Friday, June 24, 2016

Sii razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere


 
 Dentro a un ring oppure fuori, non c'è nulla di sbagliato nell'andare al tappeto.
È restare al tappeto senza rialzarsi che è sbagliato 
(Muhammad Ali)

Quante storie si raccontano nell’arte?
Quanti artisti si mettono davanti ad una tela, un materiale da plasmare o un obiettivo per fermare un’immagine o un’emozione?
Quante parole e sguardi si posano poi sull’opera finita?
Si lascia un segno oggi perché venga visto domani, questo produce l’arte contemporanea: segni per tracciare il percorso storico del futuro.

Nonostante si pensi continuamente e costantemente con razionalità nelle cose, la mente poi spicca il volo verso lidi onirici e pindarici perché, sfuggire la realtà nascondendosi tra i colori di un dipinto, tra le venature di un marmo, tra le righe di uno scritto, serve a isolare l’anima e il pensiero costante dalla routine quotidiana.
Si cercano sicurezze nella vita: il lavoro dal posto fisso, una casa, la famiglia, gli affetti più vicini, si è pronti a barattare le cose descritte con una dose di pura materia fatta di sogni, dove la vita non è quella che si credeva e dove si ripongo le aspettative di pensieri desiderati.

Basta solo che un mattoncino della costruzione non si incastri perfettamente e si rischia che tutto l’insieme crolli e allora cadono le certezze, le fantomatiche sicurezze si sgretolano e si finisce per trovare strade nuove e imprevedibili.
Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere”, qualsiasi aspetto reale coinvolga la vita ci sarà continuamente un momento in cui si è pronti a credere ai sogni e alle favole, raccontate per creare un altro mondo, per illusione, per nascondere la verità, per mimesi con quello che ci circonda e che si edulcora poi con la favola.

Lo fa a suo modo anche l’arte: crea un altro mondo, a volte di illusione, altre di favola, altre si trova a copiare la realtà restituendola con la sensibilità che solo un artista sa tradurre, anche se ciascuno trova un suo percorso non significa che questo sia quello più affine alle esigenze di ognuno.
Si raccontano favole con l’arte, storie di persone e di artisti che sembrano non smettere di essere mai curiosi, di vedere il mondo con un paio di occhi diversi dagli altri.

Sono spettatori del mondo che narrano favole e situazioni che si incastrano con nuovi mondi e nuove prospettive, a volte raccontano quello che vivono con l’esperienza personale e tutti quelli che vedono i loro risultati tornano a sognare, ricordano che un mondo di favola c’è e sono disposti a credere a queste “dolci menzogne visuali” che sono illustrate.
Tra milioni di “favole visive” disegnate una sarà sicuramente sarà più vicina alle nostre corde, all’emozionalità del momento vissuto che contraddistingue il pensiero che più si sente affine in quell’istante.

È sempre stato così, la storia insegna.
Si, la storia insegna che l’uomo ha necessità di esprimersi in ogni tempo e dare quindi in pasto a chi osserva il proprio percorso attraverso scritti, raffigurazioni, dove uomo e donne diventano il simbolo di un’era che spesso risultano quasi coincidenti con un cambiamento epocale.

Solo nell’ultimo secolo si è vissuto un susseguirsi di accadimenti e mutamenti troppi ampi da raccogliere in poche righe ma come scordare, ad esempio, il Cubismo che ha anticipato una nuova dimensione umana che, fatta di scoperte e innovazioni scientifiche, si appresterà a decretare un uomo moderno che vive in una dimensione atemporale, disgregata e totalizzante?
Così il Futurismo che precorre e declama la velocità, la luce, la modernità tutta per arrivare alle soglie della Prima Guerra Mondiale.
E via via fino a scorrere i tempi con i sogni della Metafisica e del Surrealismo, con il mondo dell’Astrattismo e dell’Espressionismo, per arrivare al progresso della cultura Concettuale e della Pop Art, dell’Arte Povera e della Minimal Art.
Si susseguono spazi, forme, colori nei movimenti che di volta in volta si chiamano Graffitismo, Street Art, New Dada e sempre si aprono poi nuovi varchi, nuovi sogni e nuove favole.

L’arte è fatta dagli artisti, la storia dalle personalità forti che si sono distinte: dalla conquista della Luna, alla conquista della dignità tra gli esseri umani il passo potrebbe essere breve ma è costellato da fatiche immani.
Favole.
Favole che un giorno tali sembreranno quando guardando indietro si parlerà di razzismo, di differenze di classi sociali, di arte astratta e figurativa, di dignità della donna, di unioni civili, di guerre per e con la religione, di ambiente ma fino ad allora ci sarà sempre chi esprimerà un disagio o un sogno attraverso le arti e le parole, attraverso una storia, per mezzo di una favola.
Massimiliano Sabbion
 
 

Tuesday, June 21, 2016

Avanti col Christo! Il cammino sulle acque dell’arte che galleggia e sopravvive agli eventi e agli uomini.


Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse:
 «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»
(Matteo, 14: 29-31)
 
Christo, un artista che è ormai storia e ha segnato il corso del Novecento si presenta in Italia con un’opera d’arte di proporzioni enormi intitolata “The floating piers” sul lago d’Iseo, una serie di operazioni inseguite dall’artista di Land Art da oltre vent’anni che trovano finalmente ora lo spazio adatto e la realizzazione per soli 15 giorni, dal 19 giugno al 3 luglio 2016.
Un’occasione unica per apprezzare e vivere l’arte contemporanea storicizzata per un’installazione già entrata a far parte di uno dei progetti più ambiziosi e grandi per l’artista bulgaro di 81 anni.
Perché tanto clamore e attenzione da parte di tutto il mondo? Perché questo straordinario e affascinante percorso pedonale di 4,5 km, composto da pontili larghi 16 metri e alti 50 centimetri ricoperti da 70 mila metri quadrati di tessuto giallo cangiante, permetterà di “camminare sulle acque” del lago diviso tra le province di Bergamo e Brescia.
Per concretizzare l’opera sono stati utilizzati pontili galleggianti formati da 200 mila cubi in polietilene ad alta densità che seguono il movimento delle onde.
Secondo le stime fatte si attendono circa un milione di visitatori!

Un evento seguito da tutto il mondo , dagli appassionati d’arte, dai semplici curiosi che vedono nell’arte di Christo solo una carnevalata, dagli storici, dai critici e dagli artisti stessi che potranno toccare con mano, pardon, con i piedi, l’opera del maestro dell’impacchettamento artistico che, con la moglie Jeanne Claude (morta nel 2009), ha imballato paesaggi e monumenti (dalla Fontana di piazza del Mercato al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1968, all’imballaggio del monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Duomo a Milano nel 1970, alla Porta Pinciana a Roma nel 1974, al Reichstag a Berlino nel 1995).

Ok, fino a qui il concetto artistico e l’importanza di questa operazione ma, mi spiace dirlo, non saremo italiani se non ci fossero mille polemiche a seguire la passeggiata sulle acque.
Perché noi come popolo non sappiamo goderci l’arte, la cultura, la logica delle cose se non si polemizza, sempre un gran pentolone in ebollizione la cittadinanza italica che bolle bolle e bolle ma alla fine fa solo rumore.

L’elenco è lungo e a tratti ridicolo, ecco allora l’intervento dei sindacati per garantire il rispetto delle norme di sicurezza e di retribuzione visto l’eccessivo uso dei voucher per i 600 addetti ai quali è affidato il controllo del pontile 24 ore su 24, scordando che l’accordo tra sigle sindacali e governo sui voucher è stato siglato proprio da quei sindacati che ora deprecano il suo utilizzo, norme di sicurezza? Giustissimo ma che dire di tutti i cantieri aperti e mai finiti dove la sicurezza latita e il lavoro nero pure? Dove sono i controlli e gli ispettori del caso? Ah si, sono da Christo…

Poi la gestione logistica del flusso dei visitatori e la loro tranquillità: basterebbe rispettare le code, come succede in tutti i musei del mondo ma a quanto pare questo non avviene in Italia dove le file si fanno come capita con l’accumulo raggrumato della gente.

Non mancano inoltre le diatribe a carattere economico: “Quanto ci è costata questa pagliacciata?
Serviva proprio un’operazione di marketing territoriale? Il nostro Paese non ha bisogno di farsi pubblicità i posti sono già un ottimo biglietto da visita.”
Talmente tante le cose da obiettare che ne nasce una lista a tratti infinita di considerazioni reali apparse in giornali e siti che sono qui riportate:
  • non è stata creata una Commissione che valutasse le problematiche;
  • non è stata pianificata l’attività con una società ingegneristica:
  • costi pubblici esorbitanti d’impatto sul territorio;
  • dilemmi e disagi per i trasporti e i parcheggi;
  • poca attenzione alla sanità;
  • latitanza e insicurezza della sicurezza;
  • troppa (per alcuni) o poca (per altri) pubblicità, media, siti internet, cartellonistica;
  • poca attenzione alle previsioni meteo;
  • smaltimento delle alghe nel lago;
  • impatto sui residenti con relativa congestione del loco;
  • supporti psicologici da chi si sente invaso da un’orda di turisti;
  • problemi riproduttivi che potrebbero inficiare i pesci del lago sollecitati da tutto questo trambusto;
  • Hotel, camping, B&B, agriturismi, alberghi presi d’assalto che rovinano la quiete degli habitué del silenzio e della pace;
  • i turisti che si fermeranno e i turisti che passeranno solo la giornata (non vanno bene i turisti e basta a quanto pare…);
  • ambientalisti contro l’impatto naturale sul lago;
  • sportivi che si lamentano perché non hanno la possibilità di camminare, correre e andare in bici lungo la ex 510 a Sulzano;
  • i mercati locali sospesi con conseguenza di ambulanti inferociti;
  • circolo anziani impossibilitato a utilizzare il bar locale;


Si ribatte che ci sono altri problemi che “non far cultura”: la rete fognaria vecchia e da rifare e in più un lago definito “un brodo di fosforo” in quanto risulta il più inquinato tra quelli lombardi.
Bingo! Ecco qua!!! Far cultura è “una perdita di tempo”, finalmente è stato detto, il succo del discorso si riduce tutto qui.
Ma allora c’è bisogno dell’arte per mettere l’accento sulla situazione politica, sociale, ambientale ed economica di un lago e di un Paese? Ben venga allora la polemica che focalizza le brutture del Bel Paese e delle mancanze ma non si dia la colpa all’arte che smuove le coscienze e le persone.
Siamo il popolo dei comitati e del “No”: no Expo, no rifiuti, no Olimpiadi, no TAV, no unioni civili, no al no.



Sempre pronti a combattere per i diritti o meglio a sobbollire come le pentole ma si rimane sempre immobili e fermi perché l’importante è comunque fare sempre l’ennesima bella mostrina impressionista nel classico palazzo del Settecento, senza calpestare nessuno e chiamando a raccolta magari il critico d’arte televisivo del momento che spara le sue belle ovvietà e poi se ne va.
Ecco qualcuno dei critici citati, Philippe Daverio, che si è pure scagliato contro definendo l’impresa artistica come: “Una roba obsoleta: Christo fa queste opere da 45 anni. A me sembra una cosa circense, una festa di quelle con le donne cannone.
Vittorio Sgarbi, che ha definito l'opera di per sé è bella, ma che, se non spinge a vedere le bellezze del Lago d'Iseo è come una “passerella che non porta a nulla.”
Ci si scopre ora difensori della patria e degli ambienti: tutti che sanno tutto su piani regolatori, impatti ambientali e solamente per un evento che dura 15 giorni quando ci vogliono anni per una pratica burocratica di un qualsiasi piano regolatore.

Mi sembra che un po’ si rosichi su questa iniziativa che è stata interamente finanziata dall’artista senza giri di mazzette, corruzioni, tangenti e dove non sono intervenute scelte politiche o favoritismi visto che di tasca propria l’artista ha sborsato il costo dell’intera operazione.
Un’ultima considerazione presa da un sito che commenta l’installazione di Christo: l'autore del progetto ha consigliato e chiesto di camminare a piedi nudi per apprezzare meglio tutto il contesto e l'opera. Visto che la passerella sorge sopra un lago, in un ambiente umido, camminare a piedi scalzi potrebbe favorire la diffusione del virus che provoca le verruche. Non è meglio far disinfettare i piedi all'ingresso?
Forse ci meritiamo davvero di continuare con le sagre paesane, le processioni dei santi, il tricolore sfoggiato alle partite di calcio, i festival della birra e le mostre impressioniste in qualche vecchio palazzo…
Massimiliano Sabbion


Friday, June 17, 2016

Arte dall’altra metà del cielo. Orlando: rabbia e intolleranze.



Egli – poiché dubbio non v’era sul suo sesso, per quanto la foggia di quei tempi lo dissimulasse – Egli.”

(Orlando, Virginia Woolf)

 

I ragazzi giovani sono simili in tutto il pianeta, sono desiderosi di divertirsi come tutti i loro coetanei, ogni giorno, ma alle soglie del week end la voglia di far festa aumenta, con tutti i riti del caso come si è imparato dalla famosa scena del film “La febbre del sabato sera”, preparazione del “che cosa mi metto stasera?”, ore di gel e pettinature, rifiniture dell’ultimo momento, poi un sms e una emoticon all’amico o all’amica che ritardano, conclusiva spruzzata di profumo e si è pronti a varcare la soglia di uno dei tanti templi musicali sparsi per il mondo e che musica e divertimento sia!

Poi una volta dentro, musica assordante, risate, zaffate di profumo e di sudore in pista, “Un moijto grazie!”, si comincia a bere e a ridere ancora una volta, gli amici, la vera famiglia che condivide con te tutto: gioie, risa, rabbia, sfoghi di mamme pressanti con un “Non fare troppo tardi e comportati bene in giro!”, commenti su altri presenti in discoteca; “Oh! Ma hai visto quello che occhiata ti ha dato…per me gli piaci!”; “Ciao, come va? Vuoi qualcosa al bar?”; “Ma guarda te ‘sta stronza cosa mi ha scritto su whatsapp!”; “No! Non ci credo! La mia canzone preferita!”; “Ehiii! Ciao mondooo qui ci si diverte…ahahahah… dai che postiamo il video su Snapchat!”; “Cosa? Parla forte non ti sento qui la musica è alta, dai muoviti che ti aspettiamo!”; “Scusa…mi sei venuta addosso già due volte non puoi spostarti un metro più in là?”; “Oh ragazzi che dite se poi…

Normale serata in disco tra amici, tra amori che nascono e muoiono sui divanetti, consumati in velocità all’uscita, gente che si ubriaca, altra che se ne frega.

Tutte uguali le discoteche del mondo!

Tutti uguali i ragazzi e le ragazze del mondo!

E poi nel mezzo del caos, del divertimento fatto di luci e musica può arrivare l’incontro che ti cambia la vita, una persona che ti guarda, sorride, ha scelto te e quindi l’atmosfera si fa diversa e poi può capitare anche che… Ehi! Ma chi spinge???

CAZZO SUCCEDE? CHE SONO STI BOTTI! CAZZO SONO SPARI!!! SPARANO IN MEZZO ALLA GENTE!

Mio Dio, ma sono davvero spari? Perché? Chi spara? Sangue…gente a terra, urla, la musica smette, comincia il terrore. Cristo ma che succede? Chi è?

Dove sei? Dov’è la mia ragazza? Hai visto il mio ragazzo è quello biondo con la bandana rossa? È mio tutto questo sangue oppure no?

Aiuto! Aiuto! AIUTO!

Tutte uguali le discoteche? Anche quelle in cui succede un massacro nel bel mezzo del divertimento? Anche le discoteche gay? Anche il “Pulse” di Orlando, in Florida?

Ah no, quella no, quella è “diversa”, è fatta da “diversi”, sai lì ci sono i gay, chi? Ma si dai! I froci! Ma mica me lo avevi detto finora che quella di cui parlavi era una discoteca GAY!

In effetti si, è una discoteca gay, teatro di una strage avvenuta nella notte dall’11 al 12 giugno 2016 “la strage di Orlando” in Florida è stata definita il nuovo “11 settembre 2001” americano con l’allora attentato al World Trade Center.

Cinquanta morti accertate e altrettanti feriti gravi che lottano ancora tra la vita e la morte, peccato, mi spiace contraddire chi legge: in realtà non sono morti cinquanta gay, sono morte cinquanta persone.

Ragazze e ragazzi, padri e madri, amici e innamorati, dalla madre che ha accompagnato a ballare il figlio ed è rimasta uccisa per salvarlo, dall’innamorato che ha fatto scudo al suo fidanzato, all’impaurito ragazzo chiuso in bagno che manda sms alla mamma prima di essere giustiziato scrivendo le sue ultime parole prima del silenzio finale: “ Mommy i love you”.

Non ti ho detto che quella di cui si parlava era una discoteca gay? No, è vero. Ma ci ha pensato qualcun altro a porre l’accento su questa banda di “diversamente etero”, quel qualcuno che in nome di un Dio castigatore che a quanto pare ha detto “siccome ti ho creato adesso ti odio pure” nella sua infinita misericordia e amore ha deciso di far ammazzare chi ama in modo opposto al tuo.

Si, un Dio Onnipotente, un Allah, uno Jahvè, un Gesù Cristo, un Geova, come volete chiamare il vostro credo, ha detto “Dai! Prendiamo una cinquantina di giovani che si divertono e amano e sgozziamoli tutti! Fuoco!”… si, me lo vedo proprio un Dio seduto nei Paradisi creati dalla religione decretare la morte di innocenti “colpevoli” di amare il proprio stesso sesso, di volere un diritto all’amore, a vivere, a sposarsi, ad avere figli, a cercare di essere quello che tutti cercano di essere: felici.

Un pazzo che si riempie la bocca e la testa di comandamenti che impongono la violenza e soffocare la libertà altrui non è un uomo, non è un padre, ma solo un figlio, si, un figlio di questa società malata di un potere grandissimo che investe l’uomo debole facendolo credere un supereroe e alimentando un super Io.

Dopo una strage compiuta con relativa morte del killer cosa rimane? Sangue, morte, rabbia, lutti, fiaccolate di solidarietà e lui? Lui è Omar Mateen, trentenne americano di origine afghana, l’autore della strage. Dopo un tale gesto per alcuni sarà considerato un martire ed un eroe, per altri solo uno che ha spazzato via la vita di ragazzi innocenti, peccatori “contro natura”, rimane un figlio del razzismo, dell’intolleranza e dell’omofobia, rimarrà il ricordo da commemorare, e lui? Rimarrà nella memoria come un figlio dell’Isis di cui era simpatizzante, come un figlio dei tempi, come un figlio della strage ma più semplicemente come un figlio di puttana.

Orlando” finora sempre associato ad un luogo e al titolo di un romanzo pubblicato nel 1928 da Virginia Woolf, dove il protagonista per quattro secoli vive cambiando vita e sesso, un essere androgino, strano parallelo con la città americana…

Le religioni, i popoli, le politiche, impongono regole alla natura, ma la natura non le segue, la si soffoca ma prima o poi scoppierà.

Il coro di “Non sono d’accordo!” che si solleva quando si parla di tolleranza e amore è semplicemente e puramente ridicolo: perché qualcuno deve decidere della felicità altrui?

Se Dio c’è, dovrebbe vergognarsi” ha detto qualcuno riferito alla strage ma anche ai gay, io rispondo “Se l’uomo c’è, Dio dovrebbe vergognarsi…

Sono gli uomini i responsabili delle cose belle e di quelle brutte che accadono, che ci sono state, che ci saranno anche in futuro, della bellezza, delle emozioni e delle cose da creare e fare, di opere d’arte e di artisti che cercano di lasciare il segno del proprio tempo vivendo magari la stessa intolleranza in un mondo che abbatte sempre più le frontiere globali.

Si, perché non è una novità o una moda e tantomeno una devianza sessuale o una malattia essere gay, essere gay è essere uomini e donne che amano in modo differente e qualcuno non lo accetta e vuole, lo stile di vita non cambia: si mangia, si beve, si dorme, si ama, tutti allo stesso modo.

La storia è piena di personaggi famosi poiché diversi nella loro sessualità, l’arte affina forse la sensibilità emotiva e si creano grandi artisti e grandi opere, a volte sensibili, a volte rabbiose, a volte sovversive.

Artisti gay, lesbiche, bisex nel corso del tempo quali Michelangelo, Leonardo da Vinci, Filippo de Pisis, Keith Haring, Francis Bacon, Jean Cocteau, Gilbert & George, Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Benvenuto Cellini, Gertrude Stein, Jasper Johns, Pierre e Gilles, Tamara de Lempicka, Frida Kahlo, Richard Avedon, solo per citarne alcuni, hanno dato il loro contributo artistico ed emozionale all’umanità che forse non si è preoccupata di sapere se uno o l’altro preferisse chi o cosa a letto, semplicemente si è lasciato andare il gusto, la ricerca e la voglia di esprimere una sensibilità che parla a nome di una contemporaneità vissuta.

Senza nessun limite, senza nessuna etichetta sociale, senza paura di esprimersi, senza nessun Dio.

Dio…Chissà perché in nome dei vari Dio che condannano l’omosessualità i rappresentanti dei molteplici credo non si sono espressi con lo stesso fervore con cui sparano ovvietà buoniste?

Boh, chissà perché…ah si, perché il diverso fa sempre paura, non è manipolabile e controllabile ma qui Dio non c’entra perché se è vero che l’uomo è fatto “a sua immagine e somiglianza” credo che, di tale risultato, come artista, non dovrebbe essere molto contento dell’opera compiuta il Creatore… Solo Dio giudica, perché lo fanno gli uomini al posto suo allora?

Allora niente. Nessuno si esprime, costa fatica ammettere ma come diceva Karl MarxLa religione è l’oppio dei popoli”.

I ragazzi hanno diritto ad amare, ad amarsi, prepararsi coi riti del “che cosa mi metto stasera?”, passare ore tra gel e pettinature, inviare sms e una emoticon all’amico o all’amica che ritardano, pronti a varcare la soglia di uno dei tanti templi musicali sparsi per il mondo perché musica e divertimento sia, perché hanno il diritto di vivere e di ritornare a casa ubriachi, innamorati, stanchi ma vivi.

Gli artisti hanno diritto di esprimersi, di far piacere le loro opere, di essere criticati, di lasciare un segno nel tempo, senza distinzioni di sesso o di gusti, alcuni possono piacere altri no, fatevene una ragione.

Allora, alcune persone sono gay, altre no e, anche in questo caso, fatevene una ragione.

Massimiliano Sabbion

Tuesday, June 14, 2016

L’arte di Beatrice Gallori. La forma cellulare di una materia in mutamento



“L’Anima è reale, la Materia è illusione”
 (Fabio Marchesi)
 
Che rumore fa la gioia? Che suono ha la bellezza? Come si sente il tempo? Sembra quasi impossibile dare risposta e arrivare a creare un’immagine mentale per definire queste emozioni, eppure qualcuno lo azzarda e lo fa, ci tenta, ci prova e alla fine ci riesce.
È il caso di Beatrice Gallori al quale il termine di “artista” calza più che mai: non è una pittrice, non è una scultrice è, appunto, un’artista che si esprime per mezzo della pittura e per mezzo della scultura.

Le sue sono opere materiche, dense e cariche di pastosità, di colore e di forme che si rincorrono.
Profili che scivolano sui colori e sulle resine, levigate e lucide dove in queste sagome sale la voglia di toccare con mano queste consistenze protuberose che sembrano molli, energiche ma quasi soffiate con un respiro vitale, con delicatezza, quasi fossero bolle di sapone che tentano di avvicinarsi allo spettatore uscendo dalla cornice impostata perché nello spazio non c’è una fine ma un infinito che si propaga.
La gioia travalica il segno, la bellezza esplode oltre la visione fenomenica e il tempo si blocca, si ferma in un battito e in un istante.

È il movimento la base delle opere di Beatrice Gallori, sperimentazioni continue dove sogno e segno si accavallano e trovano un significato solo quando poi si realizzano.
È pittura? È scultura? No, è arte, arte di questo secolo.
Un vero “mestiere”, specchio dei tempi dove si studia l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, il macro e il micro ed è su questo che si basa la ricerca dell’uomo contemporaneo: è la scoperta di mondi nuovi che siano oltre il visibile sia che si punti lo sguardo verso il cielo sia che lo si abbassi alla ricerca della profondità della sostanza.
È semplicemente con l’assenza della forma da un lato e il rigonfiamento della materia dall’altro che l’occhio gioca e scivola in questi mondi extraterrestri ed extracorporei.

Luca Beatrice, parlando delle opere di Beatrice Gallori nel testo in catalogo della mostra “The cell” dichiara come: Il suo universo astratto è fatto di forme e colori elementari, di blob gassosi e bolle, nuclei e sezioni inglobati nella parete altrimenti bidimensionale del quadro.
(…) Il suo è un tentativo di tradurre in unità nucleari il DNA genetico del mondo.”
Un magma vitale che attraversa lo spazio e l’anima, si insinua, scivola lungo le pareti, attraversa e gorgoglia in questo mondo in perenne ebollizione dove un calderone di pensieri e uomini si appropinqua tra la globalizzazione dei social network e la visione modernizzata di una cultura storicizzata che passa dalle materie del Nouveau Réalisme, alle plastiche di Alberto Burri con il fascino delle bruciature e delle deformazioni, fino alla consapevolezza fatta di luce e ombre nelle estroflessioni e introflessioni di Enrico Castellani per arrivare alle composizioni di Agostino Bonalumi dai colori accesi e puri.

Un tessuto sociale che fa si che l’artista sia davvero “figlia del suo tempo”, dove le connessioni e le comunicazioni avvengono attraverso impulsi, battiti, fibre e cellule che nascondono un mondo infinito in cui spaziare.
Una cellula è una struttura che costituisce, una volta assemblata con altre cellule, una forma che finisce per introdursi in un tessuto più ampio, come la stoffa, la pelle o come i mattoncini colorati usati per giocare da tutti i bambini del mondo dagli anni Sessanta in poi dove pezzi, ingranaggi e incastri formano un insieme di cellule, un insieme di costruzioni.

Un tuffo nell’arte di Beatrice Gallori è un’immersione nel mondo contemporaneo più assoluto, con le sue opere (difficile da definire pitture o sculture) si rivive il passato con una chiara luce pop.
Un bagliore lucido e levigato è provocato e stimolato dall’artista per lo spettatore dove la materia, le resine e le composizioni sugellano un unicum che invita chi guarda ad immergersi con i sensi nelle opere.

Si, immergersi, perché viene voglia di avvicinarsi a queste forme che stimolano sicurezza e ricordi primari, c’è bisogno di toccarle, di assaggiarle, odorarle e sentire i composti di cui sono fatte e dove i colori, primari e fluo, giocano con la sensibilità emozionale dell’osservatore.

Un rosso sangue che pulsa di vita, un bianco latte che aggiunge freschezza, un giallo fluo che dà gioia, un rosa shocking emblema del gioco infantile simbolo di purezza, tutto si ritrova in queste sospensioni in cui Beatrice Gallori naviga e fa fluire, in maniera tangibile, i suoi pensieri, con un invito a chi guarda, a prendere una forma, sospesa tra realtà percepibile e immateriale, tra figurativo e astratto ma soprattutto tra concretezza e fantasia perché:  Il tempo non passa e non se ne va, è solo la materia che inquieta si agita e si trasforma, ma il tempo non esiste!” (Carl William Brown).
 
Massimiliano Sabbion


Tuesday, June 7, 2016

Segni come suoni. Udire, vedere, toccare…



Nella nostra vita frettolosa, assordante,

sono maledettamente poche le ore

in cui l'anima può diventare cosciente di sé stessa,

 in cui tace la vita dei sensi e quella dello spirito

e l'anima sta senza veli davanti allo specchio dei ricordi e della coscienza.”

(Hermann Hesse)

 

Udire, vedere, toccare… sono le sensazioni primarie che ci mettono in contatto con il mondo.

I primi segnali che attraversano l’uomo nel momento in cui si trova a uscire dal ventre materno e cominciare il faticoso approccio alla vita.

Udire, vedere, toccare… per conoscere e conoscersi, per sapere che il corpo ci appartiene e che ci accompagna, giorno dopo giorno, con le modifiche del tempo, con le sorti che arrivano, con le imposizioni esterne che ci vengono fatte o che noi facciamo al nostro corpo abbellendolo o martoriandolo con piercing, palestra, tattoo.

Udire, vedere, toccare… quando si scopre il corpo della persona che si ama, lasciando che non sia solo uno scambio di liquidi e calore che pervade l’uno o l’altro, scoperta del piacere in sé e di chi si ama.

Udire, vedere, toccare… a quale di questi sensi possiamo rinunciare? Quale di queste sensazioni ci serve di più? Cosa si fa e dove si va oltre al sentire, al guardare e al tastare? 

Un mondo senza suoni? Senza colori? Un mondo senza tattilità? A cosa si è disposti a fare a meno? Se dovesse mancare uno dei sensi come ci si comporterebbe?

Qualcuno direbbe alle mani, prolungamento tattile verso l’esterno che, venendo a mancare, riducono la possibilità di toccare, sfiorare, sentire le sensazioni e il calore.

Altri direbbero alla vista, accontentandosi di immaginare i suoni che producono sensazioni e forme, per altri invece l’udito, essere quindi sordi ai rumori e ai suoni, alla musica, alle voci e ovattare un mondo fatto solo di sensazioni proprie.

Ma in realtà nessuno rinuncia ai propri sensi, nessuno è disposto a abdicare o vedersi menomato di vista, udito o facoltà tattile.
alfabeto LIS



Eppure… eppure ci sono persone che nel corso della vita perdono queste percezioni ma ci sono altri a cui mancano dalla nascita e potranno solo immaginare quello che in realtà, per un altro essere umano, è la normale quotidianità.

Si parla di sensibilità, si parla di visioni, di emozioni che si trasmettono con le opere d’arte ma come farle cogliere in un mondo dove l’arte contemporanea è ormai percepita come una globalizzazione totalizzante di impressioni?

Il supporto o i materiali sono solo dettagli per esprimere le sensazioni, davvero?

Ci sono opere a cui è richiesto allo spettatore di vedere solamente, altre invece che abbisognano dell’udito in quanto create solo da suoni, installazioni a cui si chiede al pubblico di interagire e toccare.

Il sistema dell’arte è cambiato, l’arte contemporanea lo ha cambiato, sono mutati i tempi e la società e di conseguenza gli artisti con le loro produzioni, siamo cambiati noi.

Ora ci si approccia al mondo senza isolare chi è “diverso”, si sono abbattuti muri e incomunicabilità già a partire dall’ultimo secolo (o almeno si è cercato di farlo…) anche se la strada da fare è davvero faticosa e ancora lunga.



Marina Vargas, “'Y la palabra se hizo carne

Pensateci: quando vi cala vista, vi nasce un’otite, mi sbucciate una mano… sono solo casi passeggeri, altri invece ci devono fare i conti tutta la vita perché non hanno vista, non sentono, non toccano.

Molto si è fatto e molto ancora si deve fare, chissà come vede un quadro un cieco o come tocca un uomo a cui mancano le mani, infine, come sente la musica un sordo?

Per parlare e comunicare ci sono lingue, non linguaggi e quando ci si approccia e addentra dentro un mondo che nella maggior parte dei casi si dà per scontato.

Si impara una lingua non un linguaggio: è uno degli errori che si fa quando si parla della LIS (Lingua dei Segni) per i sordi o della scrittura Braille per i ciechi.

Accade spesso sui muri, quando si parla di Street Art, ci sono segni e non graffi e bisogna decodificarli, capirli e impararli, così, ad esempio, ad un sordo ci si avvicina con una lingua e dei segni non con la paura di sbagliare o di essere poco rispettosi.

Che male c’è nel salutare una persona sorda dicendo “Ci sentiamo!” od un cieco “Ci vediamo!”? Mica si offende nessuno, mica si allontanano pregiudizi o paure, mica  si sbaglia, semplicemente si vive la propria quotidianità perché non c’è nulla di anormale, lo “strano” è chi guarda impaurito e differente un altro essere e lo isola automaticamente per timore o troppo rispetto.

Come interpretano gli artisti quel trinomio visto dall’inizio: udire, vedere, toccare?

Concetti, formulazioni e approcci a volte voluti, a volte casuali hanno portato gli artisti a interagire con tutti i sensi e a creare opere d’arte con più gradi di lettura.
Ambiente Spaziale - Alberto Biasi



Ecco gli esempi degli ambienti plastico-spaziali, impostati già a partire negli Sessanta, per mettere in comunicazione tutto il corpo, sfiorando, palpando, camminando all’interno di ambienti cinetici e non come quelli impostati da Lucio Fontana, Enrico Castellani, Pino Pascali, Alberto Biasi, Gianni Colombo, Ettore Colla, Agostino Bonalumi, Luciano Fabro, Michelangelo Pistoletto, Paolo Scheggi.
Ambiente Spaziale - Lucio Fontana



Esperienze visive prodotte dal brasiliano Ernesto Neto si ritrovano con le sue stanze riempite di soffici cuscini e di aromi. Qui l’artista scolpisce spazi, atmosfere, suggestioni e crea installazioni labirintiche da attraversare con i sensi e con il corpo, sono luoghi in cui è facile perdersi guidati da morbide sculture in lycra ricolme di spezie.
Ernesto Neto



Rumori e suoni impostati da artisti che hanno utilizzato la tecnologia per riprodurre il mondo circostante trovano un precedente e padre putativo in Luigi Russolo con i suoi Intonarumori, strumenti creati per riprodurre i suoni della città moderna fatta di locomotive, tram, clacson, auto e moto, antesignano dei moderni sintetizzatori.
Luigi Russolo, Intonarumori



Peter Greenaway, con le sue scene tratte direttamente da un sogno da “La tempesta “di William Shakespeare riproduce nelle sue visioni il vento, il mare, i tuoni e la pioggia riuscendo a catapultare il visitatore all’interno della natura quando quest’ultima si fa violenta e indomita.


Solo udire suoni a noi familiari conduce a riconoscere, in base alla propria esperienza, quello che la “tempesta” naturale fa scaturire come “tempesta” emozionale.

Peter Greenaway, scena tratta da "L'ultima tempesta"


Marina Vargas, con la serie di mani impostate in un dialogo nella lingua dei segni che recitano la frase “'Y la palabra se hizo carne
(E il Verbo si fece Carne), materializza una nuova idea attraverso una parte del corpo che ha la capacità di comunicare senza linguaggio verbale.

Marina Vargas, “'Y la palabra se hizo carne


Marina Vargas, “'Y la palabra se hizo carne




Patrick Tuttofuoco, presente alla Pirelli Hangar Bicocca con l’installazione “Welcome”, ha concepito un’installazione pendente dal soffitto con un neon che riproduce la silhouette delle proprie mani che mimano la parola “welcome” nella lingua dei segni.
Patrick Tuttofuoco, Welcome



Luce e segni: un tutt’uno per dare vita ad un’opera completamente visiva nella sua interpretazione di lettura, un benvenuto luminoso e gestuale allo stesso tempo.

Nelle opere di Giuseppe Ciracì emergono, come sottili ricordi, le forme del trascorso, come un abbraccio, come una mano che si stringe ad un’altra a ricordare e suggellare un passaggio di consegne e di vita tra il passato e il presente che presto diventerà futuro.

Antichi codici miniati sui quali l’uomo ha scritto la storia si fondano con le emozioni e la carta, trattata dal tempo e dall’atmosfera, rivela un segno, un tratto che parla senza parole, palpabile e reale.
Giuseppe Ciracì, Un anno senza di te




Le mani sono le protagoniste di alcune opere di Günter Brus dove, attraverso la fotografia, fissa strumenti di tortura per le stesse mani, martoriate e immobili, quasi incapaci di difendersi ed esprimersi: una lingua mozzata è una lingua che non parla.

Günter Brus


Nonostante le esplosioni stratificate di colori, le sinuosità rannicchiate delle figure, nude ed indifese, Pier Toffoletti pone l’attenzione che si accentua sulle mani, quasi sempre in primo piano, quasi a scaturire fuori dalla tela, nervose, tese, definite a rappresentare un trait d’union tra la tela e lo spettatore che viene accompagnato “per mano” dall’artista e i suoi soggetti in mondi fatati fatti di segni, schizzi e colate di colore.
Pier Toffoletti



Fabrizio Dusi, con i suoi lavori invece riproduce silhouette di uomini e donne che parlano, aprono la bocca, si lasciano andare ad un bla bla bla di parole che non producono suono ma si trasformano in bolle colorate che si perdono nel cielo.

Suoni che non si sentono, parole che non si vedono.
Fabrizio Dusi



Una scultura che è percepibile al tatto può rivelare un’anima a chi la guarda, può far sentire voci nascoste a chi le sa udire. Nelle forme di Giuseppe Inglese quello che appare non è quello che è, basta che la luce del giorno si sostituisca al buio della notte per far scattare una luminescenza che manifesta un altro essere, un’altra opera, un’altra anima, come un soffio, anzi come un respiro.
Giuseppe Inglese, Respiro tra le farfalle



Nelle tele e nei murales di Tony Gallo, i suoi soggetti sono esseri onirici e antropomorfi che si tolgono ogni imbarazzo e si fermano, guardano stupiti lo spettatore, curiosi: un animale che guarda un altro animale. Ecco, questo è l’uomo di fronte a ciò che non capisce, si blocca e osserva curiosamente e morbosamente.
Tony Gallo



Street art bolognesi hanno usato un muro nel centro città per poter comporre una parola con la lingua dei segni: amore. Un muro che svetta in alto, con grandi mani composte a formare l’amore, visibili, enormi e puntate dritte verso il cielo come, appunto, atto d’amore.
Street Art, Bologna - Amore



Si, perché “amore” è la parola più usata ed abusata dal genere umano, nelle arti, nella quotidianità e si esprime ogni giorno a volte poco o, al contrario, egoisticamente troppo verso se stessi e verso gli altri.

Amore, lo si dice ed esprime con gli occhi, con la bocca, con le mani per poterlo udire, vedere, toccare…un solo e unico grande atto che, se viene a mancare, mette l’accento sui sensi e sulle sensazioni che non ci sono ma si sovvertono in altri modi, in altre percezioni e si accarezza con gli occhi, si tocca con la bocca, si sente con le mani.

L’arte cerca di trasmettere ma mai colmare quello che in realtà manca, nonostante l’amore, mette un punto fermo perché si riesca a pensare e trovare la giusta sensibilità per comunicare agli altri esseri umani, perché sappiano udire, vedere, toccare…

Massimiliano Sabbion
www.maxiart.it