Tuesday, December 6, 2016

Impressione ad arte. Da Monet a Banksy: cosa si coglie dell’attimo contemporaneo?


 
Perché gli Impressionisti hanno così tanto successo e appeal oggi a distanza di oltre un secolo? Come mai la rivoluzione perpetrata da questi giovani artisti nel lontano 1874 è così amata ed attuale nel mondo contemporaneo? Possibile che i coetanei di Claude Monet, Paul Cezanne, Edgar Degas, Berthe Morisot, Filippo de Nittis, Camille Pissarro, Auguste Renoir, Alfred Sisley non furono capaci di vedere la potenza tecnica ed emotiva di questo nuovo modo di far pittura?
No, nessuno si accorse di quello che stava decretando le basi del mondo contemporaneo dove si cominciava a guardare lo spazio aperto con la visione del carpe diem, cogli l’attimo.
Passati poi i decenni nuove generazioni si sono allontanate dal mondo impressionista per esplorare non solo ciò che si vede, ma ciò che si sente e si esprime attraverso le sensazioni e l’emotività, indagando ora il mondo dei sogni e del surreale, ora la concretezza e l’astrazione.
L’arte nel corso del Novecento si è evoluta in continue esperienze e ricerche, è passata ad essere associata alla parola “arte” un suffisso diverso di volta in volta, l’arte è quindi polemica, sociale, visiva, introspettiva, concettuale, sperimentale e, cambiando supporti e materiali, è riuscita a trasformare modo e modi di esprimersi.
Dal pennello e colori l’arte ha trovato nuove espressioni con la performance, la body art, la Land Art, la videoarte, quindi uscendo dagli schemi come, appunto, fatto a suo tempo dagli Impressionisti che sono andati oltre alla semplice visione, imparando a guardare il mondo con altri occhi.
Subito i nuovi linguaggi artistici non vengono presi in considerazione o semplicemente non sono capiti, solo successivamente l’importanza di un cambiamento arriva ad essere fagocitata e immagazzinata dalla storia e critica prima e dal pubblico poi.
La sovraesposizione di mostre, testi, riproduzioni e lunghe code per toccar con mano l’arte del passato produce sempre un discreto fascino, visto i numeri che poi si producono alla fine di ogni esposizione, sarà mica che il passato rassicurante e tumulato tira più del presente sul quale investire per un futuro che deve prepararsi? Forse si.
Il passato è sepolto così come lo sono gli artisti e i loro pensieri, di loro restano le opere realizzate e la storia attuale può sbizzarrirsi come meglio crede impostando convegni, mostre, scritti…
A volte il tempo trascorso si documenta, a volte si riscrive a proprio vantaggio, ma ciò che resta sono le idee che si sono concretizzate nell’opera d’arte, ora davanti agli occhi di nuove generazioni e pronte a nuovi stimoli.
Le nuove tecnologie, le scoperte scientifiche, la globalizzazione social e la comunicazione hanno abbattuto frontiere, forse creandone altre, lasciando in trasformazione lo spazio ad una diffusione di pensieri più ampia e più completa.
Allora lo scambio che avviene è uno scambio che si fa cultura e diffusione, curiosità per le cose che ormai sono passate e affascinano per quello che hanno rappresentato e sono state: simboli di un passato glorioso che è ora definito e storicizzato e l’arte si è fatta portavoce di un cambiamento epocale e stilistico.
Frequentemente capita che nessun artista contemporaneo è inteso nel suo linguaggio e il pubblico di oggi fatica a comprenderne il significato e la visione: Paul Cézanne si lamentava di essere nato troppo presto e che solo la generazione futura avrebbe capito e apprezzato il suo lavoro, cosa che è avvenuta con i Cubisti successivamente; Marcel Duchamp è stato spesso citato dagli artisti concettuali come il padre di tutte le provocazioni da Piero Manzoni a Maurizio Cattelan; i rivoluzionari Futuristi avevano la stessa forza di imporre le loro idee di un mondo che cambia che hanno ora oggi gli Street Artist, con la loro concezione di arte di strada che ha abbattuto istituzioni e luoghi deputati della cultura e si è rivolta al mondo esterno, al popolo, uscendo dal vecchio e dagli schemi preconcetti.
I primi graffiti di Keith Haring furono osteggiati e visti come sfregio ai luoghi pubblici ora, dopo quasi oltre venticinque anni dalla morte del “graffitaro di New York”, si parla di Urban Art, di artisti “famosi per non essere famosi” come l’inglese  Banksy, di artisti chiamati dalle stesse istituzioni che prima li avversavano, ora li convocano per valorizzare la città con iniziative, tour e app con mappe dei luoghi dove trovare i muri realizzati dagli stessi street artist.
Un po’ come avviene oggi con le gite e corriere organizzate per le mostre impressioniste che valorizzano il territorio e danno visibilità ai luoghi, si portano le tele dipinte en plein air alla visione di tutti, in spazi chiusi, per assaporare il tempo perduto che rivive nei capolavori ormai senza epoca.
Massimiliano Sabbion
 

Friday, December 2, 2016

Alla fiera delle curiosità. L’importanza del confronto e del dialogo nell’arte contemporanea.

 
L’arte contemporanea ogni anno si mette in mostra nei grandi spazi concessi con fiere ed esposizioni in tutto il mondo, saloni e rassegne che riempiono gli occhi di arte e artisti storici e nuove proposte.
Art Basel Miami in questo periodo, fiere internazionali e locali poi per il resto dell’anno, ogni stagione ha i suoi frutti e ogni periodo quindi trabocca di cose già viste, di passato e di novità.
Il bello delle fiere d’arte è proprio questo: un ripasso di quello che è stato e uno sguardo su quello che deve arrivare.
L’aria che si respira all’interno degli spazi espositivi è un’atmosfera che fa sempre bene per tutti, per i semplici curiosi e appassionati, per i collezionisti, per gli artisti stessi soprattutto perché è con il confronto e lo studio che si progredisce e non rimanendo chiusi nel proprio atelier e tra la sicurezza effimera delle proprie mura.
Spesso si ha paura di rimanere “contaminati” dall’arte altrui, ma se un artista è originale non ha nulla da temere a livello creativo, anzi, il dialogo che si frappone tra la sua opera e quella di altri è un muto dialogo tra ciò che è e ciò che sarà.
È la curiosità che spinge l’uomo a trovare le soluzioni e a far scoperte, senza di essa non ci sarebbero innovazioni e creazioni, quel pizzico di incoscienza e pazzia che si trasmette e che riesce poi piano piano ad arrivare a tutti, come tanti pulviscoli di polvere che in un modo o nell’altro si insinuano nelle cose.
Se manca la follia e la curiosità è difficile che esista l’arte, l’artista, come il creativo, prova per incoscienza e voglia di esprimere prima che con voglia di mercato. Chi si sottomette al potere delle logiche di marketing, del mercato e del dio denaro prima o poi cadrà perché non c’è nulla di più pericoloso che seguire la strada del successo facile, alla fine non si arriva che ad arricchire le tasche di questo o quell’ente, di fare gli interessi di chi ha visto il guadagno facile nell’impresa effettuata e, snaturando il concetto iniziale dal quale si è partiti, si arriva a decretare la fine molto presto bruciando tappe e opportunità.
 
 
Se il primo a non credere nelle cose che fa e nell’arte è l’artista come si può pretendere che a seguirlo sia poi il pubblico? Con quale boria si arriva a ergersi Maestri se per primi non si ha l’umiltà di capire e confrontarsi?
In queste manifestazioni si notano spesso artisti presenti solo perché bisogna esserci o per imposizione della galleria di riferimento o per mera visibilità, si vedono lì, fermi nello stesso posto dall’inizio alla fine, senza voglia e necessità di muoversi, di aprire gli occhi verso altri stand e altre realtà, senza nessun impegno e senza nessun interesse oltre il proprio metro quadro.
È una storia triste da documentare, ma esistono davvero persone che non si comparano affatto e rimangono fisse con le loro ideologie e prese di posizione.
Altri invece vanno a “caccia” di emozioni e di pensieri, discutono, parlano con altri artisti, giocano le loro carte attraverso la non prevedibile voglia di imparare e di capire, un critico, un altro artista, un gallerista, un organizzatore dell’evento.
 
 
Più che farsi conoscere è importante farsi un parere di quello che accade e aprire il mondo verso nuove realtà, non si finisce mai di imparare e di studiare? Certamente! Non si è mai paghi e se si arriva anche solo a pensare di mettere la parola fine alla ricerca di ciò che si crea, allora non si ha null’altro da aggiungere e dare, anche quando si arriva in un luogo, poi, si riparte.
La fantasia aiuta, la padronanza di sé e dei propri limiti e potenzialità pure, ma è grazie al confronto e al bisogno di sapere che si arriva lontano, oltre i percorsi fisici ciò che conta sono i percorsi mentali. Una fiera, un’esposizione devono essere delle opportunità di scambio non di chiusura o di valorizzazione solo personale su chi ha di più e di meglio, bisogna sempre più imparare a guardare e non frenarsi a vedere.
Se l’uomo si fosse limitato a guardare e sognare la Luna, lo sforzo di provarci e arrivare poi a calpestare il suolo del nostro satellite non si sarebbe mai avverato.
 I sogni aiutano a guardare in alto, ma è la curiosità e la possibilità e voglia di volerli applicare che li fa raggiungere e realizzare.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 29, 2016

Luna ed arte. l'altra faccia della creazione



"Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro"
 (Mark Twain)

 Si tende, giustamente, a mostrare sempre il lato migliore di se stessi, sempre la medesima faccia della medaglia con impresso il disegno più bello, sempre la realtà più conveniente e migliore.
Lo specchio e la trama di presentazione di sé si ritrovano quando si cerca di apparire con gli aspetti più convincenti e prodotti migliori da presentare al pubblico, senza mai scordare anche l'altra faccia che non si vede, le altre realtà che si tengono nascoste, per paura o convenzione o semplicemente per debolezza e per non essere attaccati.
Un creativo quando presenta il suo lavoro lo confeziona e dà al pubblico nell'aspetto che ritiene essere il più congeniale al momento della presentazione: preparato, pulito, studiato e ricercato, si presenta così poi a chi lo amerà e a chi lo denigrerà perché, per quanto impegno venga profuso, accontentare tutti è un'impresa impossibile.
Ma il lavoro che è portato agli occhi di chi guarda è senza dubbio solo una piccola parte di quello che viene visto, l'artista nasconde spesso l'altra faccia della medaglia, quella che ha costruito nel corso del tempo ed è fatto di ricerca, di studio e di pazienza, di ripensamenti, di dubbi e di slanci emotivi conditi di fiducia così come di incertezze.
Un po' succede anche alla Luna, nasconde una parte di sé e mostra sempre lo stesso lato, il simbolo romantico per eccellenza, la Luna, amata dagli artisti e dai poeti, deprecata e nascosta dai rivoluzionari a favore del progresso e del nuovo che avanza.
 
Giacomo Balla - Lampada ad arco (1909-1911)
 

Giacomo Balla nel 1909-1911 realizzò l'opera, un olio su tela, intitolato "Lampada ad arco", focalizzando un cambiamento storico in atto e una particolare visione sia per la tecnica che per il soggetto, un quadro che è diventato il simbolo di un periodo e di un cambiamento epocale.
È la rappresentazione di un lampione elettrico che illumina la notte con i suoi fiotti di luce, sopraffacendo persino lo spicchio di Luna: l'innovazione e la poesia del nuovo che avanza decantato dai Futuristi, copre il timido bagliore naturale della Luna cui generazioni di creativi si sono rivolti, cercando in lei la speranza e la fiducia.
Il satellite lunare però ha continuato a mostrare sempre la stessa faccia, costantemente, senza bisogno di svelarsi, rimanendo fedele a se stessa, nonostante le congetture del tempo, le fantasie dell'Orlando Furioso che cerca il sennò sulla Luna, le supposizioni di basi alieni sull''altro lato nascosto, le teorie e i mutamenti naturali, tutto quello che non è svelato si colora di mistero e di fascino.
Sarà per questo che la Luna è ancora oggi così studiata, amata e sempre poi ogni creativo a lei si rivolge, in fondo il periodo del Romanticismo non è morto, si alterna e affievolisce nel tempo e la Luna, come la creatività, rimane sempre visibile.
Che cosa nasconde la facciata che non si vede? Quel retro della medaglia che nessuno percepisce o pochi notano? In realtà quello che non si nota serve tanto quanto il lato bello della stessa, un artista quando realizza le sue opere ci abitua a vedere e godere solo del prodotto finito: una tela, una scultura, una performance, un video, uno scritto, sono solo la conclusione di un lungo lavoro fatto di prove, schizzi, disegni, segni, ore di ricerca e di studio, di letture e confronti, di mostre visitate, di studi d'artista che profumano di lavoro diverso dal tuo, di pensieri e di sogni, a volte andati a male, altri che sanno di buono.
Quello che non si vede non significa che non si avverte, così vale per tutta quell'arte emozionale che fa pensare, si fa critica e fa salire in testa una sensazione, come è possibile dire allora che solo quello che si vede come prodotto culminante sia l'unico che vale?
 
Lucio Fontana - Concetto spaziale (1951)
 

Un taglio di Lucio Fontana è forse un gesto prodotto in pochi secondi, ma in realtà nasconde molto più che un gesto, un concetto forse, si, un "Concetto spaziale" come da titolo dato a molti suoi capolavori, un'idea in cui ancora una volta torna la Luna, sospesa, nel tempo e nello spazio a guardare gli uomini che ogni giorno si affannano alla ricerca di una propria verità, di un proprio posto nel mondo, di una propria idea.
Il giudizio che si fa davanti ad un'opera d'arte arriva di solito d'istinto, senza magari conoscere cosa ha portato l'artista a creare e concepire quello che propone, senza conoscerne la storia, il percorso e la fatica conquistata ha la stessa valenza di una pretesa invalicabile, come quella di condurre in un porto di fiume una nave da crociera: gli spazi non bastano e la presunzione di far entrare le cose in superfici non adatte e ristrette porta solo al disastro.
Prima di avventarsi e scagliarsi sulla bruttura o meno dettata dalla soggettività dell'esperienza è sempre bene capire cosa c'è dietro quella faccia nascosta, poi, il giudizio vien da sé confermando o meno le impressioni date.
Tanto, anche la Luna rimane lì e imperterrita mostra la sua faccia solcata da silenzi e spazi, da crateri e spianate distese, non cambia, ma guarda.
Massimiliano Sabbion
Foto della Luna di Nicola Schiavon

Friday, November 25, 2016

In Art We Find Beauty and Comfort


Non penso che l’arte abbia un potere.
Ma sicuramente ha un valore. Chi si interessa all’arte ne trae conforto.
Riceve consolazione semplicemente dalla sua bellezza
(Gerhard Richter )

Uno dei pittori più influenti della nostra epoca Gerhard Richter ha rilasciato un’intervista video al Louisiana Museum of Modern Art, che ha appena acquisito una sua opera.
Le sue parole rivelano l’essenza di un pensiero in cui si palesa il bisogno di esprimere, da parte dell’artista, un giudizio su quanto vissuto nel corso degli ultimi decenni da un pittore che ha attraversato gran parte della storia dell’arte contemporanea mondiale.
 Oggi la bellezza non è nella moda non è quello di cui abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di intrattenimento, di sensazioni”.
Intrattenimento e sensazioni, secondo Gerhard Richter la vera bellezza nell’arte si esplica quindi attraverso il bisogno di esprimere insito nell’arte: produrre emozioni.
L’artista tedesco ribadisce un concetto provato da chi l’arte l’ha vissuta in prima persona e l’ha realizzata come motivo dominante sia nella carriera che nella vita.
Di arte è pieno il mondo, un’arte, secondo le parole di Gerhard Richter, allegra e affollata di idee, di persone e di voglia di creare.
Si è pieni di mezzi di trasmissione che abbattono muri e frontiere, ricchi di comunicazione globale tra pensieri e immagini e l’arte ne diventa il veicolo primario per dare voce ad ogni sensazione.
Nel mondo contemporaneo parlare solo di bellezza nel senso classico del termine è riduttivo: non esiste bello o brutto in arte, esiste la scelta di poter scegliere.
Il quadro, la scultura, sono mezzi che nei secoli sono serviti a veicolare il concetto di bellezza che nell’arte contemporanea si è trasformato dialogando con nuovi materiali e nuove ideologie, si parla di bellezza anche attraverso il corpo, la performance, la body art così come con la poesia visiva e la videoarte.
 
La creazione è gioco, quindi secondo Richter l’arte è negli ultimi tempi giocosa, si ha bisogno di arte, di fare e produrre arte, ma si ha il dovere di distinguere ciò che è arte e ciò che è divertimento fine a se stesso.
Troppe persone oggigiorno si sentono artisti solo perché viene a loro data la possibilità di esprimersi, si arriva a prendersi poi troppo sul serio, ci si arrabbia se il lavoro non viene riconosciuto o apprezzato, si cercano capri espiatori sotto il nome  di critici, gallerie, istituzioni, dimenticando che prima di tutto si è dentro un gran calderone senza filtri ed esposti a tutto, chiamiamolo sistema o gioco, ma sempre un enorme minestrone di emozioni e idee resta.
Se del gioco iniziale si perdono le regole, gli obiettivi e, soprattutto, la voglia di divertirsi, allora non vale la pena esporsi ed essere pronti ad ogni tipo di giudizio o di confronto con altri artisti e di sapere che, nel bel mezzo di questo immenso panorama, ci sarà sempre chi è peggiore di te, ma ci sarà anche, soprattutto, chi è migliore di te.
Forse è proprio per questo che negli ultimi anni si parla sempre più di “arte emozionale”, un’arte che sia pacificatrice con il mondo esterno, un’arte che produca sensazioni, piacevoli o no, ma che sia un porto per tutte le emozioni che si incanalano poi verso un’opera d’arte.
Quindi un’opera d’arte deve contenere in sé i principi base delle emozioni: gioco, creatività, bellezza, sensazione e tutte queste realtà insieme si fondono in un unico concetto che si fa, appunto, arte. L’umiltà e la genialità, anche se spesso non vanno di pari passo, dovrebbero essere il biglietto da visita di ogni artista, capire e studiare il mondo passato poi serve a capire il presente per evitare errori o ripetizioni, sia nella storia, sia nell’arte.
L’arte è relazione, è comfort, è bellezza, è potere ed è soprattutto emozione.
Quello che si presenta quindi nelle parole di Gerhard Richter è una lucida visione di come si arrivi a rendere potente il mezzo artistico che si fa da collante e tramite con le emozioni, proseguendo poi con la spiegazione di come il ruolo dell’artista serva a dar voce alle persone in un mondo che comunica sempre di più, ma parla sempre di meno.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 22, 2016

Indagine di un creativo al di sopra di ogni sospetto. Emozionatori: marziani quotidiani.

 
A Regina,
per le sue azioni per una Realtà Mutante

Per indagare il nostro io ci sono mille modi e mille mezzi: chi cucina per se stesso e per gli altri, accarezzando il cibo e coccolando il gusto e il palato, chi trova la sua valvola di sfogo nello sport e nella cura del proprio corpo, chi si scatena su una pista da ballo o cantando a squarciagola sotto la doccia o esibendosi in gare, chi invece si dedica alla scrittura e chi, infine, utilizza l’arte con i suoi strumenti e materiali, tutto ciò è un mezzo di espressione emozionale.
Non c’è un freno al paragone e alle situazioni che si possono generare con quello che si ha da dire, il punto è sempre uno: come dare voce ai facili entusiasmi e a quello che si deve affermare?
Sostenere di essere bravi cuochi, atleti, cantanti, scrittori o artisti è diverso dal dimostrarlo, così come è diverso porre l’accento sulle varie tipologie artistiche che sensibilizzano l’animo umano.
Se il piacere di fare e creare è indiscutibile e imprescindibile, di contro lo è invece il risultato, se una sola delle arti citate procura un’intensa gioia interiorizzata perché non farla e portarla a compimento? Nessuno ha il diritto di dire che il risultato non porti soddisfazione e dia felicità, se nella vita si fanno le cose senza provare gusto, senza sentire dentro quel sottile orgasmo interiorizzato, allora meglio lasciare perdere qualsiasi tipo di percorso.
Migliorare e confrontarsi è sempre redditizio, porta un valore che si accumula continuamente in un aspetto fatto di sacrificio, lavoro e soprattutto di tanta pazienza.
Gli effetti, la maggior parte delle volte, non arrivano subito, l’immediatezza è solo un’effimera chimera: nel nostro tempo quasi ci si è scordati che per ottenere un risultato bisogna un poco soffrire, un poco sacrificare e molto provare e riprovare condendo il tutto con un’infinita attesa.
Si, l’attesa, che porta poi alla soddisfazione conclusiva e dove, al culmine della frenesia, si associa il risultato finale: un buon piatto arriva dopo innumerevoli prove fatte in cucina dove si è scambiato il sale è con lo zucchero o il forno è troppo caldo; la maratona ha bisogno di allenamento e di percorsi; la voce nel canto va corretta, educata e preparata, così come il corpo per il ballo; la scrittura va accudita con le parole e le pagine; l’arte va studiata e condotta tra analisi, segni, colori e sperimentazioni.
Tutto questo “provare” si definisce “sbaglio”, magari uno è davvero uno sbaglio dietro l’altro, ma se non si prova, non si arriva all’errore e alla definitiva conquista di quello che si è inizialmente prefissato.
L’attesa, porta alla considerazione di sé e del proprio operato, continuamente sospesa tra l’incertezza e la sicurezza di quello che si produce o esterna, solo per arrivare al piacere finale di quel piccolo fottuto orgasmo che scalda il cuore e smuove lo stomaco.
L'attesa del piacere è essa stessa il piacere” secondo Gotthold Ephraim Lessing, nulla di più vero, l’emozione di poter sfornare un piatto non ha paragoni con l’attesa della preparazione, tanto quanto il corpo plasmato da ore di allenamento, di vocalizzi e gorgheggi  o pagine e pagine di scritti oppure di fogli ricchi di disegni ed appunti.
Nessun consiglio arriva a servire la ricerca, diffidare sempre delle facili promesse e credere nelle cose, meglio lasciare al vento le parole dette solo per spillare tempo e soldi da chi si proclama professionista del caso quando poi in realtà è solo un becero e misero motivatore emozionale, chi urla spesso vuole farsi sentire sopra il coro, ma è davvero necessario andare oltre il muro del suono per far udire la propria voce?
Puoi fare tutto, dire tutto, raggiungere tutto, se vuoi ce la fai, se ci riesci ci credi…davvero tutto ciò è realizzabile? Davvero si è disposti a credere che l’universo intero, solo perché io lo desiderio, sia al mio servizio e in mio potere? Nulla di più sbagliato! Meglio ridimensionare e ridimensionarsi…
Mai perdere la speranza, ma essere concreti ed umili nelle cose e lasciarsi guidare, spesso chi giudica seriamente lo fa per indirizzare sulla giusta strada, mai per il gusto di dare aria alla bocca.
Troppi coloro che usano le emozioni per spettacolizzare, inscenare e sfruttare talenti solo per fare numeri, audience e buttare poi tutto nel dimenticatoio calpestando la competenza e la serietà dei professionisti.
Il cuoco, l’atleta, il cantante, il ballerino, lo scrittore e l’artista che vogliono gareggiare con gli altri prima devono imparare a gareggiare con se stessi, poi, una volta pronti, possono affrontare altri professionisti, altri motivati tanto quanto lo sono loro, se non di più, senza scordare mai la creatività, la genialità e la follia nella realizzazione delle cose.
Sentire ripetere più volte “Ho un’idea di in testa di come voglio fare le cose, ma non so come esprimermi” è la convinzione più sbagliata.
La realtà è che a dominare è la ha paura del confronto, dello sbaglio e soprattutto del giudizio altrui, ecco la verità, a nessuno piace la valutazione negativa di ciò che si è compiuto, è faticoso.
Bisogna essere pronti anche ad ammettere che spesso il nostro lavoro non solo non è bello, ma magari fa semplicemente schifo!
Piangersi addosso o accusare gli altri che non si è capiti o apprezzati è il primo passo verso la rabbia improduttiva, ci si concentra poi sempre più in mete irraggiungibili perdendo di vista la realtà di quel piccolo piacere, di quell’orgasmo interiore che ha spinto l’essere umano a provare sentimenti ed emozioni e a distinguersi dagli animali che interagiscono solo per bisogni primari.
Questo è l’Uomo, l’animale più complesso perché ama alla follia tutto ciò che è follia…
Massimiliano Sabbion
 

Friday, November 18, 2016

Pubblico. Dunque sono. L’apparenza che inganna…

 
Per essere, bisogna apparire” recita un vecchio modo di dire, perché bisogna apparire? Perché bisogna sovraesporsi e mettersi in mostra? Conta davvero così tanto la visibilità?
Nel mondo contemporaneo invaso da social network e tecnologia tutto si fa più facile e le nuove pubblic relation arrivano attraverso scambi multimediali e virtuali che finiscono per far apparire più che essere.
Ogni giorno il primo pensiero diventa la “droga della visibilità”: cliccare con cuori o like i vari post dei social, controllare quante sono le visualizzazioni dell’ultima foto o frase preconfezionata, quanti “mi piace” sono stati messi, verificare cosa dicono, pubblicano, commentano e inseriscono gli altri… diventa un lavoro sociale capire e carpire il “segreto del successo” dell’apparire.
Alla fine di tutto questo percorso ciò che rimane è solo lo sfogo emozionale di una generazione sempre più in rete e sempre meno concreta, ma bisognosa di riconoscimento e riconoscimenti.
Nuove formule ansiogene prendono il sopravvento: “oddio oggi ho ricevuto cinque like in meno di ieri”, “sono le 11.00 devo postare il mio pensiero quotidiano #piccolidettagli”, “i particolari sono tutto e fanno la differenza, ecco perché metto ciò che mangio, come mi vesto e dove sono, che si sappia!”, “hashtag, datemi un nuovo #hashtag!”, “pronti? Selfie!”, siamo quindi arrivati, dopo l’era digitale, ad un nuovo tempo? Si, il tempo del “pubblico, dunque sono”.
Si abbandona l’App usata e abusata a favore di un’altra App più divertente, immediata e di impatto! Si pone l’accento sul nuovo, sulla ricerca di se stessi anche attraverso l’enfasi di essere sempre in prima linea! Mi riconosci? Ottimo, per cui esisto e ci sono! La vita social non può essere fatta di punti di domanda, ma deve essere costellata da puntini di sospensione…e di punti esclamativi! Perché? Perché si deve essere sempre vaghi ma con certezza! Quindi…il pensiero…sospeso…crea emozione e aspettativa…ma con un punta di entusiasmo e orgoglio!!!
Pubblico. Dunque sono? Costantemente si è etichettati come un popolo di poeti e scrittori, ma a ben vedere non di lettori, costa fatica “contaminare” il proprio Io con un poca di umiltà e di studio, capita sempre più spesso anche con chi si occupa d’arte: improvvisati curatori e storici dell’arte, artisti “fai da te” che si fermano al “colpo di genio” senza andare oltre, corsi e concorsi con “ricchi premi in danaro” che non portano a nulla.
Dall’altro capo della matassa si assiste invece sempre più ad una visibilità da marketing e merchandising, si affossa la cultura disertata nei suoi valori e negli spazi: conferenze semivuote, ricerche non supportate e finanziate, poco coraggio imprenditoriale, mostre e artisti di bassa qualità che fanno parlare i giornali e le tv, ma presto scordati.
È questo il futuro che ci aspetta?
 

Eccone un esempio, è una foto scattata all’interno del museo Rijksmuseum di Amsterdam, si tratta di un’istantanea che vede come protagonisti i maggiori fruitori della tecnologia contemporanea: gli adolescenti.
Dall’immagine risulta chiaro alle loro spalle il capolavoro all’interno della sala del museo  La Ronda di Notte” di Rembrandt, mentre, comodamente seduti sui divanetti davanti all’opera, alcuni ragazzi portati in gita dall’insegnante di turno, sono intenti e molto più presi a verificare i loro smartphone che secoli di cultura e arte che spuntano dalle loro teste chinate.
Si è gridato allo “scandalo”, alla “fine della civiltà”, a menti che sono annebbiate senza scampo e ubriacate da ignoranza e poco apprendimento…questa è la lettura di chi si sofferma e giudica con gli strumenti dell’esteriorità  perché la contemporaneità porta con sé un grande difetto: giudicare ciò che appare.
Non stupiscono quindi immagini di questo tipo che risultano interpretabili a seconda di chi le legge, spesso ci si ferma, per l’appunto, alla sola apparenza vagliando senza indagare.
Un’immagine attira l’attenzione, ma quanti si soffermano a capire cosa ci sta dietro e cosa significa? Un’immagine fa da corollario alla copertina di un libro, ma non è il libro stesso.
Il Rijksmuseum museo si è sentito quindi in dovere di “difendere” quei giovani e di spiegare quella fotografia: i ragazzi qui ritratti e chinati sui loro cellulari non stavano affatto ignorando le opere d’arte, ma stavano imparando per mezzo di un’App, grazie alla tecnologia.
Non tutto è perduto, non è sempre vero ciò che appare, ma la realtà si confonde molte volte con un pensiero un po’ triste: tutto è virale e si diffonde, tranne la verità.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 15, 2016

Forse non tutti sanno che… Regole di cultura e felicità.

 
A Silvia Gorgi
perché tutti sappiano che la curiosità e lo studio portano lontano…
 
Un libro scritto con passione, semplicità e competenza è arrivato da poco sugli scaffali delle librerie: “Forse non tutti sanno che a Padova…Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città culla dell’Umanesimo.”, di Silvia Gorgi.
Un libro dedicato a Padova, ai luoghi, alle imprese e alle personalità che hanno vissuto o sono passate per la città come Shakespeare, Galileo, Stendhal, è un viaggio che l’autrice conduce tra le pagine alla scoperta di una città ricca di fascino e di cultura.
Si rivela e riscopre, pagina dopo pagina, una città tra curiosità e bellezza, un testo come quello proposto da Silvia Gorgi identifica oggi l’esigenza di non scordare il passato né la cultura come educazione per comprendere e amare il proprio territorio.
Educare al bello e al rispetto del bello è il primo passo per instillare l’appartenenza ad una cultura e ad un’attenzione che faccia crescere e prospere un popolo.
Se si scorda la conservazione del patrimonio artistico, si omette la storia e il passato che ha condotto un Paese ad essere quello che è agli occhi del mondo.
Di sola gloria non si vive, di soli ricordi neppure, la memoria ha bisogno di essere fomentata e stimolata e soprattutto diffusa per fare in modo che non venga persa e scordata. Un libro in uno scaffale è solo un riempitivo di uno spazio, perché esso viva e sia compreso bisogna sfogliarlo, leggerlo, studiarlo e diffonderne il contenuto.
La cultura non può essere relegata al solo insegnamento scolastico fatto di risicate ore ritagliate all’interno del sistema sociale dell’istruzione. La cultura deve essere un orgoglio di appartenenza senza arrivare ad osare di decretare che la MIA cultura sia meglio di altre, solo quando si arriva a plasmare un concetto di apertura mentale totale, allora si può pensare di ottenere il rispetto per il bello.
Scusare con l’ignoranza le cose che ci circondano porta solo ad un unico risultato: la distruzione dell’educazione verso un imperante ignoranza che conduce, a lungo andare, alla disfatta culturale prima e sociale poi.
Tra i vari esempi che si possono citare si rimane sempre basiti quando arrivano tripudianti notizie di becere imprese di (auto)distruzione ai danni del passato storico o del poco rispetto verso il mondo contemporaneo.
Quante volte si operano vandalismi che vengono tacciati subito come “ragazzate” e prontamente difese incolpando l’una o l’altra situazione disagevole? Quante volte il vilipendio di un monumento, di un’opera d’arte diventa il sinonimo di mancanza di cultura?
Perché difendere l’indifendibile? No! Non ci sono scusanti, non ci devono essere! L’offesa più grande non sta nell’atto di ribellione o nel professarsi “liberi di dissentire e di esprimersi”, ma nel non capire l’importanza di ciò che è stato tramandato nel tempo per poter migliorare e goderne.
Un sistema che sbaglia è un sistema che va punito e va, prima di tutto, cambiato. Togliere la cultura e riempire lo spazio al suo posto con tanti spettacoli di evasione come i reality show o i salotti pomeridiani, spesso contenitori del “niente”, porta ad un’idea effimera di inconsistenza e di evasione dell’inutilità.
Educare e insegnare è il compito di ognuno, non si deleghi solo allo Stato, alla scuola o alle istituzioni l’onere di diffondere la cultura e il culto del bello.
Un giro in meno in un centro commerciale la domenica e una scoperta del territorio o di qualche museo è sicuramente più arricchente e appagante e insegna alle persone a guardare con altri occhi lo spazio che le circonda. Le critiche per l’organizzazione e diffusione di mostre, idee e spazi adatti a far cultura ci sono e ci saranno sempre, accontentare tutti diventa impossibile, ma non lasciare che prenda il sopravvento l’ignoranza è l’unico primario passo da fare per fermare l’orrore futuro: perdere la propria identità.
Se, ad esempio, di un monumento storico non si conosce l’importanza, la storia e il significato per il quale è sorto, come si può pretendere che esso sia rispettato dalla stessa comunità? Ci si stupisce quindi che possa essere denigrato o violato?
Così si uccide un popolo, si ammazza la cultura e si seppelliscono curiosità e futuro; l’inettitudine non si combatte con l’indifferenza e con le scusanti, ma con l’apertura delle menti.
Come si possono difendere persone che oltre a non apprezzare e capire quello che fanno si trincerano dietro alla noia, al non sapere cosa fare, concludendo poi con un po’ di “scusate non lo sapevo”? Magari il gesto inappropriato è poi difeso dagli stessi educatori per giustificare il becero atto compiuto, senza mai prendersi la responsabilità diretta: “mio figlio è un bravo ragazzo, non è colpa sua è colpa degli altri”, “è la scuola che dovrebbe insegnare!”, “è colpa della società!”, già, la società…dimenticando poi che la società è un insieme di persone, ma in conclusione siamo tutti noi.
In fondo la formula è semplice: forse non tutti sanno che per essere felici basta poco, come? Vuoi essere felice? Vuoi riempire l’anima di cose nuove? Vuoi arricchirti giorno dopo giorno? Sii curioso e studia!
Magari cominciando proprio dalle proprie origini e dai propri siti di appartenenza, un po’ come ha fatto Silvia Gorgi che ci aiuta a scoprire il suolo patavino  con il libro “Forse non tutti sanno che a Padova…”, conclusione migliore una citazione tratta dal suo libro e che ne identifica lo spirito: “La recente architettura della città, fatta di ponti illuminati per rendere più fluido il traffico, sorta di nuove porte della città, simbolo dell’andare e venire, dimostra ancora una volta che il legame con l’esterno, che si alimenta grazie ai flussi di persone, grazie ai ponti che si costruiscono verso gli altri, resta elemento fondante per crescere e migliorare, e per far tornare Padova quel che da sempre è stata: centro del pensiero.”
Massimiliano Sabbion