Wednesday, August 17, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE III)


 
Io lo sento, all’inizio è sordo e lontano poi si fa sempre più distinto: è il rumore delle onde che si infrangono sulla spiaggia, lentamente e stancamente, un rumore  ritmico che culla i pensieri e si ripete, onda dopo onda.
Si accompagna poi un profumo salmastro nell’aria con l’acqua che fluisce sulla sabbia a riva, a volte lenta e carezzevole e in altri momenti violenta ma mai doma, come uno schiaffo improvviso che non fa male, ma risveglia i sensi.
E in mezzo le urla di uomini, in molteplici lingue dal suono antico e sconosciuto, voci indistinte di chi dà ordini, parla, impreca o discute sottovoce, sono voci di marinai, di antichi eroi, cavalieri e vincitori di un tempo che si traghetta da una sponda all’altra verso l’infinito.
Un mare che soffia rabbioso con il vento che lotta con la spuma bianca dell’acqua, e un pittore, Raffaele Rossi,  fermo, lì sul bagnasciuga che guarda l’orizzonte e fissa su tavole di legno quello che si percepisce: blocca il rumore, il rumore che fa il tempo quando lo si ferma, dove tutte le energie si manifestano con la forza del colore e della materia.
Mi avvicino insieme a Guido al pittore, sospeso in un tempo indefinito come le sue opere che vedo distese sulla sabbia: sono relitti antichi che il mare riporta, vecchi legni, pezzi di pavimento e muro, tutto finito nell’acqua e tutti raccontano una storia in cui sabbia e polvere di marmo completano l’opera.
Ciao Raffaele!” esordisce timidamente Guido, conscio del fatto che davanti a noi si perpetua qualcosa di magico, forse di sacro, poiché le sue composizioni sono simili ad un’icona antica che si snoda tra forme geometriche, segni e personaggi.
Il pittore si volta e risponde silenzioso con un sorriso riprendendo il suo lavoro sulle opere che si manifestano sempre più, quasi scavate nell’anima, intervenendo su di esse con le dita e col carbone, la superficie viene graffiata quasi abrasa e incisa.
Il suo gesto completa qualcosa che ha il sapore della magia, relegato ad un mondo metafisico, lontano… come le voci di un passato di cui non si conosce il suono della lingua.
È così bello qui, così lontano da tutto e i suoni si ovattano in qualcosa di positivo, quasi quasi mi tolgo le scarpe e metto i piedi in acqua, ma si! Mi lascio cullare un poco da questa realtà atemporale che si stagna qui, tra il cuore e gli occhi mentre piano piano sale una musica fatta di suoni che accarezzano armoniosamente i sensi…
In mezzo all’armonia che si fa sempre più forte compare l’ombra silenziosa di una bambina che danza sulle punte e si lascia trasportare in maniera ipnotica dai suoni, lenta, allungata nei movimenti e con gesti aggraziati si ritrova a volteggiare dentro gli superfici della galleria, sostituendo quel mare di poco prima che è magicamente scomparso per lasciare lo spazio ad un pavimento grigio in cui l’anima danzante si muove.
Quella è Neary” mi sussurra Guido all’orecchio, silenziosamente, quasi a non voler interrompere l’atmosfera, “è una bambina speciale, un piccolo essere che vive di danza e musica.”
La minuta ballerina mi fa pensare ad un colore mentre la vedo ballare, penso al colore blu e vedo in lei la personificazione di un gradazione così intensa dove tutto riporta alla mente l’idea di pace, armonia e di una profonda malinconia.
Rimango incantato mentre la vedo volteggiare senza meta tra una scenografia alle spalle che ricorda il mondo della Belle Époque, quasi fosse un fantasma tra i fantasmi del passato, tra i colori e le forme ottocentesche che trovano vita nei dipinti alle spalle di Angelo Bordiga, dove figure umane abbozzate dal mondo dei ricordi si perdono in parti moquette, tessuti e scampoli e diventano parte del supporto delle tele costruite con sapienza cromatica e compositiva.
La piccola danzatrice sembra entrare dentro questi spazi, la piccola danzatrice allunga i suoi piedi e le sue braccia verso questi mondi, la piccola danzatrice sembra bloccare i suoi gesti come nelle sculture di Michael Talbot che fissano, come nata da una colata materica, le figure di giovani muliebri ballerine del Royal Ballet in cui trasmette la tensione, il dramma, la fluidità e la grazia.
La stessa grazia che prosegue nei movimenti trasognati di Neary che conduce lo sguardo lontano e che, come fumo che scompare, si dilegua insieme alla musica.
Resta la scia di un gioco intrecciato di una foschia, le luci si abbassano e tutto si fa buio, lo spettacolo è finito ma nel fondo si illumina un puntino rosso ad intermittenza e il timbro di una voce si fa sempre più chiaro.

FINE III PARTE
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, August 10, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE II)




Ok. L’ho detto, sono stanco e accaldato, ma le ore passate sui libri e davanti al pc possono giocare brutti scherzi, ma potrei dire con certezza che la farfalla della scultura di Giuseppe Inglese che sto osservandosi è mossa, ha sbattuto le ali!
Meglio che sbatta gli occhi io con più decisione dai, non è possibile. Eppure…
Quasi quasi mi alzo e vado a controllare, non si sa mai che stia diventando un poco matto pure io visto che,  come dicono nell’ambiente, “gli artisti son tutti pazzi!”, vuoi vedere che a forza di star con loro alla fine un poco fuso lo sono diventato anch’io? O forse il matto sono io che come critico faccio impazzire gli artisti.
No! Non sono né pazzo né bizzarro, non mi sbagliavo, la farfalla sbatteva le ali prima lo giuro, la farfal… dov’è finita? Sono sicurissimo che questa scultura in maglie di ferro intrecciate aveva, appunto “aveva”, in mezzo al petto una farfalla, un piccolo esserino rosso che usciva dal centro, dal cuore della scultura.
No, va beh, non me lo sono inventato, adesso recupero il catalogo e voglio confrontarlo, chiedo ad Alice di avere un catalogo o un confronto fotografico e ora, manco farlo apposta, lei in questo momento non è più al telefono né alla scrivania del suo ufficio… ma sono sicuro dai!
La farfalla c’era e sbateva le ali, ci fosse qualcuno adesso a cui chiedere, possibile? Possibile che non ci sia nessuno in questa galleria adesso? Dove sono finiti?
Posso aiutarti?”, una voce alle mie spalle mi fa trasalire e riporta i miei pensieri bislacchi alla realtà, è un ragazzo alto, magro, con i capelli ricci, abbastanza stempiato e dal mento lungo, labbra piccole e orecchie buffe, un poco a sventola e mi ispira subito simpatia.
Posso aiutarti?”, mi ripete per la seconda volta, “Ah…si…si..sto aspettando Cinzia e stavo…beh… guardavo questa…” e lui sorridendo mi interrompe e dice “Si si, la scultura di Giuseppe Inglese? Bella vero?” dice sistemandosi un paio di occhiali fuori moda, quasi saltellando sul posto nelle sue scarpe da ginnastica lise, “Si, molto bella rispondo io…ma mi sembrava che ci fosse una farfal…” e mentre lo dico mi volto ad indicare la scultura che ha all’altezza del petto una farfalla rossa.
No! È pazzesco. Prima non c’era!...e adesso c’è.
Il ragazzo, che avrà forse trent’anni, mi guarda stupito e io, per non fare la figura dello scemo, sorrido come meglio posso e lui ricambia squadrandomi per capire chi sono. “Beh… io sono Guido. Sono a tua disposizione qui e, se ti fa piacere, ti faccio fare un giro della galleria”, io continuo a sorridere imbarazzato e mi ridesto di colpo rispondendo: “Piacere io sono Maxi. Si si molto volentieri Guido, grazie sei molto gentile. Sei nuovo? Sono passato altre volte qui e non ti ho mai visto. Ah ah ah! Guido “la guida” ah ah ah” concludo riudendo nervosamente sdrammatizzando, ma penso che così ho solo aumentato la curiosità negativa del mio interlocutore che sicuramente ora starà pensando: “Si. Questo qui è fuori…” ma invece mi risponde quasi sottolineando la mia ultima affermazione: “Guido “la guida”, beh in un certo senso si sono la tua guida oggi. Diciamo che bazzico la galleria da un po’ di tempo, anzi forse meglio dire che la galleria bazzica me”, non mi è chiaro cosa significa ma meglio non addentrarsi per evitare altri imbarazzi.
Guido riprende: “Comunque Maxi, se vuoi ti faccio una panoramica degli artisti che sono presenti così hai modo di conoscerli un poco tutti e farti un’idea di chi trovi qui dentro. Ah ecco! Vedi là in fondo quel ragazzo tutto tatuato con tanto di barba? Ecco quello è un giovane padovano che si chiama Tony Gallo, sta utilizzando alcune bombolette spray, memore del linguaggio della street art, per comporre il suo quadro fatto di animali fantastici ed esseri tratti dal mondo dei sogni.” Osservo con attenzione i movimenti che compie questo ragazzo concentrato sul muro che sta dipingendo, giuro che prima non lo avevo notato e il pezzo che sta portando avanti è a buon punto. Vicino a lui, seduto in disparte ad osservare quello che avviene un ragazzo di colore con capelli rasta, a piedi nudi sul pavimento accovacciato guarda con attenzione cosa succede e chiedo: “Guido scusami e quello chi è?” e lui: “Quello? Ah è Jean-Michel Basquiat!
Come? Jean-Michel Basquiat? Ok. Calma, questo non ha senso: come fa un artista vivente con tanto di bomboletta spray in mano a trovarsi nello stesso posto di un artista che è deceduto nel 1988? Semplice. O sono morto anch’io o sono impazzito o gli odori della bomboletta usata da Tony Gallo ha qualcosa di innaturale e che mi sta rimbambendo, logico! Non c’è altra spiegazione, ma allora perché non continuare questo gioco per vedere dove mi porta?
Ok, appurato che quello seduto a terra che parla con l’artista patavino è Jean-Michel Basquiat, uno degli artisti di punta del Graffitismo mondiale che è stato anche esposto in questa galleria perché non ascoltare cosa sta dicendo? Quando mai potrà capitare un’occasione simile?
“…e così caro Tony, ti dicevo che il sushi che ho mangiato a casa di Toxic preparato da Silva è qualcosa di superbo! Dovresti provarlo!” e Tony di rimando: “Si si a me piace molto ma lo condisco con un po’ di olio e pepe sennò per me ha poco gusto e lo mangio con le mani o al massimo con la forchetta…
Beh strano e surreale questo dialogo, non sempre gli artisti parlano di cose concettualmente auliche e un excursus a base di cibo giapponese potrebbe essere più che normale in questo contesto, decisamente a me piace il sushi e so che anche ad Alice piace, infatti mi ricordo che una volta…
Maxi…scusa ma ti sto facendo notare che assorto nei tuo pensieri ti sei appoggiato ad una scultura di David Begbie… non so se l’artista sarebbe contento nel sapere che stai facendo dondolare questo magnifico corpo ottenuto con questa tarmatura che la luce esalta e mette in evidenza….”
Non me ne sono minimamente accorto visto che mi sono distratto pensando ad altro e fissando invece la luce dorata di un dipinto davanti a me che riconosco subito come una delle opere di Silvia Papas che raffigura una donna ricca di charme, sicura di sé, immersa in una standardizzata metropoli resa con pennellate dalle campiture piatte e grigie per esaltare invece la figura di questa “femmina” contemporanea.
Già, mentre l’uomo di David Begbie è rappresentato nudo, la donna di Silvia Papas si riveste di prodotti da shopping creando una fashion victim tipica della nostra epoca.
Non mi stupirei se ora Michelangelo se ne uscisse da un qualsiasi angolo confrontando le strutture di David Begbie con le sue tensioni drammatiche di marmo o se una qualsiasi femme fatale di inizio Novecento dipinta da Gustav Klimt si trovasse faccia a faccia con una moderna donna serena e consapevole di sé ritratta da Silvia Papas.
Sono subitamente distratto nei miei pensieri da alcune voci lontane: “Guido, ma chi è che ha alzato la voce in questo modo? Sembra di stare in mezzo ad un mercato, o meglio, si sente il rumore dell’acqua…sono voci in mezzo al mare? Sono urla di marinai?” Guido scrolla le spalle e sbarra gli occhi stupito quanto me, è buffo il mio “traghettatore d’arte”, a volte mi ricorda un cartone animato dell’infanzia, però il rumore del mare io lo sento davvero….
 
FINE II PARTE
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, August 3, 2016

Sogno di una notte di mezza estARTE (PARTE I)




Finalmente!
Finalmente seduto, qui, in questa comoda poltrona, dopo una lunga giornata passata a parlare con gli artisti, sentire i pensieri esternati e le cose che hanno da dire, le loro idee, i loro sogni, le opere che vogliono proporre e i confronti con altri artisti, altre idee e altri sogni.
Poi dalle parole dette agli scritti letti: presentazioni, critiche, qualche sms sul cellulare, un paio di mail e commenti in Facebook, qualche post di immagini, un piccolo cuore e like in Instagram e il tempo scorre.
Un poco fiacco si, lo ammetto, il caldo afoso e appiccicaticcio di questa giornata estiva si attacca alla pelle e fa scivolare lentamente la stanchezza che, a contatto con l’aria condizionata del posto dove mi trovo mi rilassa e mette tranquillo.
Sono q ui, in questo luogo silenzioso dalle luci soffuse e circondato da opere d’arte, da quadri e sculture, dove sono? Mi trovo all’interno di una galleria d’arte, seduto, in attesa di fare poi una chiacchierata con la proprietaria che si è assentata un attimo, ma che presto tra le risate e le battute porterà la sua energia e allegria a risvegliare i muri sopiti e a scatenare la creatività.
Passo del tempo a pensare alle cose che ci diremo, osservo le nuove opere esposte di giovani artisti alternate a tratti riconoscibili di artisti storicizzati che qui trovano il giusto collocamento, sfoglio un catalogo di una delle tante mostre che sono state fatte nel corso degli anni e che sono messi a disposizione del pubblico, mi soffermo sulle foto e sulle descrizioni di ogni opera e attendo rilassato in questo luogo.
Mi ritrovo a leggere il percorso fatto da questa galleria, un sito che ha visto passare sogni e artisti, un posto che ha creduto nelle persone e che ha aiutato il bello a farsi strada attraverso scelte coraggiose, collaborazioni, nuovi arrivi e vecchi addii: galleria Vecchiato Arte, Padova “…nucleo galleristico fondato nel 1986 da Dante Vecchiato, tra gli artisti esposti  i maggiori esponenti dell’arte italiana del XX secolo: Mario Sironi, Massimo Campigli, Afro, Alberto Burri, Emilio Vedova e Lucio Fontana.
La ricerca si apre inizialmente agli artisti storicizzati partendo dagli esponenti del Nouveau Réalisme (Cèsar, Arman e Christo, Daniel Spoerri) e dell'Informale, con personali di Tancredi, Santomaso, Afro ed Emilio Vedova.
Già nel 1991 una grande personale dedicata ad Andy Warhol che poi si ripeterà con grande successo nel 2006.
Si susseguono nello spazio espositivo artisti quali Matta, Lam, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Ottone Rosai, Filippo De Pisis, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Piero Manzoni, Roberet Rauschenberg, Michelangelo Pisotletto, Domenico De Dominicis, Mimmo Paladino, Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Fernando Botero, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring.
Ricerca e impegno con artisti scoperti e lanciati dalla galleria quali Cesare Berlingeri e Rabarama.
Sempre più spazio viene dato alla ricerca e ai nuovi artisti emergenti passando dai nuovi linguaggi artistici come la Street Art, con il recentissimo inserimento nella scuderia artistica della galleria di Tony Gallo, alla pittura realista di Severino del Bono, Cinzia Pellin, Silvia Papas, all’emozionalità visiva di Angelo Bordiga, Raffaele Rossi e o alle sperimentazioni pittoriche di Giuseppe Ciracì e Francesco De Prezzo, alla scultura di Dominique Rayou, Giuseppe Inglese, David Begbie, Nazareno Biondo e Gasch-Muche Josepha.
Insomma, una galleria che ha visto passare trent’anni di storia nel panorama nazionale e internazionale, con i cambiamenti epocali che hanno contraddistinto il mondo dell’arte contemporanea e che continua a vivere in un mondi sempre più globale.
“globalizzazione”, un termine tanto usato e abusato ai giorni nostri, si, “globalizzazione”, perché l’arte oggi ha imparato ad abbattere spazi e tempi e si è espansa tra social network, video, nuove tecnologie e sistemi che permettono l’abbattimento delle frontiere e la condivisione di idee e spazi subito, senza filtri, solo con l’arte a portata di click.
Quindi, ha ancora senso parlare di arte oggi? Di spazi espostivi? Di artisti e gallerie? Di storici, critici e curatori? Io penso di si. Credo che al bello e al circondarsi di preziosità e sensibilità non si è mai stanchi, io ora invece si, sono un poco stanco…
L’aria fresca mi mette addosso un rilassamento non da poco, anzi, si sta così bene qui, quasi quasi spero che Cinzia, la gallerista, ritardi un pochino, così mi rilasso mentre sento in lontananza la voce intervallata da una risata di Alice, coordinatrice e aiuto di Cinzia, impegnata in una conversazione telefonica,  ma per quanto mi concentri non riesco a sentire cosa dice, non tanto per origliare ma così, tanto per far passare il tempo.
Concentro il mio sguardo sulle opere presenti in galleria e ora esposte: quadri, piccole sculture, immense tele e grandi marmi, bronzi e altre opere concepite con i più disparati materiali, ma sarà la stanchezza e la vista affaticata ma mi sembra di aver notato tra le altre una scultura alla mia destra, un’opera di Giuseppe Inglese che, manco farlo apposta, sembra che si sia leggermente mossa, ma è ridicolo! Una scultura non si muove dai! Eppure…
 
FINE I PARTE
Massimiliano Sabbion
www.maxiart.it

Friday, July 29, 2016

Il futuro del domani nell’arte è l’oggi. Carpire il passato per creare contemporaneità.




“Un'opera non è di un autore e neppure la vita lo è”
 (Carmelo Bene)

Difficile piacere a tutti e trovare per tutti la stessa cosa che piaccia, difficile accontentare le persone e mettere tutti d’accordo.
Per chi si occupa di arte, per chi la fa, la vive e ne fa sua professione diventa ancora più impegnativo arrivare a colpire anima ed emozione dello spettatore.
Diatribe secolari tra gli artisti e i loro estimatori si snodano nella notte dei tempi: cosa preferire tra una pittura e una scultura? Chi si forgia del titolo di “artista”? Quale valore dare all’opera d’arte?
Domande aperte che forse non troveranno mai una risposta certa, o meglio, non troveranno mai una sola e univoca risposta, la molteplicità dei pensieri è pari alla molteplicità delle emozioni che si provano.
Ci sarà sempre un estimatore dell’opera e del soggetto artistico come, in maniera inevitabile di controparte, colui che invece denigra e disprezza.
Fermo restando che un’opera può piacere o meno non si condanni poi ciò che non piace e non si esalti solo ciò che ci aggrada, l’equilibrio nelle scelte porta sempre al cammino più corretto e a porsi domande su cosa e su come sia stato effettuato il percorso che ha poi portato alla nascita di un determinato linguaggio artistico.
Nelle città odierne vige da tempo la ricerca per il mondo contemporaneo storicizzato e si riempiono spazi privati e pubblici di collezioni e mostre dedicate ad autori e alle loro produzioni, spesso sono formule collettive o, al contrario, testimonianze personali con cose minori riguardanti schizzi, bozze, grafiche e disegni, piccole opere.
Ecco allora che si assiste ad un pullulare di esposizioni dedicate a Pablo Picasso, Salvador Dalì, Giorgio de Chirico, solo per citare gli artisti che sono maggiormente battuti, tralasciando le onnipresenti mostre dedicate a qualche figura storica di cui si ripropone l’ennesima retrospettiva come Caravaggio, Frida Kahlo, Marc Chagall, Wassily Kandinsky o agli intramontabili percorsi degli impressionisti che sono il biglietto da visita più sicuro per il richiamo popolare.
Sono artisti e movimenti che hanno cambiato la storia dell’arte e hanno aiutato a costruirla e diffonderla, vedere il lavoro anche un punto di vista creativo dove si trovano disegni e schizzi preparatori, è senza dubbio interessante e permette di valutare e scoprire il processo creativo prima del lavoro finito.
Il discorso vale anche per le grandi mostre complete di scritti, lettere e ogni pezzo di vita di un artista in cui non si lascia nulla al caso e la mostra diventa un evento storico da non mancare.
Così come è di notevole interesse continuare gli studi, esporre e vedere le opere con l’ennesima mostra per porre l’accento su quel gruppo di artisti parigini che nel 1874 riuscirono a cambiare il corso della storia dell’arte affrontando la pittura all’aria aperta e circondandosi di “impressioni” fissate sulla tela.
Ma tutto questo lungo discorso descritto non è arte, o meglio, non è solo questa l’arte, non è il solo modo di fare arte!
Non si pensi che una volta creata e organizzata la mostra, magari itinerante, il ruolo critico e storico si fermi lì, tutt’altro! Si mettono le basi per strutturare una palese attenzione verso il mondo artistico ma l’arte non è solo il passato visto e rivisito, occuparsi di arte non significa organizzare esclusivamente eventi di richiamo. L’arte è ricerca, è passione, è prendersi la responsabilità di rischiare con cose nuove e balzare avanti nelle visioni, l’arte è anche dare voce agli entusiasmi che possono piacere o provocare, l’arte è anche pubblicare, parlare, scrivere.
Rivedere il tempo trascorso nei secoli precedenti aiuta a capire il presente e a valutare i passi che si sono compiuti negli anni successivi, ma non scordando mai il tempo in cui si vive.
L’arte contemporanea è fatta di cose belle e brutte, di provocazioni, di situazioni e sviluppi che fanno abbattere il concetto di “opera artistica” relegato ai canonici termini di pittura e scultura, è un calderone di cose che si sommano insieme ai video, alle nuove tecnologie, alle performance e, soprattutto, alla voglia di portare in prima linea la creatività e la passione fatta per la comunicazione in quanto atto di posizione per cercare di mettere l’accento nel mondo artistico e non solo.
Quindi, lo spazio che si dà alla cultura passata è giusto che conviva e dialoghi con le nuove generazioni e gli artisti emergenti incentivando spazi e luoghi dove potersi esprimere, perché, in fondo, il domani sarà il passato dell’oggi.
Massimiliano Sabbion
www.maxiart.it


Tuesday, July 26, 2016

Apparire per essere. È tempo di fermarsi…



Pensa, credi, sogna e osa
(Walt Disney)


Ho bisogno di fermarmi”, è una frase che spesso si sente dire tra le persone, fa parte ormai della quotidianità che si è insediata nelle metropoli dettate dalla concitata corsa verso il tempo che comincia appena suona la sveglia e si ferma quando lo smartphone si scarica.
È richiesto di essere sempre attivi e sulla cresta dell’onda, in pole position nei social, sorridenti nei selfie, ricchi di glamour anche nelle cose più banali come quando si finisce a fotografare il cibo prima di mangiarlo, ritrarsi a mezzo busto dall’ombelico in giù stesi con i piedi all’aria lungo il bagnasciuga al mare o svettanti sulla cima di una montagna. Non ci si può fermare, non ci si deve fermare, è proibito farlo e “chi si ferma è perduto”, già, si perdono i like e gli obiettivi social che circondano la  nostra esistenza.
Ma è davvero necessario “apparire” per “essere”? Allontanarsi dalla visibilità e dalla gente, dalle notizie e dall’essere sempre per forza costretti ad annoverarsi tra i primi della classe, costa fatica, si perdono energie, si allontanano opportunità a favore di altre, ci si dimentica di vivere davvero…
Bisogna fermarsi, completare i percorsi proposti, arrivare al traguardo prefissato, ma occorre anche saper gustare il tempo, gli spazi, le cose che accadono.
Questo vale nella vita e nella quotidianità così come nelle professioni e ancora di più per chi fa un lavoro creativo.
Quando si comincia a scrivere, forgiare, dipingere, scolpire, portare un linguaggio artistico alla vista di un pubblico lo si fa in quanto desiderosi di un’affermazione e di “dare” quello che si deve “dire”.
Il primo colpo può andare a segno, ma tanti altri invece si possono sbagliare nel centrare il bersaglio, al contrario invece, ci possono essere tanti colpi a vuoto per arrivare poi a trovare il centro e l’esatto pensiero da comunicare.
Ma fare centro non significa aver vinto e aver raggiunto il traguardo finale, si arriva alla fine per ricominciare di nuovo, per trovare nuove opportunità, nuovi viaggi.
Poi arrivano a valanga le critiche, sia quelle buone che quelle negative, gli apprezzamenti, le invidie, i riconoscimenti che molto spesso vanno di pari passo con le delusioni e ci si ritrova dentro un calderone di idee e di persone che finiscono per soffocare la creatività a favore delle esigenze altrui col rischio di perdere piano piano l’obiettivo primario delle cose: se stessi.
Allora nasce la voglia di dire “Ho bisogno di fermarmi”, si sente la necessità di ricominciare ed azzerare, si lascia andare il passato o, al contrario, lo si rivaluta per vedere cosa si è fatto e si riparte.
Nell’arte succede esattamente la stessa cosa: gli artisti proseguono per “cicli” e per periodi come è avvenuto ad esempio con Pablo Picasso con il “periodo blu e rosa”, studi e ricerche che si sono poi trasformati nel Cubismo e, successivamente, in un’esplosione di ricerca del passato storico tra rivisitazione e nuovo linguaggio.
La creatività e la fantasia hanno bisogno di essere sedimentate e di nuovi sguardi, solo così si possono creare nuove prospettive e si arriva a non arrendersi mai di fronte alle perplessità e difficoltà che si presentano.
Frida Kahlo ed Henri Matisse arrivarono a dipingere anche quando le forze non permettevano loro di abbandonare il letto, non contenti utilizzarono gli strumenti per produrre idee artistiche in altro modo, senza arrendersi. Riposare il corpo e la mente ha aiutato anche gli ultimi lavori del loro percorso minato dalla malattia e dall’immobilità, fermati in maniera quasi obbligata la mente è riuscita a trovare il suo viaggio verso la creazione di nuovi lavori.
Scherzo o realtà anche le affermazioni di Maurizio Cattelan che dichiara di voler smettere di fare l’artista, figlio putativo di Marcel Duchamp che davvero smise di fare l’artista per dedicarsi al gioco degli scacchi, entrambi hanno fatto della burla il loro marchio di fabbrica.
Se non si vuole sbagliare e arrivare a scadere con poca originalità e cose superficiali e superflue da dire bisogna imparare anche a prendere tempo, a riprendere la propria quotidianità fatta di sogni e illusioni che si trasformano in speranze e lavoro sofferente.
Fermarsi non significa dunque interrompere la propria vita e le proprie attività, ma semplicemente lasciare che il tempo si riprenda lo spazio di cui si ha bisogno per valutare, creare e ripartire con una nuova carica, sempre e solo se si ha comunque ancora qualcosa da dire…
Massimiliano Sabbion


Friday, July 22, 2016

Il vento caldo dell'estate. Arte pubblica negli spazi aperti Park Eun Sun a Firenze.



"L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni"
 (Pablo Picasso)

La stagione calda apre le porte delle gallerie, dei musei e fondazioni che, complice il sole e il bel tempo, le giornate più lunghe e la voglia di uscire, aprono i loro spazi e portano l’arte e gli artisti all’esterno.

Capita spesso di assistere ad inaugurazioni in aree aperte che mettono in mostra opere d’arte e artisti un po’ ovunque.

È forse un compito arduo uscire dagli spazi preposti per far si che l’arte diventi pubblica e si mostri a tutti, si crea una convivenza tra passato e presente nelle piazze, nei luoghi e negli edifici che pulsano storia e passato. Un modo diverso di parlare un linguaggio fatto di forme e colori che si “impossessano”, grazie all’arte, non solo nei luoghi eletti, ma diventa un’occasione per mostrare la contemporaneità anche fuori dai circuiti conosciuti fatti da fiere e gallerie.


Educare all’arte significa mettere l’accento su siti che molto spesso si danno per scontati dove quasi nessuno si accorge della presenza e della bellezza locale intrisa di storia e cultura.

A volte è necessario che ci sia un artista esterno ed estraneo al luogo per riuscire nell’intento di colloquiare con gli spazi attorno e lo si fa sia per evidenziare il posto, sia per mettere in scena una nuova espressione artistica e tematica.

Molto spesso nascono poi pareri opposti e contrastanti: sicuramente c’è chi si lamenta che lo spazio è così “deturpato” dalla presenza di “cose moderne” sui luoghi sacri dell’arte e di sicuro qualche artista del storico si starà rivoltando nella tomba, ma quando mai uno spazio si rovina quando si installano opere d’arte? Perchè il passato e il presente non possono trovare armonia e convivenza? Ritorna alla mente l’affresco di Massimo Campigli eseguito tra il 1939 e il 1940 presso la sede di Palazzo Liviano dell’Università degli studi di Padova, qui sono raffigurati i giovani dell’epoca che svettano sopra le macerie del mondo passato, il significato simbolico e iconografico è palese: per conoscere il presente e viverlo è necessario sacrificare il mondo antico e soprattutto poggiare le basi senza dimenticare ciò che si è stati, anzi, contribuendo a valorizzare il passato e le opere.


I soliti noti poi, non contenti, riporteranno becere beghe indicando che i soldi dei cittadini sono stati spesi per creare pagliacciate (mai sentito dire che i soldi spesi per la cultura sono in realtà soldi spesi per creare turismo, arte, attenzione e rivalutazione del territorio?); senza contare le fila di artisti invidiosi o pseudo artisti falliti che si trincerano e dietro ad un “perché lui e non un altro? (ad esempio io)”.

Questi solo alcuni degli esempi riportati tra le migliaia di commenti che pullulano nei social network quando la vox populi prende il sopravvento, spesso “non sanno quello che fanno (e dicono)”, la maggior parte delle persone prende posizione senza avere un parere od un vero pensiero da esprimere ma si limita a denigrare, offendere e dare per scontato tante e troppe cose.

L’arte e la cultura sono un bersaglio mobile alla quale rivolgere attenzioni e disattenzioni spesso con rabbia e con poca riflessione perché considerata qualcosa di superfluo nella vita quotidiana.

L’uomo ha bisogno di circondarsi di cose belle, di mangiar bene, di ascoltare buona musica, di vedere opere d’arte che gli procurino un’emozione e piacere.


Fino a che tutto resta relegato dentro un circuito istituzionalizzato e creato ad hoc senza invadere gli spazi altrui allora nessuno si lamenta, ma se si esce dal sentiero tracciato e si ha voglia di mettere in evidenza anche a chi non conosce quello che si propone non c’è nulla di più bello da vivere!

Se si è contro l’arte pubblica e messa a disposizione in maniera gratuita alla mercé degli occhi di ogni spettatore, allora si è contro anche ai concerti di musica che si fanno all’aperto o alle manifestazioni culinarie in cui si riversa la popolazione tra eventi e sagre paesane. Andare contro la collettività, essere contrari alla libertà di visione, di ascolto e di gusto è un “non” far conoscere la cultura a 360°. Siglare con un “non mi piace” senza conoscere è senza dubbio una delle operazioni tra le più sbagliate che si possono esercitare.

Negli ultimi tempi la tendenza a polemizzare solamente, senza scavare a fondo su quello che è proposto e visto, si fa sempre più ampia, recente le disquisizione su “The Floating Piers “ di Christo sul lago d’Iseo, tra performance e installazione di Land art; Igor Mitoraj con le sue opere a Pompei; Jan Fabre a Firenze che ha preceduto le opere di Jeff Koons in Piazza della Signoria sempre nel capoluogo toscano e non per ultimo ora l’artista coreano Park Eun Sun che, sempre a Firenze, espone le sue sculture dopo l’esperienza ai Fori Traiani di Roma, ecco allora le sue opere ergersi a Piazza Pitti, Palazzo Vecchio, San Miniato al Monte, Giardino delle Rose, Piazzale Michelangelo e l’aeroporto di Firenze fino al 18 settembre 2016.


Una serie di opere contemporanee che si snodano tra parallelepipedi, sfere e steli in marmo bicromo che ricorda lo stile Romanico che si fonde con la ricerca di equilibrio tra Yin e Yang, tra eleganza e incontro espressivo tra tradizione italiana ed orientale.

Condividere e rompere gli argini delle ottusità è quello che si DEVE fare quando ci si trova difronte ad una contemporanea novità dell’esistenza visiva artistica, si devono lasciare gli spazi che si popolino di cultura, di artisti e di opere d’arte, di sculture, di performance, di polemiche e di nuovi linguaggi, questo è quello che fa pensare ed aprire le menti perché solo così la visione si amplia e non si blocca e si impara non solo a VEDERE ma a GUARDARE.
Massimiliano Sabbion

Tuesday, July 19, 2016

Fantasilandia: quando la cultura fa paura. Che sarà del domani?


Troverai sollievo alle vane fantasie se compirai ogni atto della tua vita come se fosse l'ultimo
(Marc'Aurelio)
 
Si può frenare la fantasia umana? Si può mettere un limite ai pensieri creativi? Si possono legare le emozioni visive che scaturiscono dalla mente di un artista?
No, non si può, anzi, non si deve frenare e limitare il pensiero e la creatività di un artista che sente il bisogno di continui stimoli e confronti per poter continuare a creare ed esprimere, così come lo spettatore ha lo stesso bisogno di godere appieno del prodotto artistico per regalarsi un momento di piacere visivo ed emozionale.
Non si accumula bellezza solo per il piacere di farlo ma soprattutto perché dà felicità e benessere interiore, una scarica di serotonina che fa ben al cuore e ai sensi.
L’arte fa bene, ci rende migliori e così pure la cultura nonostante sia sempre vista come un qualcosa di superfluo e inutile per l’uomo moderno che ha bisogno invece del parcheggio comodo sotto casa, dell’ultimo modello di smartphone, del televisore al plasma e della forma fisica perfetta…
Le code che si moltiplicano fuori dagli studi televisivi per partecipare ai vari talent show e reality sono sintomo di una reclamata visibilità ad ogni costo perché apparire conta ormai più dell’essere, ed è un peccato, un’occasione persa e mancata per essere se stessi ed emergere per le proprie reali capacità basate su sogni, attese, cultura e studio.
Sembra che faticare sia sempre più un termine obsoleto per poter ottenere un risultato, così desiderosi di imparare e apprendere quando si è bambini alla scoperta del mondo, così poco propensi da adulti invece al sacrificio, alle prove, agli ostacoli da superare per raggiungere un obiettivo.
Diceva Pablo Picasso: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino” e ancora Paul Klee: “Vorrei essere come appena nato, ignorare i poeti e le mode, essere quasi primitivo.”
Un desidero nell’arte per tornare magicamente bambini, esseri che si stupiscono dei colori e delle forme, assaporando il gioco fatto di fantasia e libertà.
Ma cosa è successo? Quale meccanismo si è inceppato? Cosa si è rotto lungo la strada che ha fatto si che si perda la voglia di sperimentare e mettersi in gioco? Quando si diventa “grandi” non si ha più voglia di sognare e si concretizzano invece altre realtà: un mutuo da pagare, una macchina nuova, gli amori che finiscono, i figli da crescere, le difficoltà burocratiche, le vacanze da programmare, il lavoro che spesso non corrisponde a quello che si vuol fare, problemi esistenziali, rapporti umani e allora si dà il via alle danze per ritrovar se stessi con yoga, psicoterapeuti, palestra, amanti qualunque cosa che possa dare un senso alle cose e all’esistenza su questo pianeta nel breve lasso di tempo in cui si vive.
Si guarda sempre avanti, si vede poco il presente e si ricorda ancora meno il passato, forse sono i tempi che sono cambiati e hanno subito un’accelerazione da non lasciare il momento di assaporare quello che si affronta giorno per giorno.
Meno impegni virtuali e più cultura potrebbe essere un risultato tangibile che a lungo andare aiuterebbe gli animi prima e il quieto vivere poi.
Perché è così importante stimolare la creatività e la fantasia? Perché alla fine il confronto porta a produrre cose buone e apre ad una visione più globale di un mondo così vasto per culture, aspetti, scoperte che si vanificano polemiche legate al proprio piccolo universo.
La cultura salva il mondo, la cultura offre lo spazio alle menti, la cultura fa paura perché dà modo di pensare e confrontarsi, la cultura è un’arma peggio delle guerre ideologiche e religiose che insanguinano per soldi e potere l’intero mondo tra scontri e dolore, la cultura non può essere odio ma tolleranza, convivenza e scambio, la cultura non deve essere soffocata da credi religiosi e fantasmi ideologici e politici, la cultura è per tutti quelli che vogliono mettersi in gioco ed arricchirsi ogni giorno per non sprecare la vita che ci è data.
La cultura è soprattutto una risorsa tra i popoli e gli ideali, è un sostegno economico per gli stati e una presa di coscienza di chi siamo stati, di chi siamo ora e di chi saremo domani.
Quel domani che è il futuro che spesso spaventa ma che, attraverso la sensibilità artistica e la presa di coscienza storica, non si deve temere ma agognare come risultato di un processo creativo stimolante e mai pago.
Massimiliano Sabbion