Friday, May 20, 2016

CRITIC-ARTE. Quando qualcuno “si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto”

Parlare di arte e cercare di far comprendere le cose allo spettatore anche da un altro punto di vista, non solo emozionale e di impatto, a primo avviso non è mai semplice.
Affermazione ovvia forse ma in questo caso l’inciso iniziale ci sta per poter analizzare poi le parole successive.
Un’immagine non ha bisogno di presentazioni, si palesa attraverso le idee dell’artista che hanno preso struttura per mezzo di colori e forma, facile quindi poi “ricamarci” sopra e parlare di arte, di storia e di citazioni quando la “materia delle parole” si conosce e la si sa giocare.
Non così scontato invece far passare a tutti l’interpretazione e il proprio punto di vista così come accade, al contrario, con l’arte e le raffigurazioni di cui si descrive la potenza visiva ed emozionale.
Chi critica è visto come facente parte di una “brutta categoria” che vuole demolire ad ogni costo quello che gli si presenta davanti, un untore delle espressioni altrui, un essere pronto a fare a pezzi con la lingua e gli scritti un autore e la sua opera, un represso che non sa disegnare e per questo se la prende con chi lo sa fare.
Purtroppo “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio” insomma per dirla tutta una persona non dissimile da quella “Vecchia mai stata moglie senza mai figli, senza più voglie, (che) si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto” eccola qua, la citazione colta è fatta: Fabrizio de André, testo della canzone Bocca Di Rosa.
Forse bisognerebbe mettersi anche nei panni altrui e capire che sovente sono gli artisti a ricercare la critica per poter esprimere, attraverso le parole, quello che con i loro mezzi già visivamente compiono.
Le critiche e il “parlare dell’arte di…” finiscono poi per non accontentare mai tutti, bisogna non scordare che il critico è una persona che si mette a disposizione, quasi come un “traduttore visivo”, per completare e spiegare ciò che si presenta allo spettatore con un linguaggio comune a tutti.
Un testo critico serve a portare il proprio punto di vista e ad esaltare e spiegare concetti che sono nati via via che si è analizzata l’opera dell’artista. Non è sempre vero che un critico può demolire od esaltare l’arte in sé, la frase “senza di me non saresti nessuno, senza il mio lavoro non avresti ragione di esistere” vale per entrambe le tipologie, artista e critico.
Credere nel lavoro che si presenta, che sia esso scritto o artistico, è senza dubbio il primo passo da affrontare poi, le accuse, da entrambi i fronti, arrivano: a volte si ricorda più il critico che l’artista o viceversa.
Sono molte le categorie di critici e artisti così come ci sono molte specie di pubblico: ci sono quelli che urlano allo scempio artistico e alla morte dell’arte in ogni caso; quelli che esaltano l’artista perdendosi poi tra fiumi di parole e voli pindarici non ascoltando mai veramente fino in fondo le cose da dire e da recepire; quelli che qualunque cosa si dica, raffiguri o scriva non va mai bene; quelli che rimangono puntigliosi dettati dall’invidia o dal fastidio epidermico solo per presa di posizione contro la categoria citata e cosi via…
Si accettano sempre i consigli e le critiche che aiutano a puntualizzare e a costruire un percorso atto al miglioramento, si ricevono meno invece le cose sparate a caso senza nessuna consapevolezza se non quella di far vedere, in fondo, che “io sono meglio di te e avrei potuto fare un lavoro superiore”.
Per un critico, ogni critica è (anzi deve essere) benvenuta, penso che il concetto possa essere esteso e valga inoltre per ogni persona desiderosa di apprendere e migliorarsi.
L’accusa che spesso viene rivolta è che il gioco risulti facile perché chi scrive “ci sai fare con le parole” e magari l’artista risulta semplice da descrivere e senza bisogno di spiegazioni ulteriori, personalmente? Mai pensato di volerlo fare, mai voluto anche solo pensarlo.
L’arte non può essere ingabbiata nelle parole, così come la scrittura non può essere ingessata nelle regole, soprattutto non deve esserlo quando si scrive di arte.
Sintassi e grammatica rimangono le prime regole che, una volta rispettate, lasciano fluire per iscritto i pensieri...e poi? Poi si può essere d’accordo o meno con quello che viene citato e spiegato ma un pensiero non è migliore di un altro, solo differente come posizione e opinione.
L’errore più grande forse sta nel etichettare le professioni e le persone: non si nasce critico perfetto come non esiste l’artista assoluto.
Ogni colpo di cannone non sempre centra il bersaglio, si commettono falli per imparare a vedere le cose anche sotto un’altra ottica: dagli sbagli si impara o ci si passa sopra, senza compiere peccati perché se è il peccato dell’anima che separa l’uomo da Dio, allora sia il peccato dello scritto a separare il critico dall’artista.
Massimiliano Sabbion


Tuesday, May 17, 2016

Farò quel che potrò. Selfie e fotografie contemporanee.


 
Sembra impossibile ma ormai lo facciamo tutti, tutti noi dotati di smartphone di nuova generazione: fotografiamo sempre e continuamente tutto e tutti!
Ci è presa la mania ansiogena di non lasciare scappare nessun secondo della vita: si fotografa il sole, la pioggia, l'improvvisa nevicata; si immortala quello che si mangia al ristorante senza lasciare a volte neppure il tempo al cameriere di posare il piatto che parte il CLICK! della fotocamera e poi si posta e tagga luogo e persona che ci è vicino, come appunto fosse un buon piatto di cibo appena servito; si prosegue con la marea di scatti ai figli e nipoti che crescono fotogramma dopo fotogramma senza lasciare la curiosità di capire cosa succederà poi; non dimentichiamo poi i vecchi autoscatti di qualche anno fa che ora si chiamano "selfie", fatti in gruppo, da soli nel bagno di casa, con alle spalle un'opera d'arte, un tramonto, un vip ignaro, si ferma l'istante su qualsiasi cosa per paura di perdere il tempo che passa veloce…
Perché questa paura di perdere l'attimo?
 Perché si sente il bisogno di fermare TUTTO quanto quello che ci passa davanti?
Perché l'uomo ha paura del tempo che scorre? Con l'ansia del, ad esempio, "devo-fare-assolutamente-questo-prima dei-miei-40-anni" sembra che non ci sia più spazio per l'attesa ma solo per l'immortale immortalità da immortalamento.
Così il peso del tempo, a mio parere, si sente il doppio, si instaura un meccanismo perverso e fagocitante di non riuscire a fermarsi in tempo per fermare il tempo.
I selfie sono diventati gesti scaramantici: "Dai facciamo un selfie per fare vedere dove siamo" (o chi siamo e come siamo!), senza mezzo di scampo si scattano una quantità indicibile di foto prima di scegliere quella giusta "No! Questa non mi piace, ho i capelli fuori posto, sto guardando da un'altra parte, sono inguardabile…no! Rifacciamo!" ansia da prestazione, reset di un istante che non piace e si cancella, poi, una volta trovato lo scatto giusto, si sistema tutto con un paio di giochi fatto di filtri e colore virato e la foto è PERFETTA.
Il tempo si è bloccato, un istante è finito dentro un apparecchio atto alla comunicazione e l'immagine prenderà il via verso altri lidi social chiamati Facebook, Instangram, Pintarest
Chissà cosa penserebbe ora Nadar che ospitò nel suo studio i primi impressionisti nel 1874? Avrebbe mai immaginato dall'alto della sua mongolfiera quando era intento a fotografare i tetti di Parigi che un giorno la gente non avrebbe aspettato sedute di pose prima che lo scatto fosse completato? O peggio ancora, ci si è scordati forse dell'ansia post vacanze quando si portava a sviluppare il rullino da 36 foto di cui buone ne rimanevano forse la metà? L'attesa, la curiosità, la stessa ansia di vedere le immagini fissate a suo tempo sembra ormai perduta.
No, non si condanna l'avanzamento tecnologico né il tempus fugit, si costata come l'uomo dalla frenesia moderna della velocità e del tutto-e-subito senta forse più il peso dell'attesa e del silenzio che manca.
Tornano alla mente le fotografie inquiete più che inquietanti di Diane Arbus, dei corpi catturati di Helmut Newton e, Robert Mapplethorpe dei giochi surreali di Man Ray, dei paesaggi parigini di Henri Cartier-Bresson, delle violenze visive e fisiche di Nan Goldin, dei ritratti di Herb Ritts e delle composizioni di David LaChapelle, delle provocazioni hard di Terry Richardson, di tutti quei fotografi e artisti che hanno tramandato scatti epocali e che sono diventati di uso comune, linguaggio di tutti in cui ci si rivede, si sogna o si trasmettono le stesse emozioni bloccate allora.
Più che normale che arrivi quindi ai nostri giorni la forza e la voglia di arrestare il momento, di non farsi scappare l'occasione, di non permettere a nessuno di scordare quello che si vive e di volerlo tenere e comunicare a tutti.
Più che normale avere il sentore che quello che accade ora poi scompare e non ritorna più, bisogna conservare questi "attimi fuggenti", ricordi, pensieri belli che, come biscotti rinchiusi in una biscotteria, poi ogni tanto si tirano fuori e si assaporano, petite madeleine proustiane contemporanee.
Più che normale che nello scatto di abnorme normalità risultano quindi insignificanti immagini di cosa si è mangiato o di particolari privi di contenuto alcuno se non quello di fermarsi e pensare.
"…farò quel che potrò" recita un'anonima frase scarabocchiata da un ignoto writer in angolo di Padova: tutti si fermano davanti a quella colonna a fotografare quel pensiero scritto, in fondo si cerca l'unicità delle cose, anche con lo scatto personale, anche con la frase lasciata in sospeso che ognuno completa come crede.
In amore? Farò quel che potrò. Nelle cose? Farò quel che potrò. Nel giorno del mio compleanno? Farò quel che potrò. Con una foto? Farò quel che potrò.
Con uno scritto e con un pensiero, farò quel che potrò.
Si è pronti? Si scatta, si vede, si è.
Ps: buon compleanno :-)
Massimiliano Sabbion
 

Saturday, May 14, 2016

“Qualsiasi cosa diciamo, parliamo sempre di noi stessi”. Arte e conversazioni per apparire quello che NON siamo.


Qualsiasi cosa diciamo, parliamo sempre di noi stessi
(Alison Bechdel)
 
È inutile, quando si cerca di apparire quello che non si è poi alla fine si risulta solo ridicoli di fronte agli altri e in primis di fronte a noi stessi.
Inutile quindi dimostrare di essere altro e creare false aspettative, inutile sobbarcarsi di oneri e applausi se poi in realtà si è quello che si è senza sensazionalismi e sproloquio di aggettivi a tratti imbarazzanti.
A tutti sarà capitato di essere invitati ad una festa o ad una cena dove si conosce la maggior parte degli invitati e di destare la curiosità di chi si vede per la prima volta.
Spesso si ingigantiscono le mansioni e il ruolo che si ha, ad esempio, in ambito lavorativo alla classica domanda “Di che cosa ti occupi?” pochi rispondono con sincerità cercando invece di creare qualcosa di misterioso e affascinante agli occhi e orecchie dell’interlocutore: “Sono un archeologo dedito all’avventura; sono nel progetto NASA per la missione su Marte; dirigo un’azienda di risorse umane; costruisco nano particelle per nano alieni…” difficile dire e presentarsi per il ruolo che si è e per il lavoro che si fa, tra gli scontati “Sono medico, ingegnere, avvocato, dirigente” che male c’è a dire “Sono idraulico, centralinista, impiegato, commessa”?
La paura di essere giudicati poco interessanti e stimolanti produce mostri che si smontano poi via via nel corso della conversazione…
Si, sono idraulico, centralinista, impiegato, commessa ma scrivo da Dio, dipingo da urlo, gestisco un blog, leggo tanto e divoro film e fumetti, visito mostre e città, in una sola parola: vivo! Ed ho una vita strepitosamente interessante…
Quando si parla con un estraneo che deve e vuole conoscerci si infarcisce il dialogo con parole e surplus di aggettivi da far impallidire Narciso stesso per apparire migliori e più belli di quello che siamo.
Perché camminare con i tacchi quando non si sanno portare e si è più eleganti con un paio di ballerine ai piedi?
La semplicità della parola così come quella della presentazione, sono invece le carte migliori da giocare senza per forza apparire dei super eroi negli stretti panni di un Clark Kent o Peter Parker del caso: Superman e Spiderman stanno bene nel loro ruolo e nei loro mondi fumettistici, non sono che frutto di una fantasia che vuole nell’uomo comune vedere un supereroe con tanto di superpoteri.
In realtà ogni uomo comune è un supereroe e lo dimostra ogni giorno con la sua quotidianità: alzarsi la mattina e far i conti col traffico, rendere conto a capi esigenti e stressanti che sembrano non avere anima e vita oltre il posto di lavoro, far quadrare i bilanci, telefonare ai tuoi per sapere come stanno e far sapere che ci sei, i bambini da portare a scuola, danza, basket, calcio, far la spesa al supermercato all’ora di punta, portare il cane dal veterinario, preparare la cena, lavare, stirare, giocare coi figli, accendere la passione nel partner, pensare alle vacanze estive e aspettare poi la sveglia del mattino seguente… un superore invece tutto questo non lo fa rinchiuso nella sua tutina colorata e attillata, anzi, loro non hanno manco il tempo per andare al bagno (quanti di voi ricordano Superman seduto sulla tazza del WC o Spiderman che si mette in un angolo a far pipì? Che già deve essere dura indossare la calzamaglia figuriamoci a toglierla per bisogni fisiologici poi…).
Dunque, sapere chi siamo e presentarsi agli altri con gli strumenti più chiari possibili è forse il miglior biglietto da visita.
Qualsiasi cosa diciamo, parliamo sempre di noi stessi”, è vero, il solo atteggiarsi e parlare dimostra chi siamo, cosa pensiamo, come agiamo e nonostante tutto nessun filtro nasconde i nostri pensieri. Avviene anche in arte: un artista quando crea mette sempre se stesso nelle cose che fa anche quando parla agli altri o per conto degli altri, segue le sue inclinazioni e pensieri e il suo stato d’animo si riflette poi nelle opere.
L’approccio con le opere d’arte è relegato allo stato d’animo dell’artista che in quel momento si svela al pubblico, senza filtri, senza schermi ed è nudo davanti a chi lo guarda.
Si possono capire tante cose osservando un dipinto, una scultura o un’installazione: gli stati d’animo, le sofferenze, la gioia, la ricerca, lo studio fatto prima, i disagi interiori, il percorso di vita, il momento storico, un cuore spezzato, una felicità improvvisa, una denuncia sociale, una voglia di rivalsa.
Un’opera d’arte è un diario visivo del vissuto creato di una persona, di un artista che può raccontare al suo interlocutore quello che vuole ma sono poi le opere che “parlano” per lui e si mostrano e allora che succede poi? Succede che le corde toccate dall’artista diventano le nostre e il suo linguaggio parla direttamente senza intermediari né farciture sopra le righe.
Nelle figure di Giotto la sensibilità dell’animo umano; in Leonardo da Vinci lo studio e la ricerca; in Paolo Veronese lo splendore dei colori della terra veneta; nei colori di Vincent Vang Gogh si ritrova il suo disagio; nelle linee di Pablo Picasso l’amore per la vita; in Salvador Dalì l’amore e lo stupore che s mescolano ad una padronanza tecnica condita da sogni vicino ad incubi interiori; in Lucio Fontana la provocazione in un gesto; in Mario Schifano la rabbia e la voglia di vita; in Banksy la voglia di denuncia provocare… ad ognuno il proprio artista, ad ognuno l’arte per parlare di sé, in fondo, anche quando cala il silenzio si dicono tante cose.
Massimiliano Sabbion


Tuesday, May 10, 2016

Il piacere e il dolore. Sentimenti tra arte e vita



Che cos’è il piacere? Se lo si dovesse definire in maniera asettica e sterile la definizione proposta è la seguente: “Il piacere è un sentimento o una esperienza che corrisponde alla percezione di una condizione positiva, fisica ovvero biologica oppure psicologica, proveniente dall'organismo.
È un concetto presente universalmente nella filosofia, nella psicologia e nella psichiatria.
Nel corso della storia i filosofi ne hanno formulato definizioni e concezioni molto diverse.
È considerato l'esperienza di contenuto opposto al dolore. Sembra che però, rispetto al dolore, il piacere sia stato oggetto di studi scientifici in misura minore.”
Dunque il piacere è un sentimento, poco studiato rispetto al dolore, per quale ragione? Forse perché la sofferenza si protrae e strascica nell’animo umano mentre il piacere arriva, si insinua, scoppia come un fuoco d’artificio e se ne va, lasciando traccia labile di sé come lo spettacolo pirotecnico che ha illuminato il cielo per pochi secondi.

Il piacere scatena istinti ed espressioni diverse su cosa sia per ogni persona la fonte che lo fa scattare, possono essere sentimenti effimeri e passeggeri oppure così grandi da coinvolgere l’intera esistenza, fino ad entrare nel cervello e nell’anima.
Ciò che stupisce nell’affermazione sopra riportata è che il dolore si studia, il piacere no, sarà forse perché si cerca di capire ed esorcizzare quello che fa male? Cosa rende impotenti e rabbiosi nel cercare risposte se non quello che ci investe in maniera negativa? Infatti quando si affrontano periodi bui e avversi non si pensa che a risolverli e a trovare la luce, quando invece si vive nella pace e nella serenità tutto scorre e il tempo scivola via, veloce, senza pensare troppo ma solo lasciandolo defluire veloce ed inesorabile.

Si, il piacere si apprende poco perché lo si vive, il dolore invece ha bisogno di motivazioni e di risposte sul perché avviene e capita, si incunea e forse per dare una ragione esistenziale a quello che succede nella quotidianità si cerca di studiarlo perché non accada più o semplicemente perché bisogna saperlo combattere. La sofferenza e il dispiacere disturbano, sono provocatori e infastidiscono, quando si inscenano e si mettono davanti a tutti come segnale, come richiesta d’aiuto e di attenzione gli sguardi si abbassano o si voltano da altre parti: a nessuno piace vedere l’angoscia che viene provocata.

Nell’arte con frequenza gli artisti costringono lo spettatore a fermarsi e a guardare anche quando quello che si mette davanti non piace per niente: animali sotto formalina (Damien Hirst), Santi Padri investiti da meteoriti (Maurizio Cattelan), infanzie traviate e subdolamente perverse (Balthus), parchi giochi tristemente lugubri e anti divertimento (Banksy), introspezioni psicologiche nelle figure (Lucian Freud), sangue e violazione del proprio essere (Franko B), una costante ricerca di purificazione e libertà dalla sofferenza affannosa e angosciante, ecco cosa si ricerca.
Le formulazioni invece di sentimenti legati al piacere sono diverse, passano attraverso i sensi con l’olfatto, con il tatto e il gusto e soprattutto con la visione: vedere è possedere, è amare e circondarsi di ciò che scatena in noi le espressioni che più ci aggradano e coinvolgono.

Nei quadri impressionisti si fermano luce e colore ma anche le sensazioni legate all’aria aperta dove sole e natura sono macchie e gradazioni colte in un attimo, in cui, a pieni polmoni si respira il profumo dei papaveri di, ad esempio, Claude Monet immersi nei covoni di grano che sanno di erba seccata e appena tagliata e dove anche il sole che scalda si blocca a completare l’opera.
Nell’abbraccio e nel bacio di Francesco Hayez si coglie la sensualità e la voglia di corpi che si devono lasciare prima di ritoccarsi e riscoprire, esplorarsi e odorarsi tra un misto di eccitazione e paura.
Come non restare affascinati dalla freschezza delle tavole delle vanitas fiamminghe? Sapori, gusti e olfatto traspaiono negli olii cristallini e perfettamente bilanciati tra luci e ombre, metafora di vita che, a sua volta, è fatta di zone scure e zone chiare, zone di dolore e zone di piacere.

E allora, cos’è il piacere? È la somma di tutto ciò che un corpo, un’anima e un cervello abbisogna, è forse la richiesta di vita, quella che si sente dopo una corsa fuori controllo fatta lungo un argine di un fiume e la bocca respira aria da raggelare i polmoni e far pulsare le tempie mentre il sudore scorre lungo la schiena.

Vita è succhiare una granita tutta d’un fiato fino a sentire gli occhi schizzare dalle orbite, è urlare controvento in riva al mare, è arrivare sopra una montagna e guardare il cielo in alto e la terra dal basso.
Vita è stringere una mano piccolina di un neonato che ha il futuro ancora da capire o, al contrario, perdersi nelle vene e nelle pieghe di una mano anziana che ha trascorso i suoi anni tra le fatiche e le esperienze.
Il piacere è vita, la vita è piacere così come lo è ascoltare una musica in lontananza o perdersi negli occhi di chi si ama o lasciarsi intrappolare tra le opere di chi ha espresso con i materiali quello che si prova, per chi legge ora è un testo o un’immagine ben distinta tra le moltitudini vissute, tra le opere d’arte, tra l’arte.
Massimiliano Sabbion


Friday, May 6, 2016

Rubare l’arte. A te chi piace?


Se un giorno, su volere di un genio della lampada, per un regalo inaspettato o per un colpo di magia vi si chiedesse di “rubare” un’opera d’arte o un monumento dall’intero pianeta che cosa portereste via?

Non importa che sia una scultura, una pittura un’architettura, pensate solo questo: avete a disposizione questa magica possibilità e ora, con un solo gesto, quello che volete e vi piace può sparire agli occhi del mondo e diventare vostra, per sempre.

 Cosa scegliereste? Da che cosa vi fate dettare nella selezione? Un ricordo? Un’idea? Un amore? Tanti sono i fattori che regolano questa strana opportunità e molteplici le risposte che si sentirebbero in questa piazza globalizzata dove, nel nostro discernere le parole, l’arte tutta la fa da padrone.

Spesso le scelte ricadono su ricordi del passato, su emozioni legate ad un posto, ad una gita, ad una scoperta fatta magari in maniera fortuita. Un poco come avviene con la musica: una canzone diventa la canzone della vita e segna un momento, un episodio al quale ci si lega e le note diventano la colonna sonora di quell’attimo.

Come sempre i gusti cambiano e sono differenti, a volte lontani come pensiero e piacere al nostro ma la varietà delle opere e le loro espressioni passano nonostante le mode e le composizioni create ad hoc.


Un’opera d’arte è senza tempo se riesce a trasmettere i primari stati d’animo comuni all’uomo e allora, come avviene per una canzone a livello uditivo, diventa l’espressione visiva di quello che si prova e pensa in quel preciso istante, si lega alla nostra vita in maniera indissolubile.

Nel nostro ipotetico gioco di “prendi un’opera e tienila” a quanti è capitato di emozionarsi di fronte ad un quadro che si sente proprio già da subito e provare quel leggero fastidio quando anche qualcun altro lo considera “SUO”?  Non viene voglia di gridare “giù le mani e gli occhi? Il quadro è mio!”?

Già, ma l’arte è di tutti e parla per mezzo di altri che si esprimono con colori e forme: gli artisti plasmano ciò che noi con il pensiero forgiamo.

Una brava cuoca cucina per soddisfare il bisogno di mangiare, un’ottima cuoca lo fa invece per far cantare le papille gustative sotto ogni morso e boccone, questo per scatenare emozioni che passano attraverso i sensi dalla visione al profumo, al gusto. Così avviene con un’opera d’arte quando la si percepisce e la si legge: scatta la soddisfazione di andare oltre al vedere, si trova quell’aspetto che la rende unica e personalizzata, in una sola parola “MIA” e la si associa ad un contesto e momento particolare. Chissà cosa spinge a circondarci di bello e di ciò che piace e ci dà piacere tanto da suscitare quel turbamento piacevole che stordisce l’anima.


Nel profondo bagaglio di ricordi riaffiorano opere e artisti, vibrano con i contesti e le cose che richiamano in superficie il “sono dove sono perché sono come sono”, perché si è il risultato di una scelta dettata, senza imposizioni, da ciò che ci aiuta a costruire un universo personale dove poi custodire le opere del nostro museo virtuale.

Quali sono le opere che hanno segnato la vostra vita? Quale tra queste l’unica che siete disposti a portarvi a casa?

Forse una sola è impresa ardua e pretenziosa, ripenso personalmente alla mia prima volta all’interno della Cappella degli Scrovegni a Padova durante una gita alle elementari e all’emozione di vedere come un solo uomo, Giotto, fosse stato capace di affrescare un luogo cosi bello, sacro nei soggetti e nelle realizzazioni così vicine ad un cuore di un bambino emozionato con il naso all’insù perso nella volta celeste.


La carnalità, il sesso e l’estasi che affonda nelle carni di una ninfa avvolta dall’eterea nuvola che nasconde un dio voglioso di possederla nel dipinto di CorreggioGiove ed Io”, un altro dei capolavori che segnano il percorso di vita con la mente che ripensa a quel giorno piovoso chiuso al museo e le risate di gioia per ammirare il quadro dal vivo.

La presa sicura del 1914 di Paul Klee quando cita nei suoi diari il suo viaggio fatto a Tunisi fino ad arrivare a scrivere: "Questo è il momento più felice della mia vita....il colore e io siamo una cosa sola: sono pittore" e tutta la serie di acquerelli delicati e decisi che esprimono il legame tra arte e vita, ricordi da studente affascinato dall’intreccio che si lega tra storia privata e storia collettiva.


Così come le immense opere di Mark Rothko, fatte di sensazioni e di colore in cui risultano incontenibili gli aspetti spirituali e sacrali che si inscenano e costringono a guardare il proprio io.

Una sola opera? Difficile. Un solo autore? Improbabile.

Gli amori sono tanti e dalle sfaccettature diverse nella vita cosi lo sono anche le scelte da fare, spesso si cambia, non si scorda il passato che ha lasciato la traccia per quello che deve ancora arrivare e giungerà ancora la voglia di prendere un’opera e conservarla nel nostro cuore-cassetto.

Massimiliano Sabbion

Tuesday, May 3, 2016

Legami. Sangue e arte nell’arena della vita


LEGAME
“Ci sono dei legami a cui non puoi sfuggire, li puoi perdere, li puoi allontanare, ma loro sono lì che aspettano silenziosi, muti nella loro non presenza che non significa assenza.
E poi tornano magari acciaccati, un po’ indeboliti, ma uno sguardo, un gesto, una parola ti legano nuovamente, indissolubilmente a loro.
Fili invisibili si trasformano in corde robuste che di fronte al dolore si annodano sempre più,
con maggior vigore, forza, potenza fino ad annientare il male e a ritrovare un pezzetto di cielo azzurro
(Enrica Feltracco)

 
Quando si pensa allo scorrere della vita, alle cose che si sono fatte e si faranno, alle persone che lungo il cammino incontri e perdi nel corso del tempo, riaffiorano sempre una marea di ricordi e di pensieri.
A tutti prima o poi capita nella vita di affrontare dei momenti difficili e quando la partita volge al termine ci si accorge di quello che si è fatto e dato, qualcuno si annulla mentre qualcun altro si ferma per pensarti e darti sostegno.
La vita è fatta di poco o niente, qualche affetto vero, amici che sono famiglia, qualche piacere, diversi dolori e una passione sola che poi cresce, per alcuni può essere un concetto astratto per altri una concretezza, per me è l’arte.
Legami di sangue, di affetto e di famiglia restano insisti poi nell'anima, a me l’arte piace perché con essa si esprimono le emozioni che spesso le parole non dicono.
Già nel mondo antico per ricordare una persona si sono profilati ritratti, mausolei, architetture, statue, tutto per lasciare un segno ai posteri e ricordare come le più belle cose materiali sono solo un simulacro di quanto il tempo per quanto inesorabile e tremendo non possa tornare indietro ma vivere attraverso i ricordi, le memorie e le polverose rimanenze che si mescolano in scena tra nostalgia e visione onirica.
Nell’immaginario artistico si mettono in atto cose note, cose che si sono amate ma allo stesso tempo rifiutate e nelle immagini emergono i sogni lacerati tra eros e morte.
Più la vita si allontana più ci si aggrappa alla carnale presenza che pulsa di sangue ed esistenza, molti gli artisti contemporanei che hanno allestito questo percorso, primo fra tutti Hermann Nitsch, esponente dell’Azionismo Viennese di cui fanno parte anche Günter Brus, Otto Mühl e Rudolf Schwarzkogler.
Con le sue azioni Hermann Nitsch suscita spesso ribrezzo e disgusto, questo per iniziare il pubblico ad un’azione di purificazione e catarsi con valenze rituali e sacre come espresso nel Teatro delle Orge e dei Misteri.
Croci, sangue, tanto sangue, simbolo di vita, sacrifici, nudità e colori si ritrovano nei riti che celebrano la totalità della vita tra sacro e profano.
È un simbolo che si ripercorre tra la vita e la morte, tra il sangue rosso vivo che scorre e pulsa nelle vene quando il corpo è invaso dalle emozioni.
Gli artisti contemporanei con le loro performance svelano senza strati e senza protezioni, senza “la pelle dell’uomo” a fare da pellicola ma si presentano direttamente nudi, nell’anima, nelle emozioni come succede nelle azioni di Marina Abramovic, Gina Pane, Vito Acconci e che ancora ritornano nelle opere emozionali di Marco Chiurato come “LEGAME” in cui si parla di un rapporto indissolubile, quello tra padre e figlio, tra corde che nascono come lacci e che sono cordoni ombelicali prettamente maschili che oscillano tra odio, rivalità e amore e nel mezzo il lievito madre che si impasta e fonde con le due sedie legate l’una all’altra, di fronte, perché un figlio è lo specchio del padre, è la mascolinità, la forza, il vigore, la potenza di un segno che si ripete giorno dopo giorno.
La madre è la vita, il padre ne è la forza motrice che stimola a migliorare e continuare e, nonostante le impervie avversità dell’esistenza, a proseguire il cammino.
I legami, che siano essi d’amore, di fraternità, di amicizia sono quelli che accompagnano l’esistenza dell’uomo fino alla fine e che non si perdono ma si trasformano in altri legami, in altri intrecci dove ci si perde e ci si ritrova, dove si cade e ci si rialza, dove esiste la concreta possibilità che non ci si perde nella vita con chi si ama, può succedere che si prosegue per vie parallele in un binario diverso, a volte si scende dal treno e poi lo si recupera, ecco allora che ci sono amici che diventano famiglia e famiglia che diventa la base per la solida comprensione del “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?” come il famoso dipinto di Paul Gauguin, già, in effetti, da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? Forse si cammina soli con se stessi ma accompagnati da una moltitudine di legami che non si sciolgono, mai.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, April 29, 2016

Ricordarmi per 15 minuti. Il futuro ci si aspetta…


Il futuro ipotizzato da Andy Warhol dove "ognuno sarà famoso per 15 minuti" sembra aver preso concretezza nel mondo contemporaneo con la diffusione di una rete globale che ha abbattuto muri e diversità.
Social network e tecnologia al servizio dell'uomo hanno fatto la loro parte e il futuro citato è ora diventato realtà: tutto a tutti e subito, poi? Poi la sicurezza si perde e ci si lascia cadere nell'immenso vuoto mediatico a favore di nuove funzionalità, app e nuovi immagini che si sovrappongono alle vecchie.
Oggi parlare di originalità e di "copiatura" tra le arti sembra impossibile poiché tutto è già stato fatto e detto e di sicuro qualcuno l'ha pensato magari dall'altra parte del mondo con il risultato che si arriva a "citare" ma non a "copiare".
Questa moltitudine di informazioni che viaggia ogni giorno con i mezzi più disparati letta qualche decennio fa poteva forse sembrare fantascienza ma piano piano senza rendersene conto è diventata realtà.
Teste chine sugli smartphone e proliferare di nuove star del web si sommano a quella profetizzazione warholniana citata poco prima.
A molti può far paura il futuro che si presenterà con questa evoluzione senza freni, l'attuale anno, mese dopo mese, lascerà il posto ad altri mesi e ad altri anni e il presente diventerà futuro senza accorgersene.
Resteranno immagini e suoni a testimoniare il passato, come una sorta di album fotografico sbiadito dove si ripensa al tempo perduto e andato e si sorride di quel buffo taglio di capelli o di certi colori indossati nei capi d'abbigliamento. Tutto ha contribuito ad essere ciò che siamo ora, anche le immagini che la nostra mente rifiuta poi di riconoscere.
Inesorabili i cambiamenti avvengono, a volte fanno male, altre fanno piacere e scorrono come nastro senza fine in questo film chiamato vita, una pellicola che si può riavvolgere ma che si deve ancora imprimere e scrivere.
Così i moderni artisti di oggi saranno gli storicizzati di domani, i giovani ricchi di fantasia ed entusiasmo, producono le cose più belle consapevoli di lasciarsi andare alla bellezza che sentono di esprimere diventeranno consci del mercato dell'arte e, una volta che entreranno a farne parte, si renderanno conto di avere ottenuto quei famosi "15 minuti di fama".
La fama, il riconoscimento sono costanti a cui si aspira e a cui bisogna puntare, perché? Perché tutti abbiamo una data di scadenza fissata e prima che la vita ce lo ricordi ognuno cerca di trarne il meglio, magari anche oltre 15 minuti, magari per l'eternità. Muore l'artista, rimane l'opera, ma se muore l'opera? Viene a mancare così l'arte tutta e il significato a cui si tende: emozionare, segnare, ironizzare, incuriosire, amare.
Non importa quale segno si lasci che sia esso astratto o figurativo, che si inscenino performance di nudo o video ricchi di suoni e colori, non importa che un misterioso sorriso del cinquecento sia lì nelle sale del Louvre a guardarci ancora o che una schiera di ragazze nude e asettiche vengano messe in fila, non è necessario capire che l'estasi dipinta non è da meno di quella realizzata in scultura, non interessa inscatolare un prodotto di scarto umano o tempestare di diamanti la memoria di un'antica vanitas.
Quello che si realizza è il risultato di un tempo, quello odierno, che poggia le basi sul passato e sistematicamente ci proietta verso il futuro, che poi esso sia incerto, prossimo o deleterio poco importa, ci saranno nuove generazioni che raccoglieranno, con fame ed ingordigia, i frutti di queste passioni e ulteriori ancora "15 minuti di fama".

Massimiliano Sabbion