato a quest'opera da dodici milioni di dollari, è un animale in via d'estinzione da porre sotto teca per essere conservato, ma è anche uno schiaffo all'umanità per il costo dell'opera pagata ed esposta alla popolazione umana che lotta tutti i giorni con altri tipi di "squali" e attacchi su ogni fronte: politici, economici, morali.
Massimiliano Sabbion
 

 

Friday, December 9, 2016

"Untitled - Senza Titolo". Ciò che vedi è ciò che (di)mostri.


 
Nella storia dell’arte contemporanea capita di ritrovarsi davanti ad opere d’arte che non si sa da che parte guardare né come classificare… sono pitture? Sculture? Installazioni? Performance? Non si sa davvero cosa e come inquadrare certe produzioni d’artista, ma forse non è neppure necessario dare un’etichetta alle cose perché spesso sono solo il prodotto di un’esigenza e di una sfrenata voglia creativa.
Bisogno comunque essere obiettivi con se stessi e con la produzione che compare poi, molte in realtà sono solo ciofeche e cose mal riuscite spacciate per opere d’arte, magari criticate, catalogate e vendute come tali presso poi una galleria d’arte.
La qualità si paga e si pretende poi che allo stesso prezzo ci sia il rispetto per la qualità di ciò che si vende e di ciò che si compra.
Affidarsi ai professionisti che sanno guidare, giudicare e portare avanti con competenza e serietà è una delle prime cose che si deve cercare e guardare. Diffidare sempre di coloro che promettono cifre esorbitanti di guadagno o mostre internazionali che alla fine risultano solo piccole esposizioni: meglio una mostra seria e curata che un fuoco fatuo, meglio un’esposizione di visibile qualità che di massa numerica.
Nel mondo dell’arte sono importanti sia la valorizzazione degli artisti storici che le giovani generazioni sulle quali puntare e far poi crescere.
Il compito di un gallerista, di un critico, di un curatore è di consigliare e portare una voce dettata dall’esperienza senza mai imporre o snaturare la creatività e la genialità dell’artista.
Chi applaude ad ogni respiro del creativo nasconde solo parvenza di falsità e mere illusioni per chi casca nella rete.
Confrontarsi fra artisti, aprire nuove conoscenze e possibilità di scambio è la prima azione per creare una rete di condivisioni e collaborazioni. Ecco perché è così importante dedicarsi allo studio, visitare mostre, comparare il proprio lavoro con quello degli altri e soprattutto imparare ad ascoltare chi può dare un consiglio sincero.
L’esperienza e gli errori insegnano, si sbaglia, si commettono pecche e passi falsi, ma anche cadere è utile per evitare ostacoli e impicci la volta successiva.
Per una propria sicurezza percettiva si tende quindi a dare un nome alle cose, a ciò che si vede, per paura di sbagliare a dire o a fare, questo capita perché senza un titolo o una dicitura di fondo si ha paura di commettere peccato nel non dare una giusta classificazione e peso a ciò che si presenta. I tanti "Untitled - Senza Titolo" delle opere d'arte contemporanea hanno abbattuto queste frontiere, la paura di non sapere ciò che rappresenta e il coraggio invece di dare la libera interpretazione all'opera che nasconde così un mondo infinito di dubbi, perplessità, sicurezze inconsce, tutto per far si che l'uomo contemporaneo possa discutere in primis con se stesso e successivamente con il quotidiano esterno che lo circonda.
In maniera sbrigativa si arriva a liquidare un artista e le sue idee per mancanza di inventiva e creatività, mai dubitare, mai pompare poi ciò che appare come aria fritta, mai interpretare voli pindarici, mai lasciarsi sedurre e incantare da forme, parole e colori che non aggiungo nulla al nulla. È importante prima di tutto imparare a guardarsi allo specchio per poter vedere riflessa l'immagine odierna che si proietta forse in un futuro prossimo, calpestare la Luna fu un sogno che si è raggiunto, ma non significa essere arrivati, solo aver percorso un pezzo di strada.
Un'opera d'arte che la si chiami pittura, scultura, performance, video o altro è solo una terminologia fine a se stessa, è imparare a leggere oltre la superficie che conta, serve conoscere e fornire creatività e spunti emozionali, sociali e visivi, come serve farlo con le persone giuste, con la critica corretta, con i professionisti che si possono nominare tali e con gli spazi corretti deputati a mostrare non a dimostrare, dimostrare cosa? Soldi, potere, grandezza, investimenti, visibilità, perché spesso si dimostra, ma non si mostra quel qualcosa che sa di speciale e fondamentale: l'arte.
Massimiliano Sabbion

Tuesday, December 6, 2016

Impressione ad arte. Da Monet a Banksy: cosa si coglie dell’attimo contemporaneo?


 
Perché gli Impressionisti hanno così tanto successo e appeal oggi a distanza di oltre un secolo? Come mai la rivoluzione perpetrata da questi giovani artisti nel lontano 1874 è così amata ed attuale nel mondo contemporaneo? Possibile che i coetanei di Claude Monet, Paul Cezanne, Edgar Degas, Berthe Morisot, Filippo de Nittis, Camille Pissarro, Auguste Renoir, Alfred Sisley non furono capaci di vedere la potenza tecnica ed emotiva di questo nuovo modo di far pittura?
No, nessuno si accorse di quello che stava decretando le basi del mondo contemporaneo dove si cominciava a guardare lo spazio aperto con la visione del carpe diem, cogli l’attimo.
Passati poi i decenni nuove generazioni si sono allontanate dal mondo impressionista per esplorare non solo ciò che si vede, ma ciò che si sente e si esprime attraverso le sensazioni e l’emotività, indagando ora il mondo dei sogni e del surreale, ora la concretezza e l’astrazione.
L’arte nel corso del Novecento si è evoluta in continue esperienze e ricerche, è passata ad essere associata alla parola “arte” un suffisso diverso di volta in volta, l’arte è quindi polemica, sociale, visiva, introspettiva, concettuale, sperimentale e, cambiando supporti e materiali, è riuscita a trasformare modo e modi di esprimersi.
Dal pennello e colori l’arte ha trovato nuove espressioni con la performance, la body art, la Land Art, la videoarte, quindi uscendo dagli schemi come, appunto, fatto a suo tempo dagli Impressionisti che sono andati oltre alla semplice visione, imparando a guardare il mondo con altri occhi.
Subito i nuovi linguaggi artistici non vengono presi in considerazione o semplicemente non sono capiti, solo successivamente l’importanza di un cambiamento arriva ad essere fagocitata e immagazzinata dalla storia e critica prima e dal pubblico poi.
La sovraesposizione di mostre, testi, riproduzioni e lunghe code per toccar con mano l’arte del passato produce sempre un discreto fascino, visto i numeri che poi si producono alla fine di ogni esposizione, sarà mica che il passato rassicurante e tumulato tira più del presente sul quale investire per un futuro che deve prepararsi? Forse si.
Il passato è sepolto così come lo sono gli artisti e i loro pensieri, di loro restano le opere realizzate e la storia attuale può sbizzarrirsi come meglio crede impostando convegni, mostre, scritti…
A volte il tempo trascorso si documenta, a volte si riscrive a proprio vantaggio, ma ciò che resta sono le idee che si sono concretizzate nell’opera d’arte, ora davanti agli occhi di nuove generazioni e pronte a nuovi stimoli.
Le nuove tecnologie, le scoperte scientifiche, la globalizzazione social e la comunicazione hanno abbattuto frontiere, forse creandone altre, lasciando in trasformazione lo spazio ad una diffusione di pensieri più ampia e più completa.
Allora lo scambio che avviene è uno scambio che si fa cultura e diffusione, curiosità per le cose che ormai sono passate e affascinano per quello che hanno rappresentato e sono state: simboli di un passato glorioso che è ora definito e storicizzato e l’arte si è fatta portavoce di un cambiamento epocale e stilistico.
Frequentemente capita che nessun artista contemporaneo è inteso nel suo linguaggio e il pubblico di oggi fatica a comprenderne il significato e la visione: Paul Cézanne si lamentava di essere nato troppo presto e che solo la generazione futura avrebbe capito e apprezzato il suo lavoro, cosa che è avvenuta con i Cubisti successivamente; Marcel Duchamp è stato spesso citato dagli artisti concettuali come il padre di tutte le provocazioni da Piero Manzoni a Maurizio Cattelan; i rivoluzionari Futuristi avevano la stessa forza di imporre le loro idee di un mondo che cambia che hanno ora oggi gli Street Artist, con la loro concezione di arte di strada che ha abbattuto istituzioni e luoghi deputati della cultura e si è rivolta al mondo esterno, al popolo, uscendo dal vecchio e dagli schemi preconcetti.
I primi graffiti di Keith Haring furono osteggiati e visti come sfregio ai luoghi pubblici ora, dopo quasi oltre venticinque anni dalla morte del “graffitaro di New York”, si parla di Urban Art, di artisti “famosi per non essere famosi” come l’inglese  Banksy, di artisti chiamati dalle stesse istituzioni che prima li avversavano, ora li convocano per valorizzare la città con iniziative, tour e app con mappe dei luoghi dove trovare i muri realizzati dagli stessi street artist.
Un po’ come avviene oggi con le gite e corriere organizzate per le mostre impressioniste che valorizzano il territorio e danno visibilità ai luoghi, si portano le tele dipinte en plein air alla visione di tutti, in spazi chiusi, per assaporare il tempo perduto che rivive nei capolavori ormai senza epoca.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, December 2, 2016

Alla fiera delle curiosità. L’importanza del confronto e del dialogo nell’arte contemporanea.

 
L’arte contemporanea ogni anno si mette in mostra nei grandi spazi concessi con fiere ed esposizioni in tutto il mondo, saloni e rassegne che riempiono gli occhi di arte e artisti storici e nuove proposte.
Art Basel Miami in questo periodo, fiere internazionali e locali poi per il resto dell’anno, ogni stagione ha i suoi frutti e ogni periodo quindi trabocca di cose già viste, di passato e di novità.
Il bello delle fiere d’arte è proprio questo: un ripasso di quello che è stato e uno sguardo su quello che deve arrivare.
L’aria che si respira all’interno degli spazi espositivi è un’atmosfera che fa sempre bene per tutti, per i semplici curiosi e appassionati, per i collezionisti, per gli artisti stessi soprattutto perché è con il confronto e lo studio che si progredisce e non rimanendo chiusi nel proprio atelier e tra la sicurezza effimera delle proprie mura.
Spesso si ha paura di rimanere “contaminati” dall’arte altrui, ma se un artista è originale non ha nulla da temere a livello creativo, anzi, il dialogo che si frappone tra la sua opera e quella di altri è un muto dialogo tra ciò che è e ciò che sarà.
È la curiosità che spinge l’uomo a trovare le soluzioni e a far scoperte, senza di essa non ci sarebbero innovazioni e creazioni, quel pizzico di incoscienza e pazzia che si trasmette e che riesce poi piano piano ad arrivare a tutti, come tanti pulviscoli di polvere che in un modo o nell’altro si insinuano nelle cose.
Se manca la follia e la curiosità è difficile che esista l’arte, l’artista, come il creativo, prova per incoscienza e voglia di esprimere prima che con voglia di mercato. Chi si sottomette al potere delle logiche di marketing, del mercato e del dio denaro prima o poi cadrà perché non c’è nulla di più pericoloso che seguire la strada del successo facile, alla fine non si arriva che ad arricchire le tasche di questo o quell’ente, di fare gli interessi di chi ha visto il guadagno facile nell’impresa effettuata e, snaturando il concetto iniziale dal quale si è partiti, si arriva a decretare la fine molto presto bruciando tappe e opportunità.
 
 
Se il primo a non credere nelle cose che fa e nell’arte è l’artista come si può pretendere che a seguirlo sia poi il pubblico? Con quale boria si arriva a ergersi Maestri se per primi non si ha l’umiltà di capire e confrontarsi?
In queste manifestazioni si notano spesso artisti presenti solo perché bisogna esserci o per imposizione della galleria di riferimento o per mera visibilità, si vedono lì, fermi nello stesso posto dall’inizio alla fine, senza voglia e necessità di muoversi, di aprire gli occhi verso altri stand e altre realtà, senza nessun impegno e senza nessun interesse oltre il proprio metro quadro.
È una storia triste da documentare, ma esistono davvero persone che non si comparano affatto e rimangono fisse con le loro ideologie e prese di posizione.
Altri invece vanno a “caccia” di emozioni e di pensieri, discutono, parlano con altri artisti, giocano le loro carte attraverso la non prevedibile voglia di imparare e di capire, un critico, un altro artista, un gallerista, un organizzatore dell’evento.
 
 
Più che farsi conoscere è importante farsi un parere di quello che accade e aprire il mondo verso nuove realtà, non si finisce mai di imparare e di studiare? Certamente! Non si è mai paghi e se si arriva anche solo a pensare di mettere la parola fine alla ricerca di ciò che si crea, allora non si ha null’altro da aggiungere e dare, anche quando si arriva in un luogo, poi, si riparte.
La fantasia aiuta, la padronanza di sé e dei propri limiti e potenzialità pure, ma è grazie al confronto e al bisogno di sapere che si arriva lontano, oltre i percorsi fisici ciò che conta sono i percorsi mentali. Una fiera, un’esposizione devono essere delle opportunità di scambio non di chiusura o di valorizzazione solo personale su chi ha di più e di meglio, bisogna sempre più imparare a guardare e non frenarsi a vedere.
Se l’uomo si fosse limitato a guardare e sognare la Luna, lo sforzo di provarci e arrivare poi a calpestare il suolo del nostro satellite non si sarebbe mai avverato.
 I sogni aiutano a guardare in alto, ma è la curiosità e la possibilità e voglia di volerli applicare che li fa raggiungere e realizzare.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 29, 2016

Luna ed arte. l'altra faccia della creazione



"Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro"
 (Mark Twain)

 Si tende, giustamente, a mostrare sempre il lato migliore di se stessi, sempre la medesima faccia della medaglia con impresso il disegno più bello, sempre la realtà più conveniente e migliore.
Lo specchio e la trama di presentazione di sé si ritrovano quando si cerca di apparire con gli aspetti più convincenti e prodotti migliori da presentare al pubblico, senza mai scordare anche l'altra faccia che non si vede, le altre realtà che si tengono nascoste, per paura o convenzione o semplicemente per debolezza e per non essere attaccati.
Un creativo quando presenta il suo lavoro lo confeziona e dà al pubblico nell'aspetto che ritiene essere il più congeniale al momento della presentazione: preparato, pulito, studiato e ricercato, si presenta così poi a chi lo amerà e a chi lo denigrerà perché, per quanto impegno venga profuso, accontentare tutti è un'impresa impossibile.
Ma il lavoro che è portato agli occhi di chi guarda è senza dubbio solo una piccola parte di quello che viene visto, l'artista nasconde spesso l'altra faccia della medaglia, quella che ha costruito nel corso del tempo ed è fatto di ricerca, di studio e di pazienza, di ripensamenti, di dubbi e di slanci emotivi conditi di fiducia così come di incertezze.
Un po' succede anche alla Luna, nasconde una parte di sé e mostra sempre lo stesso lato, il simbolo romantico per eccellenza, la Luna, amata dagli artisti e dai poeti, deprecata e nascosta dai rivoluzionari a favore del progresso e del nuovo che avanza.
 
Giacomo Balla - Lampada ad arco (1909-1911)
 

Giacomo Balla nel 1909-1911 realizzò l'opera, un olio su tela, intitolato "Lampada ad arco", focalizzando un cambiamento storico in atto e una particolare visione sia per la tecnica che per il soggetto, un quadro che è diventato il simbolo di un periodo e di un cambiamento epocale.
È la rappresentazione di un lampione elettrico che illumina la notte con i suoi fiotti di luce, sopraffacendo persino lo spicchio di Luna: l'innovazione e la poesia del nuovo che avanza decantato dai Futuristi, copre il timido bagliore naturale della Luna cui generazioni di creativi si sono rivolti, cercando in lei la speranza e la fiducia.
Il satellite lunare però ha continuato a mostrare sempre la stessa faccia, costantemente, senza bisogno di svelarsi, rimanendo fedele a se stessa, nonostante le congetture del tempo, le fantasie dell'Orlando Furioso che cerca il sennò sulla Luna, le supposizioni di basi alieni sull''altro lato nascosto, le teorie e i mutamenti naturali, tutto quello che non è svelato si colora di mistero e di fascino.
Sarà per questo che la Luna è ancora oggi così studiata, amata e sempre poi ogni creativo a lei si rivolge, in fondo il periodo del Romanticismo non è morto, si alterna e affievolisce nel tempo e la Luna, come la creatività, rimane sempre visibile.
Che cosa nasconde la facciata che non si vede? Quel retro della medaglia che nessuno percepisce o pochi notano? In realtà quello che non si nota serve tanto quanto il lato bello della stessa, un artista quando realizza le sue opere ci abitua a vedere e godere solo del prodotto finito: una tela, una scultura, una performance, un video, uno scritto, sono solo la conclusione di un lungo lavoro fatto di prove, schizzi, disegni, segni, ore di ricerca e di studio, di letture e confronti, di mostre visitate, di studi d'artista che profumano di lavoro diverso dal tuo, di pensieri e di sogni, a volte andati a male, altri che sanno di buono.
Quello che non si vede non significa che non si avverte, così vale per tutta quell'arte emozionale che fa pensare, si fa critica e fa salire in testa una sensazione, come è possibile dire allora che solo quello che si vede come prodotto culminante sia l'unico che vale?
 
Lucio Fontana - Concetto spaziale (1951)
 

Un taglio di Lucio Fontana è forse un gesto prodotto in pochi secondi, ma in realtà nasconde molto più che un gesto, un concetto forse, si, un "Concetto spaziale" come da titolo dato a molti suoi capolavori, un'idea in cui ancora una volta torna la Luna, sospesa, nel tempo e nello spazio a guardare gli uomini che ogni giorno si affannano alla ricerca di una propria verità, di un proprio posto nel mondo, di una propria idea.
Il giudizio che si fa davanti ad un'opera d'arte arriva di solito d'istinto, senza magari conoscere cosa ha portato l'artista a creare e concepire quello che propone, senza conoscerne la storia, il percorso e la fatica conquistata ha la stessa valenza di una pretesa invalicabile, come quella di condurre in un porto di fiume una nave da crociera: gli spazi non bastano e la presunzione di far entrare le cose in superfici non adatte e ristrette porta solo al disastro.
Prima di avventarsi e scagliarsi sulla bruttura o meno dettata dalla soggettività dell'esperienza è sempre bene capire cosa c'è dietro quella faccia nascosta, poi, il giudizio vien da sé confermando o meno le impressioni date.
Tanto, anche la Luna rimane lì e imperterrita mostra la sua faccia solcata da silenzi e spazi, da crateri e spianate distese, non cambia, ma guarda.
Massimiliano Sabbion
Foto della Luna di Nicola Schiavon