Wednesday, May 27, 2015

Performance ed eccentricità: Marina Abramovic e pagliacciate pirallendiane

 
 



L'idea di un artista che si presenta al pubblico è segnata da un immaginario collettivo dove il protagonista (pittore o scultore) è identificato come "quello un poco strano ed eccentrico", diciamo che spesso questa prerogativa molte volte coincide con la personalità più che con l'arte.

Non necessariamente chi è artista è "strano"…

Questa convinzione di essere sopra le righe nasce forse dalla visione distorta e romantica del pittore bohèmienne che vive d'arte e poesia mista all'amore per il suo lavoro, povero in canna, solo e abbandonato senza speranze perché lui, piccolo genio incompreso, sarà valutato milioni di dollari solo in futuro, e lì, nel suo sottotetto umido e freddo la sua arte prende vita. Questa è l'immagine che ci è stata tramandata, un'idea poetica e disturbata dell'artista che, essendo fuori dagli schemi e dalle regole, vive in un mondo suo fatto di eccentricità e parallelismo con la società conformata.

Ecco, questo aspetto si è trasmesso nel corso dei tempi fino a creare le figure-mito di artisti come Salvador Dalì che ha fatto della sua vita una continua scoperta mista tra arte e gossip, portando all'apice i suoi prodotti artistici come risultato che "se non è un po' pazzo non è un artista".

 
Come non citare le opere di Jeff Koons con protagonista l'allora moglie Ilona Staller in arte Cicciolina? Una performance dal sapore duchampiano di vita e arte al limite dello scandalo costruito a tavolino.

 
Nel corso di questi anni quindi il fatto di vestirsi non seguendo le mode, usando accessori che fanno riconoscere (anche in maniera ridicola) l'aspetto dell'artista, condire il tutto da atteggiamenti tra il divismo e la polemica (che non guasta mai e porta a titoli di giornali e pubblicità), porta al risultato della "dimenticanza obiettiva": ci si dimentica di tutto tranne che del soggetto primario focus della nostra discussione, il prodotto finale: l'opera d'arte.
Molto spesso quindi ci si trova davanti artisti che conducono performance ineguagliabili, uniche, spettacolari e diciamola tutta anche ridicole!

È notizia di questi giorni l'"ennesima" performance performante della regina della body art, Marina Abramovic letteralmente furibonda con il rapper Jay Z, nel 2013 hanno collaborato nel video “Picasso Baby”, ispirato alla progetto “The Artist Is Present”, dove lei restava immobile, seduta di fronte al pubblico in totale silenzio (per una durata totale di 736 ore).
Nell’intervista a “Spike Art Magazine”, la Abramovic ha rivelato di essersi sentita usata: «Ci sono centinaia di persone che adattano il mio lavoro. Proprio adesso c’è qualcuno che ha fatto un film porno intitolato “Zadie is present”. La differenza è che, nel caso di Jay Z, io sono apparsa nel video. Sono arrabbiata perché Jay Z ha adattato il mio lavoro a una condizione: avrebbe aiutato il mio istituto. E poi non l’ha fatto. Il giorno prima venne nel mio ufficio e gli diedi l’intera presentazione, dicendo che avevo bisogno di una mano per creare il “Marina Abramovic Institute”. Invece lui mi ha usata e basta. Non è stato giusto. Lady Gaga, al contrario, ha fatto grandi cose con “Artpop”, e ha portato i suoi giovani fan tra il mio pubblico».

In realtà sono seguite poi le scuse del rapper e la notifica che i soldi furono a suo tempo versati non come Jay Z, nome d'arte di quest'ultimo, ma con il suo nome di battesimo: Shawn Corey Carter. Equivoco risolto e pace fatta, performance finita!

 
 
 
Performance nella performance? Forse lo status di Marina Abramovic dovrebbe concludersi con un ritiro dalle scene smettendo di apparire con quell'aura di spontanea e inconsapevole amante dell'arte performante.

Tante volte gli artisti si cospargono di incenso puro misto a ingenuità perché loro "sono artisti" e devono solo ispirarsi all'arte, alla poesia, alle cose che trasmettono nelle loro opere ma facile poi vedere quanto accanimento si ritrova in certi conti fatti e aule di tribunale per difendere cotanta poesia e proprio ispirati e ingenui bohèmienne non appaiono ma manager di se stessi e freddi calcolatori.
Per fortuna che esitono anche gli artisti che si possono considerare tali in quanto non abbisognano di performance o di scenette di genere per risaltare ma sono davvero le loro opere a parlare.

 
A conclusione riporto un episodio che possiamo annoverare tra le performance più sincere e riuscite: le reazioni di Luigi Pirandello alla notizia del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934.
La casa dello scrittore a Roma è  invasa da giornalisti e fotografi, e l'anziano scrittore è costretto a mettersi in posa, curvo sulla macchina da scrivere, per assecondare il pubblico, batte sulla tastiera con un dito e riempie un foglio con una sola ripetuta esclamazione: "pagliacciate! pagliacciate!".

Massimiliano Sabbion

Vecchiato Arte S.r.l.

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Monday, May 25, 2015

REMEMBER ME. Personale di Silvio Fiorenzo, reportage dell'ianugurazione, venerdi 22 maggio 2015



Inaugurata venerdi 22 maggio presso la galleria Vecchiato Arte a Padova la personale dell'artista Silvio Fiorenzo a cura di Massimiliano Sabbion.

La pioggia non ha frenato l'entusiasmo e la numerosa partecipazione del pubblico che si è immerso in uno spazio fatto di colori e forme in cui il passato riprodotto nelle tele dei grandi maestri della storia dell'arte dialoga con i fumetti e i cartoni animati simbolo del nostro secolo.
Episodi e personaggi biblici, mitologici o semplici soggetti figurativi su cui si stagliano colorate descrizioni contemporanee composte da protagonisti tratti da fumetti e cartoni animati diventano lo spunto per la creazione di storie nuove in storie già esistenti.

Con la forza dei disegni e dei colori il pubblico chiamato in causa si amplia in una sorta di riconoscimento visivo sia delle opere d'arte riprodotte che degli stessi fumetti: un continuo fermento di rimando per una sorta di "letteratura disegnata" rivalutata e riconosciuta in un modo diverso.

Non a caso emergono, accanto ai grandi maestri della pittura del passato quali Caravaggio, Ingres, Gentileschi, Tiziano, i più grandi fumetti d'autore, con figure come Hugo Pratt, Peyo, Elzie Crisler Segar, Jerry Siegel e Joe Shuster, Bob Kane e Bill Finger, Quino e all'icona contemporanea incarnata in Walt Disney, fino ad arrivare al mondo orientale con i manga  di Yumiko Igarashi e Monkey Punch.

È un gioco all'identificazione, sia dei grandi pittori e delle storie narrate, che dei fumetti, dei manga e dei cartoni animati: convivono in uno stesso spazio l'Ape Maia con Candy Candy vicino a Biancaneve e a Bugs Bunny che contornano e sovrastano coi loro colori una pia Madonna del XXVII secolo.

I fumetti, presi singolarmente, vivono una loro storia e un loro percorso, in Silvio Fiorenzo globalmente rappresentano una nuova dimensione di vita e di pensiero, un nuovo "genere di evasione" che interessa a tutti i livelli sociali una moltitudine di lettori di ogni età, sesso, religione e appartenenza culturale che in essi si riconoscono.

Le opere riprodotte sono il substrato di un inconscio accaduto dal quale parte la base di antiche narrazioni fatte di eroine, di storie mitologiche e simboliche, quasi vecchie fotografie in bianco e nero, un trascorso dove i personaggi dei fumetti e dei manga si sovrappongono e dialogano con il passato diventandone parte unica del consumo quotidiano dell’uomo, tanto da acquisire il pieno diritto di essere inclusi nella cultura contemporanea.

Vecchiato Arte
via Alberto da Padova, 2 Padova
lun-sab 10-13 e 15.30-19.30
ingresso libero

Vecchiato Arte S.r.l.

Web site: www.vecchiatoarte.com
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Thursday, May 21, 2015

Remember Me. Eroi di carta nei colori di Silvio Fiorenzo



La Vecchiato Arte è lieta di presentarvi la mostra Remember Me. Eroi di carta nei colori di Silvio Fiorenzo, nella prestigiosa sede espositiva di Via Alberto da Padova, 2 a Padova.

Nelle tele di Silvio Fiorenzo rivivono, per mezzo di riproduzioni monocrome, episodi e personaggi biblici, mitologici o semplici soggetti figurativi su cui si stagliano colorate descrizioni contemporanee composte da protagonisti tratti da fumetti e cartoni animati: si vengono così a creare storie nuove in storie già esistenti.

È un gioco all'identificazione per una sorta di "letteratura disegnata", sia dei grandi pittori e delle storie narrate, che dei fumetti, dei manga e dei cartoni animati: Gentileschi, Caravaggio, Ingres, Gentileschi, Tiziano convivono con Hugo Pratt, Peyo, Bob Kane e Bill Finger, Quino e all'icona contemporanea incarnata in Walt Disney, fino ad arrivare al mondo orientale con i manga  di Yumiko Igarashi e Monkey Punch.

Dal testo critico di Massimiliano Sabbion in catalogo: "Le composizioni di Silvio Fiorenzo sono quindi una finestra verso altri mondi, dove si mescolano episodi trascorsi e correnti, ricordi e déjà vu tuttavia ancorati al nostro quotidiano, s’intuisce allora l'importanza del fumetto come veicolo di idee, più che come semplice forma d'intrattenimento.

I fumetti, presi singolarmente, vivono una loro storia e un loro percorso, in Silvio Fiorenzo globalmente rappresentano una nuova dimensione di vita e di pensiero, un nuovo "genere di evasione" che interessa a tutti i livelli sociali una moltitudine di lettori di ogni età, sesso, religione e appartenenza culturale che in essi si riconoscono."

Il fumetto è stato usato nelle opere della Pop Art da Andy Warhol a Roy Lichtestein e la Pop Art per passare poi a Ronnie Cutrone, Kenny Scharf, Jeff Koons, Banksy e Takashi Murakami.

Una globalità di segni e disegni che rivivono senza spazio e tempo in un'unica superficie: una tela di Silvio Fiorenzo.

Inaugurazione 22 maggio ore 18:30
Vecchiato Arte
via Alberto da Padova, 2 Padova

lun-sab 10-13 e 15.30-19.30

ingresso libero

Tuesday, May 19, 2015

Arte e fumetti. Immagini che invadono la nostra quotidianità

 
Sommersi dal mondo delle immagini lo siamo ogni giorno: dalla sveglia mattutina dello smartphone con le emoticon, dalla tv mentre si fa colazione, dalla lettura del giornale, dai cartelloni pubblicitari per le vie della città che ci portano al lavoro, dal pc che si accende e…nuove immagini ancora che ci invadono: è una Sin City globale che a colori o in bianco e nero risulta ad ogni angolo.

Tutto è parvenza, impensabile ora la città senza graffiti, senza manifesti pubblicitari, senza colori e forme. La nostra vita avanza senza bisogno della parola ma solo con il globale bisogno di espandere l'occhio e vedere, la vita come un grande fumetto a cui mancano le strip con tanto di nuvolette e puntini di sospensione intervallati da suoni onomatopeici che esprimono i nostri GULP! GASP! BANG! SLAM!

Parlare per immagini è uso comune ormai anche nelle istruzioni di montaggio di qualsiasi prodotto, i giapponesi lo fanno da molto anche per spiegare come si scende e sale da un bus ad esempio. Nella quotidianità forse mancano i personaggi mitici e fantastici che ritroviamo nei fumetti, nei manga o nei cartoni animati, manca il supereroe che salva il mondo, il robot spaziale che si trasforma in "un razzo missile", la magia che trasforma deliziose bambine in splendide ragazze canterine, viaggi fantastici compiuti con la mente e la fantasia che si ritrovano invece nelle pagine di qualche almanacco o che prendo vita poi in uno schermo al plasma.

La generazione dei nati tra gli anni '70 e '80 del Novecento si sono beati di colori e forme che hanno popolato le loro ore e spazi e una volta adulti è diventato quasi naturale mettere in discussione i miti di un'infanzia.

Marketing e merchandising hanno fatto ricomprare l'infanzia perduta a rampanti quarantenni attraverso dvd, ristampe, film e gli artisti stessi, figli di questa genesi, non sono rimasti insensibili a questi cambiamenti.

Dall'esplosione della Pop Art che per prima vede nel fumetto il concetto di "arte per tutti" con artisti come Andy Warhol che riveste le sue serigrafie di colori accessi ed eccessivi usando dive come Marylin Monroe come un cartone animato, prodotto della società hollywoodiana o Roy Lichtestein che ripropone il fumetto trasformandolo in una forma d'arte snaturata dalle pagine per diventare capolavoro su tela o la creazione del bambino atomico di Keith Haring, partorito proprio dalla tv e dalle immagini degli anni Ottanta.

Fino ad arrivare ad autori contemporanei come Ronnie Cutrone che porta in primo piano i personaggi dei cartoni animati come soggetti delle sue opere, Kenny Scharf col suo popolo di colori e forme smisurate, Jeff Koons dove vita e opera diventano eccesso, colore e caricatura, una sorta di supereroe al di là dei tempi.

L'ossessione per l'icona del XX secolo, Mickey Mouse, diventa il centro focale dell'opera a tratti macabra e decontestualizzata di Nicolas Rubinstein, per arrivare alla Street art di Banksy, artista che sembra uscito da un romanzo fumettistico, essa stessa opera fumettistica riprodotta con stencil e provocazione. E come non citare Takashi Murakami nato coi manga giapponesi e conosciuto proprio per le sue ironiche sculture e pitture create da coloratissimi acrilici carichi di oggetti e di personaggi? Il simbolo della nostra forma di globalizzazione che passa indenne i decenni tra autori italiani quali Laurina Paperina e Silvio Fiorenzo.


Fumetti, manga, cinema d'animazione sono essenzialmente il riflesso antropologico e grafico della nostra società che si popola di significati e personaggi: Lady Oscar ha insegnato a intere generazioni la Rivoluzione Francese, Corto Maltese ci ha fatto vedere nuovi mondi nelle sue avventure, Spiderman è l'eroe quotidiano dai grandi poteri e dalla grande responsabilità.


Accanto alla fantasia vivono anche i personaggi reali che sono opere d'arte viventi quasi usciti da un mondo fantastico tra Lady Gaga strabordanti e le varie Paris Hilton e Pamela Anderson platinate fino ad arrivare ad eroi che incarnano altri eroi come Robert Downey Jr. diventato Iron Man o Heath Ledger inquietante Joker moderno in Batman-Il cavaliere oscuro diretto da Christopher Nolan.

Specchio di quello che siamo il fumetto è un'arte, ma anche l'arte è un fumetto e le distinzioni si fanno sempre più labili.

Massimiliano Sabbion
 
 
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Friday, May 8, 2015

Corriere per "Impressionare" l'arte di una volta: tra App e Rap!


 
Spesso a fiere, mostre ed inaugurazioni si sente dire "Non ci sta più l'arte di una volta" che, per inciso, l'arte di una volta era quella contemporanea di allora…

Con faciloneria ci si scorda che il contemporaneo passato non era cosi apprezzato come ora, blasfemia nelle mie parole? Orrore culturale nell'esporre questa tesi? No, affatto… basti pensare ad un secolo e mezzo precedente quando giovani artisti rifiutati dai saloni ufficiali, dalle esposizioni accademiche e perfino dalle piccole associazioni parallele nate come satelliti a quelle ufficiali, si ritrovarono in un posto isolato da Dio e poco conosciuto: un sottotetto da cui si erano ricavati uno spazio in uno studio fotografico e, attenzione, non stiamo parlando di un moderno attico ma di un ultimo piano vicino al cielo.

Chi sono? O meglio, chi erano questi artisti? Sono ragazzi bohémien di fine Ottocento che, con il nome di Impressionisti, passeranno alla storia.

Al tempo, nel 1874, furono derisi e poco idolatrati tanto che il loro nome nasce con tono dispregiativo: fanno impressione! Già ma non dovuto al carpe diem sulla tela, ma impressione di disgusto per un accavallarsi di segni e macchie di colore inconcepibili alla visione, anche se di vera visione si trattava.

 
Beh, il risultato? A distanza di decenni si organizzano corriere di persone per vedere la mostra di uno qualsiasi dei vari Monet, Degas, Renoir, Cézanne, Van Gogh e compagnia bella dove estasiate signore ammirano "quel quadro tanto caruccio che a casa mia farebbe un figurone" e poi i "turisti dell'arte" si accalcano ai book shop per comprare il souvenir che riproduce fiori o scene en plein air su foulard, ombrelli, matite e quaderni e moderni tappetini per il mouse.

Lo avrebbero mai immaginato gli Impressionisti di finire un giorno anche sui fazzolettini di carta o ancora riprodotti su orologi e tazze per la prima colazione? Penso che il merchandising non fosse nemmeno nato come termine allora, di business non si parlava e neppure di realtà mediatica globale…benvengano gli introiti monetari!


Ma allora mi chiedo, quale ispirazione trarre dal passato per far si che l'arte tutta non sia lo specchio dei tempi e delle tendenze contemporanee per non essere criticata? Risposta: nessuna!
Nessuno è profeta in patria, nessuno elabora un lavoro che viene subitamente stimato e nessuna forma artistica è pianamente apprezzata in primis in quanto risulterebbe sempre e comunque disturbante per lo spettatore che, o non è pronto a vedere l'attualità, o non è capace ancora di avere i mezzi per decodificare quello che gli si presenta.

Ad esempio, è notizia di questi giorni la realizzazione di una App per Smartphone che il comune di Roma ha messo in atto per identificare le opere di Street Art sparse nel territorio: la concretizzazione di un museo a cielo aperto!
 
 
 
Bene, anche la Street Art appartiene al passato quindi, perché dico questo? Perché quando una forma d'arte viene istituzionalizzata, confermata, riprodotta, riconosciuta, venduta e rientra dalla porta principale attraverso musei, gallerie, fiere da cui nascono convegni, conferenze, lezioni, scritti, libri, film e la gente ne mormora… beh, entra di pari passo in un concetto di arte passata, perché capita, assorbita e assimilata.
Non è più ribellione, è accettazione, non si parla più di innovazione ma di adeguamento al principio di massa.

Piero Manzoni sconvolse con la sua Merda d'artista che riproduceva poi l'altrettanto sconvolgente forma alimentare della prima carne in scatola nella sagoma e nelle misure, oggi surgelati e take away sono all'ordine del giorno: è l'antropologia dell'arte quella inscenata.


I "graffitari" non sconvolgono più come negli anni Ottanta del Novecento, così come la musica rap e hip hop è ormai fenomeno alla portata di tutti tanto da entrare di prepotenza nei reality che tutto-mettono-in-piazza.

Chissà, dopo le App anche le corriere della Pro Loco per visitare i "musei a cielo aperto"?
 
Massimiliano Sabbion
 

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Thursday, May 7, 2015

inVECCHIATO ad ARTE. Esegesi di un'opera: Keith Haring,Tuttomondo (1989)


 
"Pisa è incredibile. Non so da dove cominciare. Mi rendo conto ora che si tratta di uno dei progetti più importanti che io abbia mai fatto"
(Keith Haring, 19 giugno 1989)

Tuttomondo è un grande murale realizzato da Keith Haring nel 1989 sulla parete esterna della canonica della chiesa di Sant'Antonio abate a Pisa.
È il più grande murale mai realizzato in Europa, l'ultima opera pubblica dell'artista statunitense, nonché l'unica pensata per essere permanente. Misura 10 m di altezza per 18 metri di larghezza

Keith Haring incontrò a New York un giovane studente pisano, Piergiorgio Castellani, che lo invitò a trascorrere un periodo di soggiorno nella città toscana. Grazie all'accordo raggiunto tra l'artista, il comune e il parroco del convento, si procedette con la realizzazione dell'opera.
 
 
 
 
L'artista dipinse il grande murale nel giugno del 1989, in soli quattro giorni.

Due video documentano l'intero processo di realizzazione: L'Arte in diretta, un videoclip di 5 minuti, e Tuttomondo, un'intervista documentario di 27 minuti. Entrambi i video sono stati girati dal regista Andrea Soldani.

Il titolo proposto dall'autore, direttamente in italiano, esprime a parole il significato simbolico rappresentato: un futuro in cui gli ideali dominanti siano unitarietà e pace.
Il dipinto ritrae 30 figure dinamiche e di grande vitalità, concatenate e incastrate tra loro a simboleggiare la pace e l'armonia del mondo.
Al centro del murale si trova il simbolo di Pisa, la "croce pisana", rappresentata con quattro figure umane unite all'altezza della vita.
Più in alto, un uomo sorregge sulle spalle un delfino, a sinistra compaiono un cane, una scimmia e un volatile: il legame dell'uomo con la natura è indispensabile per l'armonia del mondo.



 
In alto a destra un paio di forbici, a simboleggiare il bene, rappresentate come l'unione di due figure umane, tagliano in due un serpente, a simboleggiare il male.
Una donna con in braccio un bambino e un uomo con un televisore al posto della testa rappresentano il contrasto tra la naturalità della vita e la tecnologia che ne stravolge i ritmi.
Due gemelli siamesi al centro, uniti nel tronco, e altri due a destra uniti all'altezza delle spalle, sono probabilmente una condanna ai disastri nucleari.
In basso, al livello della strada, è stata raffigurata una figura gialla che cammina: rappresenta il pubblico, un passante o un turista, che dedica un momento di riflessione all'opera, prima di proseguire in direzione della Torre di Pisa.

Nel 2011, a circa vent'anni di distanza dalla realizzazione dell'opera, la Fondazione Haring diretta da Julia Gruen ha valutato seriamente l'opportunità di ripulire il murale di piazza Sant'Antonio. La fondazione statunitense ha affidato i lavori alla Caparol Center, ditta che già si occupò nel 1989 di fornire gratuitamente la vernice per colorare il dipinto.

 

 

Wednesday, May 6, 2015

Monografia d'artista: Keith Haring (1958-1990)


 
"Mi è sempre più chiaro che l'arte non è un'attività elitaria riservata all'apprezzamento di pochi. L'arte è per tutti, e questo è il fine a cui voglio lavorare" (Keith Haring)

Keith Haring  nasce il 4 maggio 1958 a Reading.

È stato uno degli esponenti più singolari del graffitismo di frontiera, emergendo dalla scena artistica newyorkese durante il boom del mercato dell'arte degli anni ottanta insieme ad artisti come Jean-Michel Basquiat: i suoi lavori hanno rappresentato la cultura di strada della New York di quel decennio.

Al termine del liceo, si iscrive all'Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e in seguito alla scuola di commercial-art. Presto capisce che quella non è la sua strada e abbandona la scuola. Nel 1976 inizia a girare tutto il Paese in autostop, conoscendo molti artisti. Si reca a San Francisco, dove con la frequentazione della Castro Street inizia a manifestare il proprio orientamento omosessuale.

 
Torna a Pittsburgh e si iscrive all'Università; per mantenersi lavora come cameriere alla mensa di una fabbrica locale. Successivamente trova un impiego presso un locale che espone oggetti d'arte. Qui allestisce la sua prima mostra personale di disegni.

Il suo interesse personale lo avvicina ai lavori di Jean Dubuffet, Stuart Davis, Jackson Pollock, Paul Klee e Mark Tobey. È questo il periodo in cui esplode la sua popolarità: inizia a realizzare graffiti soprattutto nelle stazioni della metropolitana e la sua pop-art viene grandemente apprezzata dai giovani, tanto che i suoi lavori verranno spesso rubati dalla loro collocazione originaria e venduti a musei. Per la sua attività (illegale) di "graffitaro" viene più volte arrestato.

Nel 1980 partecipa insieme ad Andy Warhol alla rassegna artistica Terrae Motus in favore dei bambini terremotati dell'Irpinia. Allestisce in seguito molte altre mostre finché la Tony Shafrazi Gallery diventa la sua galleria personale.

Nel 1983 espone a San Paolo del Brasile, a Londra e a Tokyo.

Nel 1984 si reca a Bologna, invitato da Francesca Alinovi, per esporre nella mostra Arte di Frontiera.

Nel 1985, a Milano, dipinge una murata nel negozio Fiorucci.


Nel 1986 apre a New York il suo primo Pop Shop, dove è possibile comprare gadget con le sue opere e vedere gratuitamente l'artista al lavoro. Lo stesso anno dipinge sul muro di Berlino dei bambini che si tengono per mano. In seguito si reca nel ghetto di Harlem dove dipinge su una grande murata sulla East Harlem Drive le parole «Crack is Wack» («il crack è una porcheria»). Collabora spesso con Angel Ortiz. Nel 1987 decora una parte dell'Hospital Necker di Parigi.

Nel 1988 apre un Pop Shop a Tokyo. Nei mesi successivi dichiara, in un'intervista a Rolling Stone di essere stato infettato dall'HIV. Di lì a poco fonda la Keith Haring Foundation, che si propone tutt'oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei bambini e della lotta contro l'AIDS. Nel 1989, vicino alla chiesa di Sant'Antonio abate di Pisa, esegue la sua ultima opera pubblica, un grande murale intitolato Tuttomondo e dedicato alla pace universale.

Il 16 febbraio 1990, Haring muore di AIDS all'età di 31 anni.