Thursday, December 19, 2013

Italian painter: Cinzia Pellin

Cinzia Pellin was born in Velletri (Roma) in 19/07/1973. She frequented Fine Arts Academy in Rome, and graduated with full grade in the course of scenography, with drawing Master Vendittelli. “Cinzia Pellin from some time, is going on a course tending to analyze more and more closer the female universe: a way of inner temper, a kaleidoscope full of charm and enticement, a planet dissected in a myriad of splinters, that get near and far, in the endless play of existence” (L. Guarino)







Inquadrature asimmetriche, irregolari. Tagli giocati sull’ingrandimento del dettaglio anatomico. Non volti, ma particolari di volti, presi di scorcio come fossero paesaggi. Incarnati che mantengono nella stesura a olio il bianco e nero essenziale della fotografia e vengono esasperati da una dimensione assai prossima alla gigantografia. Uniche note di colore: verdi acqua e blu marini appena accennati, trasparenti quasi, a definire gli occhi, e il rosso fiammeggiante delle labbra a cui, talvolta, si affianca anche quello delle unghie. Un rosso assoluto, provocante, sfacciato. Che stordisce ed esalta, come la bellezza, astratta da quanto e’ perfetta, di queste donne.

Chi sono le misteriose creature che ci scrutano, ammiccano, invitano dalle tele di Cinzia Pellin? Qualcuna la riconosciamo. Ci pare di averla gia’ incontrata fra le pagine patinate di una  rivista di moda, a una sfilata, forse a Milano, o forse a Palazzo Pitti a Firenze. C’e’ Anita Eckberg, colta in tutta l’esplosione della sua sensualita’ prorompente, come appena uscita dal set della “Dolce vita”, dopo la ripresa dell’immersione nella fontana di Trevi.

Poi c’e’ lei: la voluttuosa, abbagliante Marilyn Monroe, la femmina per antonomasia, il mito. L’amante piu’ desiderosa al mondo, l’amica dei potenti che sosteneva le sarebbe bastato piacere ai camionisti, e che ha finito per togliere il sonno e accendere la fantasia a intere generazioni di uomini. Compare spesso l’attrice in questi dipinti, in una sorta di magnifica ossessione, con i suoi gesti morbidi e lenti che alludono a una resa e sono, al contrario, di conquista. Con la sua bocca socchiusa e con uno sguardo di desiderio fisso sull’obbiettivo, come se stesse facendo l’amore con la macchina da presa. E c’e’ qualche amica, qualche modella di recente, pronta a piegarsi docilmente alla regia dell’artista, che suggerisce pettinature, applica lei stessa i maquillage. Dice: mettiti cosi’, guarda la’, girati, sciogli i capelli, sorridi. E magari, di tanto in tanto, pure: piangi.

E’ a questo punto che succede un vero e proprio coup de théàtre. Dall’artificiosita’ della messa in posa passa inaspettatamente qualcosa che trascende la fissita’ delle espressioni e dei gesti. Qualcosa che ci fa vedere quelle facce come delle quinte teatrali sulle quali si staglia la vita. Cosi’, la formazione scenografica della Pellin si declina in una pittura dall’effetto scenografico, che altro non e’ che seduzione e meraviglia. Nel seicento, sarebbe stata una splendida pittrice barocca, probabilmente perseguitata dal tribunale dell’inquisizione per il trionfo di lussuria che traspira dai suoi quadri. Nel secolo scorso, avrebbe fatto arricciare il naso ai critici cosiddetti militanti, per i quali stranamente, l’impegno sociale si coniuga con la bruttezza estetica, quando non con la misoginia. E avrebbe fatto accigliare la femministe piu’ ortodosse, ossessivamente programmate a scovare donne oggetto ovunque. Specie nelle piu’ affascinanti.

Per fortuna sua la Pellin viene dopo queste epoche di eccessi. In piu’, e’ una giovane artista intelligente, consapevole di se’. Per lei l’eterno gioco della seduzione non corre il rischio di trasformarsi in giogo. Le sue, piuttosto, sono donne soggetto. Si riappropriano della femminilita’, dell’erotismo, imparano nuovamente ad ammaliare. Hanno congedato il confessore e lo psicanalista. Semplicemente, desiderano e amano essere desiderate.

Tornano ad ascoltare i vecchi trucchi delle nonne. Si fanno belle. Maniacalmente, spesso. E se a volte si dubita che esagerino con il chirurgo per far sparire il benche’ minimo difetto, comprendiamo che per loro, machiavellicamente, il fine giustifica i mezzi. Dalle bisavole mutuano anche i comportamenti. Alternano alterigia a debolezza, malinconia e allegria, arrendevolezza e imprendibilita’. Lacrime e risate. Espongono colli lunghi e candidi, avvicinano un dito a quelle bocche vermiglie, turgide e gonfie che si presagiscono esperte. Alludono, sospirano. L’aria distante e assorta di chi, cosciente del proprio potere, finge di non curarsene. O, al contrario, guardano con malcelata timidezza, languidamente, di sottecchi, da sotto in su, in una promessa di felicita’ carnale che si indovina non verra’ disattesa. Ed eccole, subito dopo, sicure della loro avvenenza, spavalde, dominatrici, superbe, liquidati all’improvviso falsi pudori e reticenze, puntare dritte ai sensi con una intensita’ che non prevede rifiuti. La donna del terzo millennio e’ questa, con umori, contraddizioni, segretezze che sono quelli di oggi e di sempre.

Cosi’ mentre questa pittrice sembra eseguire ritratti, dobbiamo prendere atto di quanto invece riesca a mettere a nudo l’anima.


Lorella Pagnucco Salvemini

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