Wednesday, October 7, 2020

E se l'arte fosse una scatola di pastelli? Viaggio tra i sognatori…

 


L'arte non è una scatola di pastelli colorati, dove tutte le matite sono belle ordinate, nuove e lucide, scartate ex novo dal cellophan che avvolgeva la bella confezione metallica.

L'arte non è una scatola che contiene nuance e sfumature ordinate per gradi e gamma, l'arte non si presenta così pulita e regolare, con i colori tutti della stessa altezza e con la scritta dorata sul dorso.

L'arte non è il colore, non è la forma, non è nemmeno il materiale che ne esce: l'arte è la scatola stessa che serve a contenere tutto ciò e da lì si parte.

L'arte quindi è la scatola? Sì, è il cassetto dei sogni riposti, è forse simile alla crosticina della crema catalana da rompere per assaporare il suo giallo e cremoso contenuto, è il momento in cui si squarcia la parte croccante da quella morbida e si crea l'attesa e si dà libero sfogo al piacere.

L'arte è la pagina bianca dell'alunno che si appresta a scrivere un tema, ma è anche l'inizio di un film al cinema, è la passeggiata tra i boschi con l'umido che scende in gola e il profumo di resina che invade le narici è, in una sola parola, l'inizio di un'opera.

Ecco cos'è l'arte allora, è l'emozione prima di tutto, è il pensiero che si vuole manifestare attraverso i colori che si fanno forma, ma i colori stessi non sono che il mezzo per l'arte, non l'arte in sé.

A che serve quindi avere una scatola di quaranta colori se non si sanno usare? Quei colori sono il veicolo per l'idea, non l'idea stessa!

E l'idea spesso si incrina. Capita sovente nel quotidiano vivere di aspettare sempre che sia qualcun altro a fare il nostro lavoro ed accusare poi di poca credibilità la professionalità di chi si coinvolge poi nella sfera lavorativa.

Il successo che arriva? Tutto mio e meritato, non devo niente a nessuno.

Il successo che non arriva? È colpa di chi mi ha seguito e non mi ha dato le direttive corrette per emergere.

Il successo invece costa sacrificio e impegno, è necessario investire in primis con se stessi, "ci vogliono i soldi", si sente spesso obiettare.

Certo, il denaro può essere un buon veicolo per pagarsi visibilità e non solo, ma se uno nasce mediocre, vive da mediocre, alla fine muore da mediocre, è un'implacabile legge dal quale non si sfugge.

Un esempio? Nel 2016 è uscito il film "Florence" diretto da Stephen Frears e interpretato da Meryl Streep e Hugh Grant, il film racconta la storia vera della cantante d'opera Florence Foster Jenkins, diventata nota per le sue scarse abilità canore, un vero disastro musicale, tutto questo nonostante i teatri pieni e le incisioni discografiche con la complicità e la sovvenzione dell'innamorato marito, quindi anche i soldi non danno la felicità garantita per un immediato e duraturo buon risultato.

Prendersi i meriti o accusare gli altri dell'immane o scarso risultato è comodo e semplice, l'autoanalisi serve, ma spesso finisce per produrre effetti e danni irreparabili.

Bisogna imparare a capire e a rispondere sempre alla stessa domanda, sia che il successo sia garantito o negato: ma io, merito tutto ciò?

Lo stimolo per arrivare e continuare è un'impennata continua, un'adrenalinica presa di posizione che scaraventa anima e corpo nel peggiore dei modi, mai sentirsi arrivati, mai fermarsi e adagiarsi, sempre continuare a ricercare, a trovare nuove soluzioni, a capire oltre la montagna quale altro sentiero ci sarà, quali altre strade, quali ostacoli e pericoli e quali gioie e distesi paesaggi da affrontare e vedere.

La conoscenza è la prova che non ci si può dire arrivati e mettere poi la parola "fine" ad un percorso se non per cominciarne un altro, ci saranno sempre nuove conquiste e nuovi fallimenti, ancora una volta la nostra scatola di colori sarà riempita di pastelli nuovi, alcuni si perderanno o finiranno, magari anche la stessa scatola si ammaccherà un pochino, ma che importa se serve ancora a contenere sogni e segni da costruire?

L'arte non è una scatola di pastelli colorati, l'arte è anche la scatola, ma lo è pure la serie di matite confuse che si imparerà ad usare, è la preferenza di un colore piuttosto che un altro, è scartare od usarne diversi, è l'impegno e il saper fare arte senza rincorrere sempre e ossessivamente coefficienti, visibilità, like, consensi.

Scriveva Michael Ende nel suo racconto "Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno" tratto dal libro "La prigione della libertà":

Dietro l’orizzonte scorgo sempre nuovi orizzonti. Abbandoniamo un mondo del sogno per ritrovarci in un altro. E mentre andiamo attraverso la frontiera, già si va preparando la successiva, e così via, fino a pervenire alle coste dell’alba. La mia strada mi si dipana davanti. Io, Max Muto, non invidio nessuno che abbia raggiunto il proprio obiettivo. Viaggio volentieri."

Già, viaggio volentieri, magari con la mia scatola di pastelli, piena o vuota a questo punto poco importa, ciò che vale è viaggiare, viaggiare volentieri.

Massimiliano Sabbion

www.maxiart.it

Friday, October 2, 2020

"Lei non sa chi sono io!" Titoli e professioni tra lavoro e opera d'arte

 


C’é un costante bisogno nella nostra società di avere un titolo appiccicato addosso per comodità o per convenzione, ogni persona deve sempre essere etichettata per le proprie competenze culturali: dottore, ingegnere, geometra, avvocato, chef, consulente, manager, addetti vari, idraulico…

Anche nel mondo dell'arte ci si appella alla parola scultore, pittore, architetto, visual e in una sola parola, artista. Le definizioni spesso sono solo sterili, è da meno considerare uno chef come un artista o uno scultore alla stregua di un ingegnere?

Le etichette servono, un po' come le didascalie all'interno di una mostra d'arte che aiutano e accompagnano lo spettatore alla visione. Esiste sempre un però, quel cavillo che infastidisce e preclude al fastidio, un po' come la zanzara di notte, dove si dorme ma con fastidio. Il "però" del caso consiste nella percezione che il titolo conti e che possa quantificare e qualificare anche la parte professionale della persona, ovviamente corretta la prima parte della frase, meno ciò che segue: mai farsi vanto del titolo e della professione.

Sia sempre il nostro operato a decretare chi siamo, a forgiare la nostra professionalità e competenza qualsiasi sia il campo di indagine preposto.

Troppo spesso ci si riempie la bocca di parole e ricchezze non richieste e strabordanti, tanti che si cimentano in arte tra pittura, scultura e quanto altro e hanno spesso la presunzione di definire i loro lavori "le mie opere", su che base è gestita la visione di "lavoro" e "opera"?

Spesso è un'esigenza che vuole essere monetizzata e quindi definire lavoro o opera il tempo speso per usare materiali e creatività è un confine labile.

La definizione di opere è sovente data dopo che si passa dall'anonimato alla visibilità e l'interesse arriva poi di pari passo.

Un titolo professionale non si raggiunge né da autodidatta né solo con un pezzo di carta che identifica il percorso fatto, è solo la punta di una montagna che si è scalata da un lato, ma dall'altro ci attendono nuovi percorsi e strade da compiere. È importante la costanza nello studio, nella ricerca, nell'incessante curiosità che è lo stimolo primario per eccellere poi nel proprio lavoro e definire alla fine le azioni compiute delle "opere".

Un bravo idraulico è chi sa come compiere il suo lavoro e lo fa bene, così come è apprezzato e gustato il piatto di un bravo cuoco, similare è la buona diagnosi e riuscita compiuta da un medico che si avvale, come tutti i casi citati, della sua esperienza e professionalità.

E l'artista? Idem! Ha bisogno di confronti, di studio, di ricercare sempre e in ogni momento di esprimere il suo sentire attraverso le prove, gli sbagli, i giorni no, le soluzioni che tardano ad arrivare, ma quello che più conta è il risultato finale che lo porta ad agire per riuscire a creare e mostrarsi per mezzo di un linguaggio specifico fatto da colori, materiali, forme, in poche parole trasformare tutto ciò in "un'opera d'arte".

Allora, ricapitolando, il titolo serve, forse non è indispensabile anche se è necessario da inserire nella carta d'identità alla voce "professione", ma come si identifica chi vive di sogni, di attese, di pensieri ed emozioni da esprimere? Forse il titolo o la professione che lo individua ancora non c'è, ma che bello sarebbe sapere che tra le professioni c'è un "sognatore" formatosi in qualche scuola che insegna, con tanto di diploma finale, a sognare, a sperare e a continuare.

Utopia? Sì, forse sarebbe il titolo corretto con il quale chiamare la professione che si andrà a svolgere.

Massimiliano Sabbion

www.maxiart.it

 

Thursday, September 24, 2020

"Orrore! Ma che schifo quest'opera!" la bellezza non è tutto

 


"Che schifo questo quadro!", affermazione spesso dettata d'istinto verso un lavoro compiuto da un artista che non piace, o meglio, che non trova i nostri gusti e tocca le nostre corde emotive.

Ma lo "schifo", da cosa è generato? Da una non ben identificata interpretazione del soggetto posto di fronte? Da un assembramento di forme e colori che non trovano il nostro personale gusto? Da una ricerca infantile e sommaria di ciò che è rappresentato?

Gli elementi sono variabili, sono troppi forse per essere elencati, si passa dal piacere soggettivo al gusto oggettivo: se una cosa è brutta, è brutta!

Il giudizio frettoloso dell'affermazione "che schifo questo quadro!", nasconde non solo il disgusto di chi sta osservando la tela in questione, ma soprattutto un termine di giudizio e di critica spicciola sulla quale è bene poi riflettere.

Certo, il pubblico e il parere espresso dalla massa conta, ma se a dirlo, forse usando altre parole più "edulcorate" è un esperto del settore? Magari il parere è pronunciato da un critico, un gallerista o un altro artista, di sicuro sarebbe necessaria una autoanalisi di sé e del proprio operato.

Spesso poveri supporti quali tele, pannelli, carta, sono impropriamente usati allo scopo di essere utilizzati per la creazione di "opere d'arte", seguono poi matite, colori, tubetti, pennelli e quant'altro per completare lo scempio iniziale.

Bisogna imparare anche dai propri limiti e da se stessi a dire "stop, basta" quando si manifestano vere croste e obbrobri altisonanti.

Nessuno vi dirà che bisogna smettere di trovare il piacere nelle cose che si fanno, specie in quei lavori che si vengono a creare con forme e colori, spesso gli stessi risultati sono terapeutici, coccolano il loro creatore, "l'artista", in uno spazio e un mondo dove si sente sicuro e protetto, dove nessun giudizio lo può (ancora) attaccare.

I pensieri si fanno muti, la mente riposa e null'altro esiste se non la tela e i colori, anche se ci fosse il rischio di arrivare ad un risultato brutto tra il kitsch e il trash, dove le proporzioni non sono rispettate, dove i colori non corrispondono alla realtà, dove si forgiano mondi improbabili e irreali, dove il tempo e lo spazio non esistono, si può allora parlare di creazione artistica poiché la fantasia non è mai brutta, forse alla fine lo è il risultato…

Nella storia dell'arte sono numerosi gli esempi di soggetti sproporzionati, non aderenti alla realtà dai colori particolari, abitanti terre mai viste e vissute. Fermando le parole per rimanere al solo mondo dell'arte contemporanea, quanto poco aderente al mondo reale vi si ritrovano artisti e loro produzioni? Molti i casi e le visioni: dai mondi colorati e accessi di Vincent Van Gogh, a Paul Gauguin, dai cubi di Pablo Picasso e Georges Braque, ai sogni metafisici di Giorgio de Chirico e surreali di René Magritte, Salvador Dalì, Joan Mirò, senza contare l'avvento delle nuove tecnologie e la video arte che ha dato vita a nuove visioni come nelle opere di Chris Cunningham o Bill Viola.

Sono forse questi pochi esempi di artisti citati da considera brutti? Secondo le regole e i canoni preposti i loro risultati, i loro lavori forse si, con la differenza che hanno lasciato il segno poiché riconosciuti come innovatori sovversivi, sperimentatori e soprattutto ricercatori oltre il visibile.

Il brutto e non aderente alla realtà che si fa arte? Sì, perché anche se non conforme alle regole di base e riconoscibili da tutti rimane valida la regola che "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace!"

Massimiliano Sabbion

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Thursday, September 17, 2020

Creatività outsider: da dove nasce l'ispirazione?

 


Non si sa mai quando il pensiero creativo arriva, di sicuro una fonte che lo fa scaturire c'è e per ogni creativo ed è diversa l'ispirazione da cui nasce.

Da dove si attinge l'idea creativa? A volte la causa è una grande pace interiore e i pensieri fluiscono senza fatica, altre volte per molti è invece una valvola di sfogo per una rabbia provata, una delusione vissuta, il ricordo di un momento, di una persona, la voglia di esprimere insomma e di dire quello che ci fa stare bene in una determinata situazione.

Il pensiero creativo non è mai un percorso prestabilito, è più un viaggio che si fa sapendo da dove si parte, ma mai dove si arriva. L'uomo, l'artista, ricerca sempre una risposta alle domande e non è mai soddisfatto della sentenza finale, per questo si ritrova a dare più riscontri e mai trova completa la sua ricerca di conoscenza e sapere.

Gli artisti che trovano una cifra stilistica e su questa ci marciano e continuano a proseguire senza mai percorrere altre strade hanno forse paura di essere dimenticati, hanno terrore di non vendere e di non essere ai vertici del mercato d'arte, come se la vendita quantificasse il valore di un singolo artista…
Lo studio e la ricerca di risposte alle domande poste, spesso non trova le verità sperate, si arriva invece a porsi nuove domande che si sommano alle prime e il viaggio cominciato che si dipana diventa infinito: è questa la bellezza della creatività, non si arrende mai e continua ad andare avanti offrendosi a nuovi creativi e diventando in questo modo l'amante instabile di chi ha qualcosa da esprimere.

Appurato quindi che la creatività c'è ed è innata questo non significa che il risultato poi sia soddisfacente e consono al pensiero creativo iniziale, come dire, l'idea c'è, la sua realizzazione no: è intelligente, ma non si applica! E ancora, buono sulla carta, pessimo nella pratica.

Non basta quindi solo la mera creatività a far l'artista, bisogna associare lo studio, l'impegno e la ricerca che sono alla base della piramide, mentre il riconoscimento e la parte economica sono solo la punta della piramide e per arrivarci bisogna salire diversi scalini.

Le illusioni, le false promesse, la concezione e l'idea di essere portatore di messaggi nuovi, il messaggi salvifico attraverso l'arte e altre affermazioni simili bloccano e frenano la parte più obiettiva che non concepisce la differenza tra un prodotto buono e uno mediocre.

Creare è diverso da voler lasciare un'impronta o desiderare di ricevere conferme, nel gesto creativo non ci si aspetta il risultato finale apprezzato o condiviso perché se lo si pensa allora è una creazione guidata da altri e secondi fini.

È più facile credere agli ufo che confidare e sognare un mondo senza creatività, con questo non significa alimentare false speranze e miti, l'attività di un creativo, di un artista non è mai semplice né scontato e non è un lavoro per tutti.

Nessuno richiederà a un creativo e alla creatività stessa sforzi oltre ogni limite o di essere in grado di riuscire a cambiare il mondo, nessuno è un Dio e ogni segno tracciato sulla Terra è già stato visto e percorso, quindi, perché affannarsi nella ricerca per la visibilità e per quantificare il proprio prodotto finale solo in base al potere economico che ne emerge? Per quello esiste già un mercato già abbastanza "creativo", ma se si crea solo in base al momento, alla moda e al piacere collettivo si parla di creatività soggiogata al tempo del piacere di una stagione, non certo di un percorso e di una ricerca condotta da tanti outsider geniali che la storia ci ha poi lasciato.

L'influenza dei tempi, della storia e della vita di ognuno si riversa poi nelle opere d'arte: desideri, sogni, timori e speranze fanno parte di ogni persona che cresce, diventa adulta, scopre le gioie, l'amore, le lacrime e le delusioni e magari smette di cercare di farsi vedere, ma non di produrre o di lasciare ancora una volta che la creatività continui e riaffiori.

 Massimiliano Sabbion

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Thursday, September 3, 2020

Dodici secondi di volo. Dai fratelli Wright alla ricerca di obiettivi e sogni.

 


«La ricerca della verità è possibile soltanto se parliamo chiaramente e semplicemente ed evitiamo tecnicismi e complicazioni non necessari.

Dal mio punto di vista, mirare alla semplicità e alla chiarezza è un dovere morale degli intellettuali:

la mancanza di chiarezza è un peccato e la pretenziosità è un delitto

(Karl Popper)

 

ricerca

[ri-cér-ca] s.f. (pl. -che)

1 Attività finalizzata a trovare o scoprire qlcu. o qlco.: r. del colpevole di un delitto; essere alla r. di un lavoro; in uso assol., indagine, investigazione, inchiesta: una r. lunga, accurata, infruttuosa.

Questa la definizione di ricerca: "Attività finalizzata a trovare o scoprire qualcuno o qualcosa", nella descrizione specifica quel "qualcuno" o quel "qualcosa" è il motore di partenza per il fine, ma si può parlare di fine quando si comincia una ricerca? O si tratta solo di un punto di arrivo che segna poi un altro punto di partenza?

La ricerca quando si compie e in qualsiasi campo è sempre faticosa, difficile da gestire e da far passare come divertimento, la ricerca è un lavoro che si compie come atto continuo dettato in primis dalla curiosità e dalla conoscenza.

Se non si parte con la giusta dose di desiderio di sapere e di immersione non si compie la ricerca, se manca lo stimolo il lavoro finale non darà né premi agli sforzi fatti né stimoli futuri.

Il 17 dicembre 1903 i fratelli Wilbur e Orville Wright passarono alla storia con il primo rudimentale aereo il "Flyer" che spiccò volo, un volo di soli 12 secondi, eppure dietro ai quella manciata di secondi si nascose la tenacia, la forza e la ricerca, forse anche una buona dose di incoscienza e di sogni.

Non tutti sanno forse che gli Stati Uniti d'America avevano stanziato la somma di 50000 dollari per la ricerca sull'aviazione messi a disposizione di una delle menti più brillanti del tempo, il professore Samuel Pierpont Langley. Sostenuto nei suoi tentativi sia dal governo che dalla stampa dell'epoca e con finanziamenti cospicui continuarono gli studi sul volo.

Nel frattempo in Ohio i due fratelli non conosciuti, non seguiti e senza finanziamenti pubblici continuavano la loro incessante ricerca mantenendo la loro attività attraverso il piccolo negozio di biciclette locale.

Perché allora i fratelli Wright volarono e Langley non ci riuscì? Perché continuarono nella ricerca, curiosi nella realizzazione del loro sogno impossibile per tutti e nonostante i fallimenti, le avversità, la fatica, le prove disastrose continuarono fino al successo perché il loro obiettivo non fu mai perso di vista: riuscire a volare.

Samuel Pierpont Langley non era forse sufficientemente motivato, aveva già raggiunto altri risultati, professore stimato ad Harvard, conosciuto e apprezzato, altri sogni già realizzati, altre ricerche portate a termine, ma il volo… il volo no, forse non gli è servito staccarsi dal suolo e alzare non solo lo sguardo al cielo, ma l'uomo stesso.

Non definiamo lo studio di Langley un fallimento, ma piuttosto classifichiamola come "un non raggiungimento della sua ricerca", una ricerca non abbastanza convinta, niente affatto forte e incisiva e soprattutto mancante di forza e di sogni.

Sì, sogni, perché servono tanto quanto la curiosità e la ricerca da fare, tutto ciò è un duro lavoro si diceva all'inizio, ma qualcuno ha davvero pensato che tutto sia semplice e che una tempesta si dipani solo con il soffio di una brezza primaverile?

Dodici secondi di volo, contateli, ora. E poi? Poi volate.

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Massimiliano Sabbion

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Thursday, July 16, 2020

E se l'arte fosse una scatola di pastelli? Viaggio tra i sognatori…


L'arte non è una scatola di pastelli colorati, dove tutte le matite sono belle ordinate, nuove e lucide, scartate ex novo dal cellophan che avvolgeva la bella confezione metallica.

L'arte non è una scatola che contiene nuance e sfumature ordinate per gradi e gamma, l'arte non si presenta così pulita e regolare, con i colori tutti della stessa altezza e con la scritta dorata sul dorso.

L'arte non è il colore, non è la forma, non è nemmeno il materiale che ne esce: l'arte è la scatola stessa che serve a contenere tutto ciò e da lì si parte.

L'arte quindi è la scatola? Sì, è il cassetto dei sogni riposti, è forse simile alla crosticina della crema catalana da rompere per assaporare il suo giallo e cremoso contenuto, è il momento in cui si squarcia la parte croccante da quella morbida e si crea l'attesa e si dà libero sfogo al piacere.

L'arte è la pagina bianca dell'alunno che si appresta a scrivere un tema, ma è anche l'inizio di un film al cinema, è la passeggiata tra i boschi con l'umido che scende in gola e il profumo di resina che invade le narici è, in una sola parola, l'inizio di un'opera.

Ecco cos'è l'arte allora, è l'emozione prima di tutto, è il pensiero che si vuole manifestare attraverso i colori che si fanno forma, ma i colori stessi non sono che il mezzo per l'arte, non l'arte in sé.

A che serve quindi avere una scatola di quaranta colori se non si sanno usare? Quei colori sono il veicolo per l'idea, non l'idea stessa!

E l'idea spesso si incrina. Capita sovente nel quotidiano vivere di aspettare sempre che sia qualcun altro a fare il nostro lavoro ed accusare poi di poca credibilità la professionalità di chi si coinvolge poi nella sfera lavorativa.

Il successo che arriva? Tutto mio e meritato, non devo niente a nessuno.

Il successo che non arriva? È colpa di chi mi ha seguito e non mi ha dato le direttive corrette per emergere.

Il successo invece costa sacrificio e impegno, è necessario investire in primis con se stessi, "ci vogliono i soldi", si sente spesso obiettare.

Certo, il denaro può essere un buon veicolo per pagarsi visibilità e non solo, ma se uno nasce mediocre, vive da mediocre, alla fine muore da mediocre, è un'implacabile legge dal quale non si sfugge.

Un esempio? Nel 2016 è uscito il film "Florence" diretto da Stephen Frears e interpretato da Meryl Streep e Hugh Grant, il film racconta la storia vera della cantante d'opera Florence Foster Jenkins, diventata nota per le sue scarse abilità canore, un vero disastro musicale, tutto questo nonostante i teatri pieni e le incisioni discografiche con la complicità e la sovvenzione dell'innamorato marito, quindi anche i soldi non danno la felicità garantita per un immediato e duraturo buon risultato.

Prendersi i meriti o accusare gli altri dell'immane o scarso risultato è comodo e semplice, l'autoanalisi serve, ma spesso finisce per produrre effetti e danni irreparabili.

Bisogna imparare a capire e a rispondere sempre alla stessa domanda, sia che il successo sia garantito o negato: ma io, merito tutto ciò?

Lo stimolo per arrivare e continuare è un'impennata continua, un'adrenalinica presa di posizione che scaraventa anima e corpo nel peggiore dei modi, mai sentirsi arrivati, mai fermarsi e adagiarsi, sempre continuare a ricercare, a trovare nuove soluzioni, a capire oltre la montagna quale altro sentiero ci sarà, quali altre strade, quali ostacoli e pericoli e quali gioie e distesi paesaggi da affrontare e vedere.

La conoscenza è la prova che non ci si può dire arrivati e mettere poi la parola "fine" ad un percorso se non per cominciarne un altro, ci saranno sempre nuove conquiste e nuovi fallimenti, ancora una volta la nostra scatola di colori sarà riempita di pastelli nuovi, alcuni si perderanno o finiranno, magari anche la stessa scatola si ammaccherà un pochino, ma che importa se serve ancora a contenere sogni e segni da costruire?

L'arte non è una scatola di pastelli colorati, l'arte è anche la scatola, ma lo è pure la serie di matite confuse che si imparerà ad usare, è la preferenza di un colore piuttosto che un altro, è scartare od usarne diversi, è l'impegno e il saper fare arte senza rincorrere sempre e ossessivamente coefficienti, visibilità, like, consensi.

Scriveva Michael Ende nel suo racconto "Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno" tratto dal libro "La prigione della libertà":

Dietro l’orizzonte scorgo sempre nuovi orizzonti. Abbandoniamo un mondo del sogno per ritrovarci in un altro. E mentre andiamo attraverso la frontiera, già si va preparando la successiva, e così via, fino a pervenire alle coste dell’alba. La mia strada mi si dipana davanti. Io, Max Muto, non invidio nessuno che abbia raggiunto il proprio obiettivo. Viaggio volentieri."

Già, viaggio volentieri, magari con la mia scatola di pastelli, piena o vuota a questo punto poco importa, ciò che vale è viaggiare, viaggiare volentieri.

Massimiliano Sabbion

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Thursday, July 9, 2020

Finché c'è un'idea, c'è speranza. Storia della creatività in un mondo di sognatori.


Da dove nasce la creatività? Quali sono le motivazioni che permettono all’uomo di creare e da dove si parte?

Si può sentire il bisogno di plasmare qualcosa perché é un’esigenza primaria oppure, semplicemente, perché si ha il tempo di farlo e si realizza una necessità di esprimere senza bisogno di arrivare a decretare conseguentemente un successo globale.

Molti pensano che la creatività sia un sistema complesso per arrivare ad essere visibili, riconosciuti in un sistema che fa emergere dall'anonimato, ma nel silenzio invece nasce il verbo giusto.

Quindi, anche nella solitudine o in mezzo al rumore del niente si possono trovare gli artisti senza per questo essere etichettati poi come tali, semplicemente non è necessario.

L'esigenza creativa è un bisogno, a volte anche terapeutico, gli esempi della storia dell’arte insegnano, basta pensare ad alcune tele dipinte da Vincent Van Gogh, un'urgenza che si è trasformata in esigenza per dire con i colori e le forme quello che la mente non riusciva a esplicare con comportamenti e parole.

Paul Cézanne preferì isolarsi e rivolgere il suo pensiero creativo alla montagna Sainte Victoire trasferendo ad ogni colpo di pennello una natura scarnificata e ridotta a semplice forme, a cubi, a materie aggettanti di colore.

Perché l’uomo si definisce quindi creativo? Da dove arriva questa voglia di solcare il tempo attraverso la riproduzione di un mondo reale o fantastico, sognato o immaginato? Forse all’uomo non basta la terra dove cammina o il cielo dove perdersi, ha bisogno di nuovi mondi, allora questi universi si creano e lasciano lo spazio alla fantasia.

Chissà perché si nega il reale e si dà adito invece alla creatività, innumerevoli sono i casi come chi pensa che la terra sia piatta, oppure che l’uomo non sia mai andato sulla Luna ma in realtà ci sia vita extraterrestre su Marte.

I sogni superano quindi la realtà e il falso si fa aderenza all’evidenza, e allora ben vengano quei mondi in cui esistono esseri superiori, dei, miracoli, fate, folletti, magie e incantesimi.

 

L’uomo ha paura forse del mondo reale e preferisce rifugiarsi dove sta bene: ecco allora realtà che si protraggono da secoli come le religioni o la ricognizione di se stessi attraverso nuove formulazioni pseudo buddhiste o New age che mettono l’uomo a contatto con anima e spirito arrivando in un’altra dimensione.

Non tutto quello che si crea poi alla fine inevitabilmente, si distrugge, ma come dissero già i filosofi greci: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Mondi paralleli e altre situazioni alternative sfuggono al tempo e alla realtà, ma permettono di sognare e di ricreare così un proprio mondo.

Forse è davvero solo questione di creatività più o meno latente: esistono altri esseri intelligenti al di fuori del nostro pianeta, ma sono supposizioni che rimangono nell’aria come idee molto vaghe, di sicuro non si smetterà per questo ricercare le risposte o di guardare ancora il cielo.

Qualcuno spera che le fantasie si trasformino in qualcosa di vero proprio per trovare risposte, altri ricercano la felicità nella concretezza quotidiana attraverso ad esempio un lavoro o una carriera, oppure per mezzo di uno slancio mistico come punto fermo nel quale credere, dove le risposte miracolose sono rivolte ad un essere superiore.

Non si può scordare inoltre che, nonostante questi piccoli mondi, che ci rendono distanti gli uni agli altri, si è comunque irrimediabilmente soli coi propri fantasmi e pensieri, anche quando si cerca un rapporto con altri esseri umani o si ricerca la solitudine, in fondo anche gli eremiti non avrebbero senso di esistere se non si isolassero dal resto dell’umanità…

É il senso di appartenenza ad un gruppo sociale che decreta ciò che siamo, ciò che crediamo, ciò che creiamo.

La creatività è insita nell'uomo e finché c'è un'idea, c'è speranza, speranza di riuscire a trasformare i sogni in realtà e la realtà stessa in onirici mondi senza fine.

Massimiliano Sabbion

www.maxiart.it