Friday, September 18, 2015

Concettualismo: quando un re è nudo. Penso, dunque sono.


 
Quando davanti ad un’opera d’arte (scultura, performance, video) non si capisce quello che si vede allora si dice che è un’opera concettuale.
È la proposta fatta dall’artista di turno che presenta un linguaggio non facile e non comprensibile alla prima visione. Un’arte che presuppone un codice da decodificare per capire, comprendere e “messaggiare” con lo spettatore, ognuno ci vede quello che vuole, ma il concetto iniziale detto e fatto dall’artista arriva sempre puntuale con la classica e scontata frase “l’artista voleva dire che…”

 
Spesso l’arte di concetto travalica e va oltre a quello che uno pensa e si cerca, anche forzatamente, di trovare un significato a quello che si apre alla visione degli oggetti più disparati. Vendere al pubblico e al mercato un’idea e un’astrazione non è una delle imprese più semplici, una grande idea presuppone grandi operazioni di massa e di marketing e una buona dose di coraggio e faccia tosta per presentare tavole imbandite di niente o mucchi di roba vecchia da far concorrenza ad una discarica delle più note favelas, ma si sa, “l’artista voleva dire che…

 
Si assiste ad opere di ready made duchampiani in cui gli oggetti perdono il loro valore e ci si ritrova davanti il superamento delle antiche “Fontane”, “Scolabottiglie” e “Ruote di bicicletta” che ritornano ad essere pisciatoi, ruote e sgabelli presi dal garage di casa e fuori uso.

 
Spesso la creatività si sposta su oggetti che si assemblano con strani macchinari ricavati da motori di lavatrici, collegamenti elettrici, macchine celibi che non producono meccanicismo o utilità alcuna ma solo il piacere mastrubatorio della visione, una classica “sega mentale” prodotta dall’artista a favore di chi guarda e cerca di capire.


 
Torri di oggetti spaccati e sporchi, piatti rotti, bambole senza arti, rovistamenti vari tirati fuori da qualche discarica o svuotamenti di soffitte e cantine (l’arte raggiunge il cielo o i sotterranei), oggetti investiti di storia passata, qualcuno li ha usati, sfruttati, buttati, rotti e alla fine diventano testimonianza d’arte passata, indistruttibili e indimenticabili e quindi accozzabili l’uno con l’altro.

Ma perché tanta spazzatura diventa arte? Anche se per dirla tutta perché tanta arte è spazzatura?

Spesso tutto questo concetto del concettuale francamente stufa, e un piatto rotto che gira su un motore di lavatrice mentre una bambola rotta dondola su un attaccapanni rovesciato in cima ad una scala fatta di cassette di legno su cui penzola un carillon scordato a me ricorda “un piatto rotto che gira su un motore di lavatrice mentre una bambola rotta dondola su un attaccapanni rovesciato in cima ad una scala fatta di cassette di legno su cui penzola un carillon scordato”.


 
Poi il tempo, la memoria, il passato, il concetto di un mondo legato alla società contemporanea e al passato dell’artista che chiama in causa i pensieri e le emozioni dello spettatore a livello globale ritornano e si incontrano e scontrano coi nostri, ci si ferma, si passa, si pensa, si scorda o si ricorda.

Il concettuale manzoniano della “Merda d’artista”, l’arte tutta di Joseph Beuys e di Joseph Kosuth, le varie correnti di Arte Povera, Land Art, Body Art, gli happening e le performance da Yoko Ono a Marina Abramovic e tutti gli artisti contemporanei presenti nelle più disparate esposizioni e Biennali in tutto il mondo ripetono le stesse idee e lo stesso sentire quotidiano: uno sforzo mentale ed emozionale che serva a scuotere e a far pensare, spesso accade anche il contrario e si guarda il tutto in maniera indifferente o schifata.


 
Cascare in piedi non è facile, ribaltarsi invece nella mediocrità accade molto sovente quasi come una poesia banalizzata dove una rima baciata finisce per cozzare con parole come “amore” che inevitabilmente finiscono per far a rima con “cuore” e “fiore”.

 
Non è semplice evitare le strade del pensiero facile e citazionistico, spesso ci si imbatte e si arriva a creare un’originalità che manca, scongiurando i confronti si arriva a esplicare frasi puramente poco intelletual chic del tipo “Che palle!”, “Che cacchio significa?”, “Ancora rifiuti e detriti accatastati?”,“Già visto e rivisto”.
 
 
Come se ne esce poi da queste letture interpretative? Spesso distrutti e turbati con un bel “Io non ci capisco nulla”.
Non condanno il concetto, non biasimo l’idea, non distruggo l’artista ma non trinceriamoci dietro carenza di idee con “è un’opera concettuale”, vale anche per chi scrive, abbasso i voli pindarici e i paroloni che alla fine non dicono nulla.

Non si faccia dell’arte la burla dei “vestiti nuovi dell’imperatore” da dove esce la voce innocente di qualcuno che urla “ma il re è nudo!”, pura verità e cruda realtà.

Penso dunque sono? Ecco, appunto, pensa. Poi, forse, sarai.

Massimiliano Sabbion
 
Vecchiato Arte S.r.l.
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