Thursday, April 9, 2015

inVECCHIATO ad ARTE. Esegesi di un'opera - Tono Zancanaro Gibbone a tavola (1945)


   Gibbone a tavola (1945)
 
La storia del Gibbo comincia con l’ispirazione al personaggio, interpretato dall’attore Victor McLaglen, protagonista del film Il traditore (The Informer) di John Ford, film del 1935 sulla resistenza irlandese.

Gypo Nolan è un personaggio deforme nell’anima e nel corpo, è la figura del traditore; Gibbone è un animale svergognato e licenzioso  è anche il nome della scimmia che allo zoo fa tanto ridere i bambini per come mostra il suo sedere spelacchiato”, è animale ritenuto impudico e lascivo.
Gibbo, Gibbon, Gibbone… Il progenitore della serie è L’Angelo o The Angel come a volte scritto nei fogli dall’artista, un lottatore di circo visto nel 1939 in uno spettacolo a Bolzano. Tono, fratello dell’artista Cesare Zancanaro, rimane colpito dal corpo gigantesco e dalla forma della testa semitriangolare che diventa la caratteristica per il suo personaggio.

Il primo Gibbo viene disegnato nel 1937 e regalato al filosofo e amico Ettore Lucini, fondatore a Padova del Circolo del Pozzetto nel 1956, punto di riferimento per la formazione politica di Tono Zancanaro insieme con Eugenio Curiel, Concetto Marchesi ed Egidio Meneghetti.

Secondo alcuni il Gibbo non è altro che “la caricatura del tronfio Mussolini”, gibbone ridicolo espresso in una sorta di antifascismo dall’autore insofferente alla dittatura, alla falsità e all’ingiustizia.

Come ricordato dallo stesso artista: “Erano gli anni più neri della mascherata fascista; l’Abissinia prima, la Repubblica spagnola subito dopo. Il testone romagnolo sembra davvero mandato dalla Divina Provvidenza, proprio a noi italiani, per mettere a posto il mondo. Gibbo, che non sbagliava mai, Gibbo, che aveva sempre ragione; che era tutti noi, Padre e Madre della Patria. E Gibbo, come forma e come “suono” arrivò giusto giusto, a cavallo di una pellicola di J. Ford, che nel “Traditore” presentò un “gibbo” che pareva tagliato sulla misura del testone romagnolo (…)
Gibbo, il Gibbone che vede sente e pensa con le spalle; il Gibbone della cronica del ventennio è una perla tipicamente nostrana.”

La figura del Gibbo è rappresentata in vari momenti sia nella quotidianità che in una forma maestosa toccando punte quasi surreali.

Attraverso un linea ben marcata, pulita e lieve, viene disegnata l’enorme massa del protagonista che si trova a vivere in mondi reali o fantasiosi ma capace di fare tantissime cose e mestieri dal funambolo alla ballerina, dal musicista all’artigliere e come riporta Carlo Ludovico Raghinati: “Il Gibbo è farrfalloctono, paracadutista, pilota, autista, schermidore, violinista, coltivatore, archeologo, accademico, cavallerizzo, enciclopedico, romantico, classico, sognatore, Kellerina, Venere autoctona, mimetizzato, toro...” in conclusione una personalità tuttofare.

Una corte di personaggi accorre in supporto al Gibbo quali Gibba Gaetana, Gibboncina, re Vittorio Emanuelle III e figlio il principe Umberto, Gabriele D’Annunzio, chiamato l’Orbo Veggente a causa della benda che gli copriva l’occhio destro leso nel corso di un ammaraggio sulle acque di Caorle, e poi Giorgio De Chirico, chiamato Giorgio Mostarda…

L’opera, rappresenta Gibbo seduto a tavola intento a pensare con lo sguardo fisso in avanti e una mano sul capo; si deduce che pensa a cosa scrivere vista la presenza di fogli da lettere, una penna con pennino e un calamaio.
L’ambiente è spoglio poiché occupato dalla sua immensa mole ma punte di decorativismo si trovano nel quadro appeso a destra che rappresenta una Gibba e nel tavolo, con accenno di ornamento, un vezzoso parasole fa capolino sulla sinistra, un tocco ironico per la raffigurazione di un Gibbo poeta.

Il segno, come sempre, riconoscibile di Zancanaro si snoda nella velocità d’esecuzione e nella purezza lineare nel delimitare le forme.

Il disegno è firmato in basso a destra “76 TONO-1945”, il numero 76 compare in quasi tutte le firme dei lavori di Tono fino alla fine degli anni Quaranta, la sigla indica una data precisa: 7 giugno 1933, giorno in cui conosce Olga Volena di cui si innamora e che sarà fonte ispiratrice per un ciclo di opere.

Massimiliano Sabbion
 
 

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