Tuesday, February 5, 2019

Dodici secondi di volo. Dai fratelli Wright alla ricerca di obiettivi e sogni.


 
«La ricerca della verità è possibile soltanto se parliamo chiaramente e semplicemente ed evitiamo tecnicismi e complicazioni non necessari.
Dal mio punto di vista, mirare alla semplicità e alla chiarezza è un dovere morale degli intellettuali:
la mancanza di chiarezza è un peccato e la pretenziosità è un delitto
(Karl Popper)

 ricerca

[ri-cér-ca] s.f. (pl. -che)

1 Attività finalizzata a trovare o scoprire qlcu. o qlco.: r. del colpevole di un delitto; essere alla r. di un lavoro; in uso assol., indagine, investigazione, inchiesta: una r. lunga, accurata, infruttuosa. 

Questa la definizione di ricerca: "Attività finalizzata a trovare o scoprire qualcuno o qualcosa", nella descrizione specifica quel "qualcuno" o quel "qualcosa" è il motore di partenza per il fine, ma si può parlare di fine quando si comincia una ricerca? O si tratta solo di un punto di arrivo che segna poi un altro punto di partenza?
La ricerca quando si compie e in qualsiasi campo è sempre faticosa, difficile da gestire e da far passare come divertimento, la ricerca è un lavoro che si compie come atto continuo dettato in primis dalla curiosità e dalla conoscenza.

Se non si parte con la giusta dose di desiderio di sapere e di immersione non si compie la ricerca, se manca lo stimolo il lavoro finale non darà né premi agli sforzi fatti né stimoli futuri.
Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright passarono alla storia con il primo rudimentale aereo il "Flyer" che spiccò volo, un volo di soli 12 secondi, eppure dietro ai quella manciata di secondi si nascose la tenacia, la forza e la ricerca, forse anche una buona dose di incoscienza e di sogni.

Non tutti sanno forse che gli Stati Uniti d'America avevano stanziato la somma di 50000 dollari per la ricerca sull'aviazione messi a disposizione di una delle menti più brillanti del tempo, il professore Samuel Pierpont Langley. Sostenuto nei suoi tentativi sia dal governo che dalla stampa dell'epoca e con finanziamenti cospicui continuarono gli studi sul volo.
Nel frattempo in Ohio i due fratelli non conosciuti, non seguiti e senza finanziamenti pubblici continuavano la loro incessante ricerca mantenendo la loro attività attraverso il piccolo negozio di biciclette locale.

Perché allora i fratelli Wright volarono e Langley non ci riuscì? Perché continuarono nella ricerca, curiosi nella realizzazione del loro sogno impossibile per tutti e nonostante i fallimenti, le avversità, la fatica, le prove disastrose continuarono fino al successo perché il loro obiettivo non fu mai perso di vista: riuscire a volare.
Samuel Pierpont Langley non era forse sufficientemente motivato, aveva già raggiunto altri risultati, professore stimato ad Harvard, conosciuto e apprezzato, altri sogni già realizzati, altre ricerche portate a termine, ma il volo… il volo no, forse non gli è servito staccarsi dal suolo e alzare non solo lo sguardo al cielo, ma l'uomo stesso.

Non definiamo lo studio di Langley un fallimento, ma piuttosto classifichiamola come "un non raggiungimento della sua ricerca", una ricerca non abbastanza convinta, niente affatto forte e incisiva e soprattutto mancante di forza e di sogni.
Sì, sogni, perché servono tanto quanto la curiosità e la ricerca da fare, tutto ciò è un duro lavoro si diceva all'inizio, ma qualcuno ha davvero pensato che tutto sia semplice e che una tempesta si dipani solo con il soffio di una brezza primaverile?

Dodici secondi di volo, contateli, ora. E poi? Poi volate.
1…2…3…4…5…6…7…8…9…10…11…12

Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, January 16, 2019

La curiosità della conoscenza. L'uomo creativo è un uomo felice?


 
La curiosità spinge sempre l'uomo a ricercare, provare e a sfidare se stesso in ogni campo e situazione.
La curiosità spesso conduce a peccare di presunzione o a sbagliare, ci si trova invischiati in un mare di dubbi, di perplessità e situazioni che poi minano la fiducia e la passione nelle cose che si fanno.
Perché allora l'uomo è così testardamente curioso da non ritornare sui suoi passi e lasciar perdere tutto? Forse perché senza la curiosità oggi non ci sarebbero molti degli strumenti che aiutano la vita di ognuno di noi dalle cose più banali all'essenzialità quotidiana. È impensabile pensare che l'uomo non abbia mai usato la curiosità per arrivare a scoprire se stesso, a scavare quella parte rimasta sempre nascosta e via via svelata.
È la curiosità che porge al futuro le scoperte dell'oggi.
Nell'arte l'evoluzione visiva è più che mai stata visibile e lo è oggi come agli albori, i segni, i colori e le forme che si sono associati nei secoli sono diventati poi il simbolo di un momento storico, quadri o sculture, costruzioni architettoniche che sono divenute poi l'immagine di un periodo ben preciso nel quale si identifica la storia dell'uomo.
Il solo Novecento, il secolo che si è appena superato, ha avuto le sue icone, troppe forse da elencare e sicuramente diversificate nel corso degli anni in un mondo sempre più globalizzato.
Dalle star del cinema ai divi di Youtube, dagli artisti rivoluzionari di inizio secolo alle operazioni commerciali anonime e sovversive degli ultimi anni, dall'arte passata ad essere considerata atto vandalico a proclamazione di simbolo di riqualificazione contro il degrado come l'urban art, un insieme di atti e cambiamenti che hanno stravolto l'umanità che ora con un click in uno smartphone si collega con l'intero pianeta e punta ora, forse, verso le stelle.
Rimane sempre attento e vigile il fatto che l'uomo e la curiosità si spostano di pari passo, senza la curiosità, senza la voglia di scoprire, senza la creatività l'uomo non avrebbe compiuto quei passi verso l'evoluzione contemporanea di cui oggi tutti ne godiamo e traiamo beneficio.
Poco importa se gli ostacoli perseverano tra comitati del NO su scienza, tecnologia, comunicazione e pullulano i complottisti più svariati con le teorie che passano dalla massoneria alla Terra piatta, è simbolo di una creatività forse perversa e nociva, ma sempre una voce nel coro.
Creatività! Curiosità! Bisognoso di esprimersi e di lasciare segni l'uomo si appresta sempre a graffiare con forza il tempo che passa, l'attimo in cui vive, è una necessità che avanza e che non può sottostare a regole.
Cosa sarebbe successo nella storia dell'arte se la creatività e la curiosità non fossero state seguite dagli artisti? Spezzare le linee e creare una nuova strada ha permesso ad un giovane Giotto di rivoluzionare la storia, a Masaccio di decretare la consapevolezza di una fisicità umana presente nell'arte, a Michelangelo di dare vita alla forza, a Gian Lorenzo Bernini di creare lo stupore, a Marcel Duchamp di ribaltare la figura dell'artista, a Pablo Picasso di spezzare e cercare un'altra dimensione, ad Andy Warhol di iconizzare uomo e oggetti, a Banksy di far dell'anonimato la sua forza nelle azioni metropolitane, alle culture da Nord a Sud, da Est a Ovest di mischiarsi e completarsi in fusioni e contaminazioni.
I passi di chi sovverte creando e incuriosendosi sempre sono la vera freschezza e la vera forza dell'uomo che, nonostante gli ostacoli imposti, continua e non si arrende anche quando è umiliato, non capito, allontanato dalla stessa società.
"Ai posteri l'ardua sentenza", forse nel futuro risiede la risposta, forse il non arrendersi, forse la ricerca, forse lo studio, forse la somma di tutto ciò.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, December 18, 2018

Arte a cena: mangiarne bene per vivere bene.


 
"Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene"
(Virginia Woolf) 

Davanti ad un’opera d’arte é necessario arrivare preparati, di sicuro pronti emotivamente con l’aspettativa che porta insita in sé tutta una gamma di pensieri ed emozioni più o meno piacevoli.
Avvicinarsi alla visione di un lavoro artistico significa conoscere ciò che si vede attraverso la ricerca, la preparazione e lo studio, la parte emozionale del ciò che piace e ciò che non piace arriva subito dopo.
Questo non significa che si tolga la sorpresa a ciò che si vede.
L’istinto primario così come l’input emozionale dato da un quadro o una scultura, tanto per restare nei temi classici, intervengano successivamente sul nostro giudizio finale.
Credo che per godere appieno di un artista e del suo operato convenga conoscere sia l’aspetto impattante a carattere emozionale sia la storia, la ricerca e il suo percorso.
Questo non significa che in questo modo si pervenga a sminuire l’artista e l’uomo, anzi, é un valore aggiunto che serve a percepire appieno ciò che si vede.
Non da meno rimane l’impatto dell’effetto sorpresa che porta con sé l’opera sconosciuta proprio in virtù del fatto che si ignora chi ne sia l’autore, la sua storia e ciò che emerge e che da essa ne scaturisce é comunque parte del fascino che attrae.
Un colore, una forma, un’idea, sono alla base del “vedere”e del “sentire” emotivo, nulla ci vieta di amare o allontanare ciò che piace o meno, nullo é pure l’effetto sorpresa o l’aspettativa dell’attesa, allora come porsi davanti ad un’opera d’arte? Preparati o dotati di tutti gli strumenti per decodificare e leggere ciò che si vede?
Forse un’assoluta verità non c’é, ciò che spinge alla visione é senza dubbio la curiosità e la voglia di sapere, di conoscere e di assaporare qualcosa di nuovo da un lato e rassicurante dall’altro, é un bisogno primario che serve a placare la fame di conoscenza mista a mero desiderio di sapere.
Provate ad immaginare una situazione vissuta nel quotidiano, per esempio un’uscita a cena in qualche ristorante, mangiare è un’esigenza, un bisogno dettato dal nostro corpo, allora la scelta del posto dove andare a soddisfare la nostra voglia di cibo apre diversi scenari: locali conosciuti e già collaudati? Punti di ristoro completamente nuovi? Insomma, il nuovo o il vecchio? L’avventura o la strada sicura? Sta di fatto che l’esigenza del cibo e della nostra fame dovrà essere placata.
Un esempio tra mille per indicare come questa continua voglia di soddisfare esigenze e bisogni si dipana tra molteplici strade e percorsi, di sicuro resta, per entrambi gli esempi, una sola certezza: la fame.
Senza essere affamati di conoscenza, bulimici di vita e di voglia di interagire non si va oltre la soglia di casa, chi di noi uscirebbe per cenare se ha già la pancia piena? Addentare le cose, mordere e fagocitarle é l’unica formulazione di apprendimento che si richiede davanti ad un’opera d’arte: bisogna essere pronti con la giusta dose di incoscienza e studio nelle giuste proporzioni per apprezzare con soddisfazione ciò che si ingurgita, ci penseranno cervello e stomaco a digerire il tutto e a trarne nutrimento.
Davanti alla Gioconda di Leonardo da Vinci si conosce quasi tutto e la fame é placata, si innesca la curiosità della visione, entrano in gioco altri fattori quali il peso della storia e il simbolo che il quadro rappresenta, si analizzano tecnica ed esecuzione, si ricercano dettagli e aneddoti che colorano l’opera di nuovi dettagli e si ritorna a casa pienamente soddisfatti e appagati.
Cosa succede invece di fronte ad un’opera come la Merda d’artista di Piero Manzoni? Di sicuro tecnica ed esecuzione non la fanno da padrone e in primis non é certo la parte che primeggia quando ci si avvicina alla scatoletta sotto teca di quest’operazione concettuale del quale rimane la serialità espressa dall’artista. Qui é necessario andare oltre a ciò che si vede, bisogna forse indagare di più, ricercare, faticare un poco di più per sapere cosa si guarda, la storia dell’artista e del periodo in cui ha vissuto é fondamentale per dare sapore a questo piatto così stranamente presentato.
La rasserenante Gioconda di Leonardo o la difficile digeribilità di Manzoni? Due volti diversi, due espressioni dell’arte tutt’altro che anonime e semplici.
Si gusta l’arte per bisogno, anche per semplice piacere, così come non si mangia per esigenza fisiologica e di sostentamento, ma per il gusto di conoscere sapori e appagare in questo modo non solo lo stomaco, anche gli occhi, l’olfatto, il gusto e il tatto.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, December 11, 2018

Il sapore della felicità che rende l'arte (di vivere) una gioia


 
Si pensa e si crede sempre che la felicità sia data dalla serenità che pervade l'anima e forse, una punta di verità risiede in questa affermazione, ma che cosa rende felice l'anima?
Molte cose, probabilmente differenti per ogni persona: lo sguardo di un innamorato, il sorriso di un bambino, lo scodinzolio di un cane, il rumore del mare che si infrange sulla spiaggia, una parola buona detta al momento giusto, il pane caldo, l'unico parcheggio libero trovato dopo ore di giri a vuoto, il gusto di gelato preferito, l'acqua fresca di una fontana in una calda giornata estiva, l'ultima pagina di un romanzo…
Esempi infiniti che scaldano il cuore, fanno amare l'amore per ciò che si ama, senza regole e senza freni. Si raggiungono le mete proposte e si arriva ad avvolgere l'anima con un calore che dà la sensazione di una pace cercata e voluta.
Ebbene sì, questa felicità ha bisogno di essere individuata, è necessaria insieme a tutta la forza genitrice che la fa scaturire, dove la si trova? Spesso in mezzo al niente, condivisa con gli altri, ma soventemente si svela dentro di sé perché nel silenzio nasce il verbo giusto.
È forse l'isolamento, la vera ricerca della felicità? Per chi crea a volte sì, si ha bisogno di stare con i propri pensieri, con i propri spazi di mutismo e pace corollati magari da rumori di fondo che alla fine non si sentono più: la musica di uno stereo scompare, le voci di chi ci sta attorno non si ascoltano ulteriormente, i frastuoni diventano parte di un lungo percorso che porta alla gioia della creazione e, forse, alla felicità, talvolta colmata da un pensiero che non ci si aspettava.
I secoli di storia, le facce degli uomini del passato, le orme di chi ci ha preceduto rimangono tangibili nei segni che sono emersi nel tempo: la letteratura tramandata di libro in libro, la musica tra gli spartiti e i suoni, l'arte tra le immagini e i colori.
Perché ancora oggi, e così sarà per chi ci sarà dopo di noi, l'importanza della creazione e della felicità passa attraverso significati e simboli che diventano la traccia di un cammino percorso.
Che cosa rende felice chi in questo momento scrive i suoi pensieri? Che cosa dà gioia e scalda la sua serenità? Dalla riflessione materiale, ai sogni, alla sensazione provocata da una visione di altrui felicità, la lista si potrebbe fare lunga, ebbene sì, chi redige questo parole ora ci prova: cosa provoca nel sottoscritto la felicità? Gli affetti a me cari, la mia famiglia, gli amici e i lettori che sorridono di questa frase, il vicino che falcia il prato e il profumo dell'erba tagliata entra nella mia casa, il postino che fischietta, il gelato alla vaniglia e le uvette del gusto Malaga, un bacio di chi mi ama, Luna che cerca per farsi coccolare, un sms di buongiorno, annusare le pagine di un libro nuovo da leggere, l'happy end di un film, una birra con il mio migliore amico, le risate in terrazza con un'amica mentre lei fuma una sigaretta dopo l'altra, la speranza di chi si innamora, l'arrivo di un accredito sul conto, il sole al tramonto lungo l'argine del Bacchiglione, il mio papà nell'orto, la risata di mia mamma, gli occhi di mio fratello, la calma di mia cognata, schiacciare le palline della carta da imballo, le lenzuola lavate e asciugate al sole, un forte temporale di notte sotto le coperte, le mani che profumano di sapone, l'arte.
Sì, per ultima l'arte ma parte costante della vita di chi si occupa di storia e critica d'arte e allora l'elenco si riapre di nuovo: una visita a Giotto e alla Cappella degli Scrovegni, una riproduzione di Paul Klee, il bacio di Giove ed Io del Correggio, un artista che ti mostra il suo nuovo progetto, preparare una mostra, studiare per una lezione, un nuovo libro, un catalogo appena stampato, sentire il profumo dei colori in uno studio d'artista, visitare un museo, camminare per le vie di una città, lasciarsi stupire, scrivere.
Sensazioni tutte che portano alla felicità, forse sogni inguaribili in un mondo che ci vuole sempre più concreti nelle scelte e meno poeti e artisti, ma più uomini di marketing settoriali e specializzati, si arriva a cozzare un po' con quello che si dimentica spesso essere però il bisogno primario della vita: essere felici.
Momento di stacco degli occhi dallo schermo mentre scorrono le parole di questo pezzo scritto, tra le righe molti avranno pensato alla loro felicità, si sono rivisti  e ritrovati, ripensando a quali sono le cose che rendono la gioia, magari a qualche artista o ad una situazione vissuta, quindi? Pronti con il proprio personale elenco di felicità? Spero di sì, me lo auguro, ve lo auguro.
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, December 5, 2018

Questo tempo da Hikikomori. La paura è rinchiudersi nel proprio mondo


 
No, il titolo non si riferisce a qualche nuovo film giapponese presente nelle sale di qualche festival internazionale di cinema, non è neppure un nuovo manga o un anime di successo, né un nuovo tipo di sushi, Hikikomori è il nome che si dà ad una sindrome giapponese tutta contemporanea che ha cominciato a varcare le soglie dell'isola nipponica e si è diffusa un po' ovunque.
È contagiosa? No, affatto. È forse peggio…
Hikikomori in giapponese significa "stare in disparte", è un isolamento sociale volontario, il termine si riferisce alle persone invisibili, coloro che non si espongono, non escono dalla loro dimensione e dalla loro camera da letto.
Il rifiuto primario per gli Hikikomori è quello di non uscire, di non avere rapporti sociali, di non stare con la gente e relegano tutto all'interno del loro spazio recluso in una stanza dove mangiano, dormono, leggono, giocano e navigano su Internet e, cosa più importante, proteggono in primis loro stessi dal giudizio altrui e dal mondo esterno.
È un atto di difesa verso un mondo che hanno paura di affrontare, spesso si pretende troppo e si chiede di non sbagliare mai, di essere sempre perfetti, precisi, esemplari, non sono ammessi errori: eccellenti a scuola, realizzati professionalmente, belli e sempre sotto pressione.
Il fallimento non è contemplato! Tutto è sotto controllo e si aggredisce in questo modo la paura di aver paura, di sbagliare e allora il modo migliore quando non si regge al confronto è quello di scappare, da tutto, e di rifugiarsi nell'unico posto dove si trova sicurezza: la stanza da letto.
Questo fenomeno è sempre più collegato alla nascita delle nuove tecnologie, già presente in passato, si è acutizzato nei decenni e, se da un alto, si avvicinano le persone e abbattono le distanze, dall'altro invece le allontanano.
La società ora non accetta i fallimenti, non ammette la vergogna dello sbaglio, la possibilità che ci possa essere una caduta e una conseguente ripresa.
Non è depressione quella che è diagnosticata, ma la paura delle difficoltà e delle delusioni da cui spesso non si torna indietro, assenze emotive e pressioni sociali ne sono i condimenti.
La pazienza è l'unico antidoto, si deve e si può affrontare tutto, anche gli sbagli, questo vale per tutte le categorie e, se rapportato al mondo culturale e artistico, bisogna sempre avere la consapevolezza che i fallimenti, i giudizi, gli insuccessi sono all'ordine del giorno.
In fondo, anche un anno solare composto da 365 giorni può essere ricordato per una manciata di giorni al top, e tutti gli altri sono da buttare? No! Sono importanti per raggiungere proprio QUEI giorni.
Il mondo esterno è pronto sempre al giudizio, anime fragili si auto incutono paura e terrore nel doverlo affrontare, manca il coraggio, manca la fiducia, eppure sono malati di paura con tante cose da dire.
Nel mondo dell'arte si affrontano squali peggiori rispetto a quello messo sotto formalina da Damien Hirst, si può essere osannati e demoliti tutto nello stesso giorno, tacciati di copiare, citare, essere troppo creativi o troppo poco, troppo visibili o fantasmi dimenticati, così come la produzione artistica che può risultare ampia o striminzita. Allora qual è la giusta misura? Chiudo lo studio, serro la porta di casa, rimango a stordirmi di Netflix, Amazon e social network e vivo protetto nel mio mondo, è questo il pensiero di chi non affronta le paure?
Ci sarà sempre una caduta, un pianto, una delusione, ma anche un sorriso e una svolta nelle cose, mai porre pressione a se stessi né lasciarsi condizionare da un mondo che ci vuole standardizzati e perfetti, ma in fondo abbiamo tutti lo stesso difetto di fabbrica: siamo umani, portatori di emozioni e intrisi di dubbi e errori.
Chi critica lo farà in ogni caso, non si è mai attenti abbastanza ad accontentare tutti, ma non è neppure giusto farlo! Ci vuole pazienza, coraggio, audacia, un po' di incoscienza e soprattutto mai chiedere l'impossibile, passo a passo si percorrono le strade, ogni inciampo insegna qualcosa.
Non è facile vivere in un mondo che chiede sempre di più, non è semplice fare l'artista, ci sarà in ogni caso qualcuno più bravo e preparato di te, ma questo deve essere uno stimolo a migliorarsi, non a rinchiudersi.
I giudizi fanno male, ma non usare un talento o relegarlo in angolo per dimenticare tutto chiude in questo modo non solo la porta della camera, dove l'Hikikomori si rifugia, ma anche le menti e l'anima, quindi? Quindi si spalanchino le finestre e si respiri nuovamente, con la pazienza dovuta, la fiducia e la giusta dose di paura.
Si tema il giudizio e la critica, ma non ci intimorisca nel riprovare e di ammettere di essere bravi anche a commettere uno o più sbagli.

Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, November 28, 2018

Il coraggio di avanzare. Dal boom economico al crollo dell'audacia


 
Si parla sempre più spesso di salvaguardia del patrimonio culturale, a volte con la paura di perdere la propria identità storica e la propria cultura d'origine. È bello che ci sia un interesse così radicato e sentito dalla gente per il territorio e il passato anche se spesso molte scelte su come gestire questo patrimonio è più che mai discutibile.
È una tendenza, quella della difesa del ricordo storico di appartenenza, che sfocia un po' in tutta Italia: si passa dalla sagra di paese con tanto di improbabile ricostruzione di palio e sfilata di costumi d'epoca in luoghi dove né i mestieri rappresentati né i costumi e personaggi proposti risultano corretti, ma tant'è, per la popolazione e i numeri che parlano in bilancio serve la quantità e non la qualità; si passa poi ad eventi culturali poco azzeccati e consoni che si discostano da quel valore di ricerca e meritocrazia che poco si sposano con l'apertura di mostre fatte e dedicate a lavoretti che si avvicinano al bricolage, al teatro amatoriale e vernacolare, alle cover band.
Certo, lo spazio va dato a tutti perché è giusto dare opportunità alla creatività e alle idee, ma non a discapito della qualità!
Bisognerebbe avere il coraggio anche di andare controtendenza e dire "no" a tante esperienze che portano la distinzione poco differente dalla sagra della salsiccia all'evento degno di nota.
Giusto che siti, musei, centri culturali si aprano al pubblico, corretto che ci sia una visione d'insieme e un nuovo occhio indagatore coi tempi che cambiano, meno giusto invece non valorizzare gli spazi e i punti di ritrovo che scadono nelle proposte presenti e sminuiscono il lavoro di chi cerca di farlo in maniera professionale.
È un peccato vedere come certi spazi diventino una sorta di centro commerciale ex novo dove ci sono più e più proposte rivolte indifferentemente a tutti, senza un minimo di voglia di partecipazione e di voler educare le persone a imparare a guardare più che a compiacere lo sguardo per passar oltre.
Dove sta la colpa? Forse nella domanda e nell'offerta, nella voglia di dover ad ogni modo e costo giustificare il perché delle cose fatte con tanto di rendiconto alla mano, numeri che devono superare le aspettative, pubblicazioni e mass media all'attacco, ma tutto questo è poi sempre sinonimo di cose buone e giuste? Le amministrazioni e le istituzioni giostrano come possono le risorse e le persone e combattono ogni giorno contro i canali burocratici, i mai-contenti-per-quanto-tu-faccia, il si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio e, soprattutto, il confronto alle spalle con un passato che non torna più.
Tutto è cambiato, l'adeguamento alle trasformazioni spesso non è stato di pari passo alle aspettative, in un Paese che aveva voglia di ricominciare e ricostruire da zero dopo la Seconda Guerra Mondiale non scordando (quasi sempre) la storia gloriosa si è arrivati alla ricomposizione di un'identità attraverso scuole di pensiero, libertà d'espressione, grandi opere e costruzioni che hanno portato ad una crescita e alla definizione di "boom economico" negli anni Sessanta del Novecento.
A distanza di così tanti decenni cosa è rimasto? Le istituzioni si sono incartate tra uffici, burocrati, leggi e consensi da ottenere, grandi opere non ce ne sono più e al massimo si costruiscono giganti dai piedi d'argilla, crollano i ponti e gli edifici simbolo di una ripresa e di una voglia di ritornare a vivere, la terra trema e si scuotono le menti, ma tutto rimane in perenne stallo, al massimo si consuma tutto piano piano, fino a dimenticare.
Quando non si trovano soluzioni, si procede con i tagli: via i fondi alla cultura, meno opere rivolte alla collettività, ricerca sempre più inconsistente ed esigua, precariato ideologico, è in atto un sobbollire di malcontento e voglia comunque di andare avanti, di sperare che tutto il percorso fatto nei secoli precedenti non si dissolva come nebbia al sole in poco tempo.
Spesso gli artisti sono costretti a reinventarsi il lavoro dipingendo ad esempio muri di pizzerie o confezionando bomboniere, gli scrittori e poeti sono ingaggiati per biglietti d'auguri e sterili necrologi, i musicisti si ritrovano a far pianobar d'accompagnamento a qualche festa di matrimonio.
Esistevano il mecenatismo, la meritocrazia, lo Stato e la voglia di non arrendersi alle difficoltà, con sempre in corso nuove opportunità e sperimentazioni, esisteva il coraggio che, oggi, sembra mancare.
E così ci si abbandona alla noia e alla stanchezza vista e trita, ci si arrangerà con la sagra della salsiccia, con i lavoretti del signor qualunque, le stonature in concerto, con le sfilate in costume, ma ci si adatterà mai a non lottare abbastanza per un'idea e per la cultura? Credo e spero di no, mai.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 20, 2018

Giotto è una spremuta di arancia rossa. Il silenzio si fa ricordo


 
Il silenzio è fatto di tanti piccoli rumori, il silenzio della creazione è circondato dal ronzio di sottofondo del pc e dai battiti delle dita sulla tastiera, da una musica che proviene da qualche autoradio di un'auto che passa, dal vociare dei bambini che giocano a calcio lungo la strada del quartiere, dai propri pensieri che frullano in testa.
Il silenzio quindi è la base delle idee che nascono in mezzo ai rumori del quotidiano, anche quando si cerca l'isolamento da una voce e in un momento quella voce ritorna nella testa più viva e reale che mai, basta un ricordo a farla riaffiorare, un profumo, un'immagine.
Se ci si sofferma un po', si ripensa a ritroso a quanti silenzi hanno circondato la nostra vita, a quanti déjà vu vissuti e a quali sensazioni legate si sono formate nel cuore e nella testa, ci rimane il ricordo di ciò che si è visto e vissuto.
Mi torna in mente la mia prima gita scolastica alle elementari, la visita a Padova alla Cappella degli Scrovegni di Giotto, qui rimasi affascinato dai colori e dalla sensazione di essere così piccolo davanti a tanta bellezza che ancora non capivo del tutto bene poiché per me "Giotto" finora era associato alla marca della scatola delle mie matite colorate dove era raffigurato un pastorello che disegnava una pecora su sasso mentre in piedi un signore lo osservava interessato.
Ricordo ancora la paura provata di fronte alla raffigurazione dell'Inferno del Giudizio Universale con il diavolo a tre bocche che si mangiava le anime, quella rappresentazione mi rimase impressa sulla pelle con un brivido lungo lungo.
L'immagine di Giotto è sempre rimasta in me presente associata alla sensazione del colore rosso, un rosso come la spremuta d'arancia che mi era stata preparata dalla mamma la mattina da portare nello zainetto per la merenda in gita insieme al panino col prosciutto cotto.
Per me Giotto ha quindi il sapore e il colore delle arance Tarocco in un freddo mattino di marzo di tanti anni fa.
Il silenzio reverenziale della visione degli affreschi di Giotto visto con gli occhi di un bambino era poi accompagnato da altro: spesso interrotto dalle voci dei compagni, dagli altri turisti che parlavano altre lingue, dalla maestra che sussurrava la spiegazione di ciò che si stava vedendo.
Il ricordo con gli anni si è fatto dolce e ovattato, un po' di tenerezza lo ha preservato negli anni e piano piano si è fatto silenzio da custodire e tirar fuori quando lo ripenso.
La mia personale esperienza è forse simile a mille altre esperienze di persone di fronte alle opere d'arte, davanti al silenzio che si interpone tra ciò che si vede e ciò che si sente, potremo definire tra ciò che è impressione e ciò che è sensazione ed espressione.
Se ogni lettore ora ha scorso tra le righe e rivissuto un mio ricordo, di sicuro ha poi ripensato, nel suo intimo silenzio, ad una sensazione forse simile alla mia, magari legata ad una persona, ad una città, ad un selfie fatto per suggellare quel preciso istante.
Magari il pensiero è andato ad una sola opera d'arte da cui si insinuano le più recondite percezioni e stupori vissuti e allora si arriva ad usare il prezioso bene del tempo che costringe a fermare l'uomo e a pensare, a ritrovare il suo silenzio e soprattutto ad ascoltare, ad ascoltarsi.
Può un'opera d'arte far uscire determinate sensazioni? Credo di si, staccando la spina paradossalmente ci si ricarica e nel silenzio si osservano i ricordi, si accarezzano con lo sguardo i colori che hanno dato vita alle forme, ci si sofferma al risultato, magari si studia il perché nei materiali impiegati o nella tecnica o semplicemente ci si lascia andare al solo pensiero che ciò che si sta vedendo è solamente bello, piace.
E infine chi è per il sottoscritto Giotto? Un artista? L'inizio di tutto? Un ricordo? Una sensazione silente? So come posso definirlo: Giotto di sicuro è una spremuta di arancia rossa che pizzica in gola e solletica il naso con la sua acidità dolciastra, rinfresca un souvenir del passato, rinfranca il proprio presente.
Ad ognuno il suo silenzio, il suo ricordo, il suo colore.
Un augurio a tutti: buona (ri)visione.
Massimiliano Sabbion