Tuesday, December 11, 2018

Il sapore della felicità che rende l'arte (di vivere) una gioia


 
Si pensa e si crede sempre che la felicità sia data dalla serenità che pervade l'anima e forse, una punta di verità risiede in questa affermazione, ma che cosa rende felice l'anima?
Molte cose, probabilmente differenti per ogni persona: lo sguardo di un innamorato, il sorriso di un bambino, lo scodinzolio di un cane, il rumore del mare che si infrange sulla spiaggia, una parola buona detta al momento giusto, il pane caldo, l'unico parcheggio libero trovato dopo ore di giri a vuoto, il gusto di gelato preferito, l'acqua fresca di una fontana in una calda giornata estiva, l'ultima pagina di un romanzo…
Esempi infiniti che scaldano il cuore, fanno amare l'amore per ciò che si ama, senza regole e senza freni. Si raggiungono le mete proposte e si arriva ad avvolgere l'anima con un calore che dà la sensazione di una pace cercata e voluta.
Ebbene sì, questa felicità ha bisogno di essere individuata, è necessaria insieme a tutta la forza genitrice che la fa scaturire, dove la si trova? Spesso in mezzo al niente, condivisa con gli altri, ma soventemente si svela dentro di sé perché nel silenzio nasce il verbo giusto.
È forse l'isolamento, la vera ricerca della felicità? Per chi crea a volte sì, si ha bisogno di stare con i propri pensieri, con i propri spazi di mutismo e pace corollati magari da rumori di fondo che alla fine non si sentono più: la musica di uno stereo scompare, le voci di chi ci sta attorno non si ascoltano ulteriormente, i frastuoni diventano parte di un lungo percorso che porta alla gioia della creazione e, forse, alla felicità, talvolta colmata da un pensiero che non ci si aspettava.
I secoli di storia, le facce degli uomini del passato, le orme di chi ci ha preceduto rimangono tangibili nei segni che sono emersi nel tempo: la letteratura tramandata di libro in libro, la musica tra gli spartiti e i suoni, l'arte tra le immagini e i colori.
Perché ancora oggi, e così sarà per chi ci sarà dopo di noi, l'importanza della creazione e della felicità passa attraverso significati e simboli che diventano la traccia di un cammino percorso.
Che cosa rende felice chi in questo momento scrive i suoi pensieri? Che cosa dà gioia e scalda la sua serenità? Dalla riflessione materiale, ai sogni, alla sensazione provocata da una visione di altrui felicità, la lista si potrebbe fare lunga, ebbene sì, chi redige questo parole ora ci prova: cosa provoca nel sottoscritto la felicità? Gli affetti a me cari, la mia famiglia, gli amici e i lettori che sorridono di questa frase, il vicino che falcia il prato e il profumo dell'erba tagliata entra nella mia casa, il postino che fischietta, il gelato alla vaniglia e le uvette del gusto Malaga, un bacio di chi mi ama, Luna che cerca per farsi coccolare, un sms di buongiorno, annusare le pagine di un libro nuovo da leggere, l'happy end di un film, una birra con il mio migliore amico, le risate in terrazza con un'amica mentre lei fuma una sigaretta dopo l'altra, la speranza di chi si innamora, l'arrivo di un accredito sul conto, il sole al tramonto lungo l'argine del Bacchiglione, il mio papà nell'orto, la risata di mia mamma, gli occhi di mio fratello, la calma di mia cognata, schiacciare le palline della carta da imballo, le lenzuola lavate e asciugate al sole, un forte temporale di notte sotto le coperte, le mani che profumano di sapone, l'arte.
Sì, per ultima l'arte ma parte costante della vita di chi si occupa di storia e critica d'arte e allora l'elenco si riapre di nuovo: una visita a Giotto e alla Cappella degli Scrovegni, una riproduzione di Paul Klee, il bacio di Giove ed Io del Correggio, un artista che ti mostra il suo nuovo progetto, preparare una mostra, studiare per una lezione, un nuovo libro, un catalogo appena stampato, sentire il profumo dei colori in uno studio d'artista, visitare un museo, camminare per le vie di una città, lasciarsi stupire, scrivere.
Sensazioni tutte che portano alla felicità, forse sogni inguaribili in un mondo che ci vuole sempre più concreti nelle scelte e meno poeti e artisti, ma più uomini di marketing settoriali e specializzati, si arriva a cozzare un po' con quello che si dimentica spesso essere però il bisogno primario della vita: essere felici.
Momento di stacco degli occhi dallo schermo mentre scorrono le parole di questo pezzo scritto, tra le righe molti avranno pensato alla loro felicità, si sono rivisti  e ritrovati, ripensando a quali sono le cose che rendono la gioia, magari a qualche artista o ad una situazione vissuta, quindi? Pronti con il proprio personale elenco di felicità? Spero di sì, me lo auguro, ve lo auguro.
Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, December 5, 2018

Questo tempo da Hikikomori. La paura è rinchiudersi nel proprio mondo


 
No, il titolo non si riferisce a qualche nuovo film giapponese presente nelle sale di qualche festival internazionale di cinema, non è neppure un nuovo manga o un anime di successo, né un nuovo tipo di sushi, Hikikomori è il nome che si dà ad una sindrome giapponese tutta contemporanea che ha cominciato a varcare le soglie dell'isola nipponica e si è diffusa un po' ovunque.
È contagiosa? No, affatto. È forse peggio…
Hikikomori in giapponese significa "stare in disparte", è un isolamento sociale volontario, il termine si riferisce alle persone invisibili, coloro che non si espongono, non escono dalla loro dimensione e dalla loro camera da letto.
Il rifiuto primario per gli Hikikomori è quello di non uscire, di non avere rapporti sociali, di non stare con la gente e relegano tutto all'interno del loro spazio recluso in una stanza dove mangiano, dormono, leggono, giocano e navigano su Internet e, cosa più importante, proteggono in primis loro stessi dal giudizio altrui e dal mondo esterno.
È un atto di difesa verso un mondo che hanno paura di affrontare, spesso si pretende troppo e si chiede di non sbagliare mai, di essere sempre perfetti, precisi, esemplari, non sono ammessi errori: eccellenti a scuola, realizzati professionalmente, belli e sempre sotto pressione.
Il fallimento non è contemplato! Tutto è sotto controllo e si aggredisce in questo modo la paura di aver paura, di sbagliare e allora il modo migliore quando non si regge al confronto è quello di scappare, da tutto, e di rifugiarsi nell'unico posto dove si trova sicurezza: la stanza da letto.
Questo fenomeno è sempre più collegato alla nascita delle nuove tecnologie, già presente in passato, si è acutizzato nei decenni e, se da un alto, si avvicinano le persone e abbattono le distanze, dall'altro invece le allontanano.
La società ora non accetta i fallimenti, non ammette la vergogna dello sbaglio, la possibilità che ci possa essere una caduta e una conseguente ripresa.
Non è depressione quella che è diagnosticata, ma la paura delle difficoltà e delle delusioni da cui spesso non si torna indietro, assenze emotive e pressioni sociali ne sono i condimenti.
La pazienza è l'unico antidoto, si deve e si può affrontare tutto, anche gli sbagli, questo vale per tutte le categorie e, se rapportato al mondo culturale e artistico, bisogna sempre avere la consapevolezza che i fallimenti, i giudizi, gli insuccessi sono all'ordine del giorno.
In fondo, anche un anno solare composto da 365 giorni può essere ricordato per una manciata di giorni al top, e tutti gli altri sono da buttare? No! Sono importanti per raggiungere proprio QUEI giorni.
Il mondo esterno è pronto sempre al giudizio, anime fragili si auto incutono paura e terrore nel doverlo affrontare, manca il coraggio, manca la fiducia, eppure sono malati di paura con tante cose da dire.
Nel mondo dell'arte si affrontano squali peggiori rispetto a quello messo sotto formalina da Damien Hirst, si può essere osannati e demoliti tutto nello stesso giorno, tacciati di copiare, citare, essere troppo creativi o troppo poco, troppo visibili o fantasmi dimenticati, così come la produzione artistica che può risultare ampia o striminzita. Allora qual è la giusta misura? Chiudo lo studio, serro la porta di casa, rimango a stordirmi di Netflix, Amazon e social network e vivo protetto nel mio mondo, è questo il pensiero di chi non affronta le paure?
Ci sarà sempre una caduta, un pianto, una delusione, ma anche un sorriso e una svolta nelle cose, mai porre pressione a se stessi né lasciarsi condizionare da un mondo che ci vuole standardizzati e perfetti, ma in fondo abbiamo tutti lo stesso difetto di fabbrica: siamo umani, portatori di emozioni e intrisi di dubbi e errori.
Chi critica lo farà in ogni caso, non si è mai attenti abbastanza ad accontentare tutti, ma non è neppure giusto farlo! Ci vuole pazienza, coraggio, audacia, un po' di incoscienza e soprattutto mai chiedere l'impossibile, passo a passo si percorrono le strade, ogni inciampo insegna qualcosa.
Non è facile vivere in un mondo che chiede sempre di più, non è semplice fare l'artista, ci sarà in ogni caso qualcuno più bravo e preparato di te, ma questo deve essere uno stimolo a migliorarsi, non a rinchiudersi.
I giudizi fanno male, ma non usare un talento o relegarlo in angolo per dimenticare tutto chiude in questo modo non solo la porta della camera, dove l'Hikikomori si rifugia, ma anche le menti e l'anima, quindi? Quindi si spalanchino le finestre e si respiri nuovamente, con la pazienza dovuta, la fiducia e la giusta dose di paura.
Si tema il giudizio e la critica, ma non ci intimorisca nel riprovare e di ammettere di essere bravi anche a commettere uno o più sbagli.

Massimiliano Sabbion
 

Wednesday, November 28, 2018

Il coraggio di avanzare. Dal boom economico al crollo dell'audacia


 
Si parla sempre più spesso di salvaguardia del patrimonio culturale, a volte con la paura di perdere la propria identità storica e la propria cultura d'origine. È bello che ci sia un interesse così radicato e sentito dalla gente per il territorio e il passato anche se spesso molte scelte su come gestire questo patrimonio è più che mai discutibile.
È una tendenza, quella della difesa del ricordo storico di appartenenza, che sfocia un po' in tutta Italia: si passa dalla sagra di paese con tanto di improbabile ricostruzione di palio e sfilata di costumi d'epoca in luoghi dove né i mestieri rappresentati né i costumi e personaggi proposti risultano corretti, ma tant'è, per la popolazione e i numeri che parlano in bilancio serve la quantità e non la qualità; si passa poi ad eventi culturali poco azzeccati e consoni che si discostano da quel valore di ricerca e meritocrazia che poco si sposano con l'apertura di mostre fatte e dedicate a lavoretti che si avvicinano al bricolage, al teatro amatoriale e vernacolare, alle cover band.
Certo, lo spazio va dato a tutti perché è giusto dare opportunità alla creatività e alle idee, ma non a discapito della qualità!
Bisognerebbe avere il coraggio anche di andare controtendenza e dire "no" a tante esperienze che portano la distinzione poco differente dalla sagra della salsiccia all'evento degno di nota.
Giusto che siti, musei, centri culturali si aprano al pubblico, corretto che ci sia una visione d'insieme e un nuovo occhio indagatore coi tempi che cambiano, meno giusto invece non valorizzare gli spazi e i punti di ritrovo che scadono nelle proposte presenti e sminuiscono il lavoro di chi cerca di farlo in maniera professionale.
È un peccato vedere come certi spazi diventino una sorta di centro commerciale ex novo dove ci sono più e più proposte rivolte indifferentemente a tutti, senza un minimo di voglia di partecipazione e di voler educare le persone a imparare a guardare più che a compiacere lo sguardo per passar oltre.
Dove sta la colpa? Forse nella domanda e nell'offerta, nella voglia di dover ad ogni modo e costo giustificare il perché delle cose fatte con tanto di rendiconto alla mano, numeri che devono superare le aspettative, pubblicazioni e mass media all'attacco, ma tutto questo è poi sempre sinonimo di cose buone e giuste? Le amministrazioni e le istituzioni giostrano come possono le risorse e le persone e combattono ogni giorno contro i canali burocratici, i mai-contenti-per-quanto-tu-faccia, il si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio e, soprattutto, il confronto alle spalle con un passato che non torna più.
Tutto è cambiato, l'adeguamento alle trasformazioni spesso non è stato di pari passo alle aspettative, in un Paese che aveva voglia di ricominciare e ricostruire da zero dopo la Seconda Guerra Mondiale non scordando (quasi sempre) la storia gloriosa si è arrivati alla ricomposizione di un'identità attraverso scuole di pensiero, libertà d'espressione, grandi opere e costruzioni che hanno portato ad una crescita e alla definizione di "boom economico" negli anni Sessanta del Novecento.
A distanza di così tanti decenni cosa è rimasto? Le istituzioni si sono incartate tra uffici, burocrati, leggi e consensi da ottenere, grandi opere non ce ne sono più e al massimo si costruiscono giganti dai piedi d'argilla, crollano i ponti e gli edifici simbolo di una ripresa e di una voglia di ritornare a vivere, la terra trema e si scuotono le menti, ma tutto rimane in perenne stallo, al massimo si consuma tutto piano piano, fino a dimenticare.
Quando non si trovano soluzioni, si procede con i tagli: via i fondi alla cultura, meno opere rivolte alla collettività, ricerca sempre più inconsistente ed esigua, precariato ideologico, è in atto un sobbollire di malcontento e voglia comunque di andare avanti, di sperare che tutto il percorso fatto nei secoli precedenti non si dissolva come nebbia al sole in poco tempo.
Spesso gli artisti sono costretti a reinventarsi il lavoro dipingendo ad esempio muri di pizzerie o confezionando bomboniere, gli scrittori e poeti sono ingaggiati per biglietti d'auguri e sterili necrologi, i musicisti si ritrovano a far pianobar d'accompagnamento a qualche festa di matrimonio.
Esistevano il mecenatismo, la meritocrazia, lo Stato e la voglia di non arrendersi alle difficoltà, con sempre in corso nuove opportunità e sperimentazioni, esisteva il coraggio che, oggi, sembra mancare.
E così ci si abbandona alla noia e alla stanchezza vista e trita, ci si arrangerà con la sagra della salsiccia, con i lavoretti del signor qualunque, le stonature in concerto, con le sfilate in costume, ma ci si adatterà mai a non lottare abbastanza per un'idea e per la cultura? Credo e spero di no, mai.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 20, 2018

Giotto è una spremuta di arancia rossa. Il silenzio si fa ricordo


 
Il silenzio è fatto di tanti piccoli rumori, il silenzio della creazione è circondato dal ronzio di sottofondo del pc e dai battiti delle dita sulla tastiera, da una musica che proviene da qualche autoradio di un'auto che passa, dal vociare dei bambini che giocano a calcio lungo la strada del quartiere, dai propri pensieri che frullano in testa.
Il silenzio quindi è la base delle idee che nascono in mezzo ai rumori del quotidiano, anche quando si cerca l'isolamento da una voce e in un momento quella voce ritorna nella testa più viva e reale che mai, basta un ricordo a farla riaffiorare, un profumo, un'immagine.
Se ci si sofferma un po', si ripensa a ritroso a quanti silenzi hanno circondato la nostra vita, a quanti déjà vu vissuti e a quali sensazioni legate si sono formate nel cuore e nella testa, ci rimane il ricordo di ciò che si è visto e vissuto.
Mi torna in mente la mia prima gita scolastica alle elementari, la visita a Padova alla Cappella degli Scrovegni di Giotto, qui rimasi affascinato dai colori e dalla sensazione di essere così piccolo davanti a tanta bellezza che ancora non capivo del tutto bene poiché per me "Giotto" finora era associato alla marca della scatola delle mie matite colorate dove era raffigurato un pastorello che disegnava una pecora su sasso mentre in piedi un signore lo osservava interessato.
Ricordo ancora la paura provata di fronte alla raffigurazione dell'Inferno del Giudizio Universale con il diavolo a tre bocche che si mangiava le anime, quella rappresentazione mi rimase impressa sulla pelle con un brivido lungo lungo.
L'immagine di Giotto è sempre rimasta in me presente associata alla sensazione del colore rosso, un rosso come la spremuta d'arancia che mi era stata preparata dalla mamma la mattina da portare nello zainetto per la merenda in gita insieme al panino col prosciutto cotto.
Per me Giotto ha quindi il sapore e il colore delle arance Tarocco in un freddo mattino di marzo di tanti anni fa.
Il silenzio reverenziale della visione degli affreschi di Giotto visto con gli occhi di un bambino era poi accompagnato da altro: spesso interrotto dalle voci dei compagni, dagli altri turisti che parlavano altre lingue, dalla maestra che sussurrava la spiegazione di ciò che si stava vedendo.
Il ricordo con gli anni si è fatto dolce e ovattato, un po' di tenerezza lo ha preservato negli anni e piano piano si è fatto silenzio da custodire e tirar fuori quando lo ripenso.
La mia personale esperienza è forse simile a mille altre esperienze di persone di fronte alle opere d'arte, davanti al silenzio che si interpone tra ciò che si vede e ciò che si sente, potremo definire tra ciò che è impressione e ciò che è sensazione ed espressione.
Se ogni lettore ora ha scorso tra le righe e rivissuto un mio ricordo, di sicuro ha poi ripensato, nel suo intimo silenzio, ad una sensazione forse simile alla mia, magari legata ad una persona, ad una città, ad un selfie fatto per suggellare quel preciso istante.
Magari il pensiero è andato ad una sola opera d'arte da cui si insinuano le più recondite percezioni e stupori vissuti e allora si arriva ad usare il prezioso bene del tempo che costringe a fermare l'uomo e a pensare, a ritrovare il suo silenzio e soprattutto ad ascoltare, ad ascoltarsi.
Può un'opera d'arte far uscire determinate sensazioni? Credo di si, staccando la spina paradossalmente ci si ricarica e nel silenzio si osservano i ricordi, si accarezzano con lo sguardo i colori che hanno dato vita alle forme, ci si sofferma al risultato, magari si studia il perché nei materiali impiegati o nella tecnica o semplicemente ci si lascia andare al solo pensiero che ciò che si sta vedendo è solamente bello, piace.
E infine chi è per il sottoscritto Giotto? Un artista? L'inizio di tutto? Un ricordo? Una sensazione silente? So come posso definirlo: Giotto di sicuro è una spremuta di arancia rossa che pizzica in gola e solletica il naso con la sua acidità dolciastra, rinfresca un souvenir del passato, rinfranca il proprio presente.
Ad ognuno il suo silenzio, il suo ricordo, il suo colore.
Un augurio a tutti: buona (ri)visione.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 13, 2018

Cinesate in arte: oltre il trash e il kitsch!


 
Perché ci piace l'arte? Perché ogni giorno si cerca di circondare lo sguardo con cose piacevoli e che suscitino piacere ed emozione? Perché il fascino di forme e colori è così importante nella nostra vita?
Da quando l'uomo è nato, esistono il gusto e il piacere per il bello soggettivo ed oggettivo: ciò che piace è il risultato di un insieme di formulazioni dettate dalla società, dalla cultura, dal momento storico.
Non tutto passa attraverso il piacere della visione, molto spesso le formulazioni proposte non sono per niente semplici da comprendere così come tutto quello che è presentato al pubblico può essere poi definito arte. Il mondo contemporaneo ha coniato i termini di trash e kitsch per identificare come le cose meno piacevoli alla vista diventano spesso un formulario di vera e ridicola bruttezza tanto da diventare belle agli occhi di chi le guarda.
Nell'immaginario collettivo presente la produzione di oggetti più o meno necessari, o meglio, dati da una qualsiasi formula di utilità sommata ad una bellezza estetica discutibile vengono definiti "cinesate", perché prodotte a basso costo, spesso con materiali scadenti, al limite del kitsch dai mercati orientali.
Ci si imbatte nei negozi o molto spesso nel mercato online in improbabili decorazioni per la casa difficili da definire se sono sculture o pitture: quadri dai colori flou e con movimenti meccanici, ritratti di santi e vip del momento, sculture di plastica dai soggetti indecifrabili, operazioni tra il serio e il faceto brutte come immagini e brutte, se si vuol pensarlo così, come scherzi o giocattoli.
Opere spazzatura che occupano il tempo della risata o delle domande del perché siano state prodotte e quale sia il loro senso, lucine e plastica, colori sintetici e materiali spesso tossici fanno da corollario al tutto.
Cinesate, trash e kitsch sono il prodotto della società moderna, risultato di un consumismo dilagante e spesso inutile, si è oltre all'espressione rituale della Pop Art, tutto questo è l'effetto di un'epoca che è carente di cultura e gusto dove si trattano i capolavori come soprammobili e le bomboniere in silver plated o ceramica del matrimonio del cugino di secondo grado come reliquie preziose: manca spesso la distinzione tra bello e brutto!
Artisti contemporanei come Jeff Koons, Takashi Murakami, Corrado Bonami, Damien Hirst, Maurizio Cattelan, Luigi Ontani, artisti tra i tanti che si possono definire eredi del Concettualismo di Marcel Duchamp e dei Nouveaux Rèalistes con opere che spesso hanno fatto discutere sia per gusto etico che estetico.
Le loro opere "copiano" ciò che possiamo considerare come critica al mondo odierno che, sobbarcato di immagini e ubriaco di creatività e idee, spesso implode in una corsa continua senza mai arrivare ad un traguardo.
Dilagano le immagini in maniera globale e immediata tra video e social network, tutto e subito a portata di click o touch screen, è logico quindi pensare che la diffusione e la creazione di un'idea si trovi spesso ad essere usata, modificata e riformulata in altre immagini e creazioni.
La diffusione delle tematiche e delle idee ha bisogno di un bene prezioso che ormai sempre considerato superfluo: il tempo. Si brucia tutto e subito senza avere l'aspettativa di una attesa e della pazienza di inglobare i pensieri per poi farli propri ed esplicarli.
Nel 1527 il Sacco di Roma portò alla diaspora degli artisti in tutta Italia e con essi il loro linguaggio che fu così diffuso e recepito nelle scuole artistiche locali riuscendo a comprendere e formulare temi, forme e colori che dilagarono a macchia d'olio fondendosi spesso con i linguaggi nativi, per far questo però fu necessario il passaggio di anni e di sedimentazioni temporali.
Il tempo, importante e sconosciuto valore nel mondo contemporaneo, dove istantaneità e tempestività sono diventati gli unici fattori che contano a discapito della pazienza e della calma e, soprattutto, dell'attesa.
Non importa che si tratti di un'opera d'arte, una canzone, una frase, un pensiero, tutto è preso e gettato nel calderone mediatico dell'immediatezza che, a ben vedere, ha i suoi lati positivi, ma a volte si è bisognosi di frenare gli entusiasmi e fermare questo momento perché non si può sempre procedere di corsa, bisogna anche sostare e respirare, poi? Poi si riparte, forse più forti e decisi di prima, magari senza produrre opere e pensieri poco utili, quindi pronti al via senza trash, senza kitsch, senza cinesate.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, November 6, 2018

Arte, inutile arte! L'importanza di non abbandonarsi ai luoghi comuni


 
"Io di arte non ne capisco niente!", una frase lapidaria per mettere le mani avanti e nel contempo eliminare completamente l'aspetto legato alla cultura e al sapere storico che ci ha condotto fino ad oggi, fino al mondo contemporaneo.
È più facile trincerarsi dietro una parvenza di ignoranza che colmare le lacune, perché poi la frase sopracitata è sempre successivamente accompagnata come scusante su quello che non si sa?
"Però se mi chiedi dell'ultima edizione del GF so tutto!", "A scuola non abbiamo fatto arte", "Comunque ho letto l'ultimo libro di "Cinquanta sfumature" e?", "Ci sono cose più importanti da sapere dell'arte…"
Affermazioni alle quali vien subito voglia di rispondere a tono: ah non hai fatto arte a scuola, però manco il GF è materia scolastica eppure conosci tutti i retroscena; leggere un libro di moda non significa aver letto un libro; certo, concordo, ci sono cose più importanti dell'arte, ma questo non ti esula a mettere la testa sotto la sabbia e far finta che non esistano anche altri mondi da scoprire.
Il fatto è che conoscere presuppone ricerca e la ricerca è faticosa da affrontare, si tratta di sforzi mentali che bisogna sfidare, spesso mettendosi a confronto con gli altri e in primis con se stessi.
L'arte è il segno visivo di ciò che distingue un momento storico, un messaggio lanciato e dato per imparare e comprendere quello che è stato, quello che è il nostro presente e quello che avverrà in futuro, è la proiezione dell'uomo nella storia.
Un meccanismo di ingranaggi per arrivare a mettere in moto il cervello, le sensazioni e le capacità di confronto senza decretare giudizi affrettati o arbitrari, ma ponderando le scelte e cercando di capire il percorso di un'opera d'arte e di un artista.
Così non vale neppure la regola del dire: "questo mi piace, questo non mi piace", il bello e il brutto nell'arte non esistono, la coscienza critica soggettiva è diversa da una realtà oggettiva, bella è la Gioconda di Leonardo da Vinci, bella è la Merda d'artista di Piero Manzoni, solo i secoli e la storia dell'arte li separano.
Se mangiare è un bisogno primario, essenziale per la sussistenza, cibarsi di cultura e di belle cose non deve essere mai considerato superfluo, perché l'uomo vive anche di altri nutrimenti, chi pensa a sostentare le emozioni e l'anima? Sono proprio loro a farlo: l'arte, la cultura, la musica, la letteratura, così poco apprezzate e mai viste come veri lavori poiché considerate forme minori e non dispensabili all'uomo.
In tempi di crisi economica e sociale, la vera ricchezza è la ricerca, è investire nei progetti e nelle soluzioni, una controtendenza tutta contemporanea rimane invece quella di apportare tagli e sminuire il lavoro di chi costruisce ponti per l'anima che deve sempre essere stimolata per tirar fuori il meglio.
Le grandi opere le compiono le persone, lo fa il coraggio di chi si mette in gioco, di chi sprona l'uomo anche con il solo pensiero che la costruzione di un amore per un'ideale o un'idea passa attraverso la fatica, i pensieri negativi di chi trova eccessivo avere arte e cultura attorno, di chi pensa che sia uno spreco spendere dei soldi per un evento culturale al posto di rifare il manto stradale, ma non si pensa che siano cose diverse che possono comunque convivere perché di entrambe si abbisogna.
La strada dissestata e con voragini, buche e ostacoli è di difficile percorribilità così come lo è la strada della cultura che deve fermare chi la attraversa per mancanza di input esterni fatti impegno, sostentamento, coraggio nel portare avanti progetti e percorsi.
"Io di arte non ne capisco niente!", già, se non si trova il rimedio e la cura alla paura e all'ignoranza che "ignora" valori e principi si finirà davvero per non capire più l'arte e il rispetto ad essa dovuto, significherà mettere la parola fine alla conoscenza umana e alla capacità creativa che sarà sempre più smorzata e relegata come punto di vergogna poiché considerata inutile.
Al peggio non c'è mai fine ma, ribaltando una situazione che può essere catastrofica, non c'è mai fine neppure, per fortuna, al coraggio di espressione e alla voglia di raccontare la fantasia che scaturisce da menti che non si fermano all'apparenza e che, nonostante impedimenti e sbagli, continuano a creare, sognare e segnare idee.
Massimiliano Sabbion
 

Tuesday, October 30, 2018

Dubbi & Paure. I giusti dosaggi per un'ottima crema


 
I dubbi e le perplessità avranno sicuramente attanagliato gli artisti del passato così come succede con quelli del presente, le domande che ognuno si pone sulle proprie capacità, sulla ricerca effettuata, sulla strada da percorrere rimangono attuali in qualsiasi stagione ed epoca.
Le paure e le ansie di Michelangelo davanti ad un blocco di marmo da scolpire, la grandezza dei muri da dipingere da parte di Andrea Mantegna, l'incertezza davanti ad una tela bianca per Jackson Pollock, le sequenza cromatiche e vibranti per Mark Rothko.
Si è sempre in bilico tra il fare bene le cose e il farle senza la convinzione necessaria che sia corretto quello che si crea. Il timore di non essere compresi, di produrre un lavoro che non ha né capo né coda, la consapevolezza di aver perso tempo prezioso, creare per poi distruggere il risultato, sono sempre percorsi vani?
Non sempre. Anzi, il valore che si va ad aggiungere al prossimo lavoro che si crea tiene sicuramente conto di eventuali errori o accorgimenti che si vanno a sommare o sottrarre a quello prodotto in precedenza. Quindi il tempo non è mai buttato, ma arriva giustappunto ad un avanzamento operativo sia dal punto di vista creativo sia da quello personale.
Un bravo pasticciere sa che per ottenere la crema giusta si devono prima di tutto conoscere gli ingredienti, poi i dosaggi e i tempi di cottura e, non sempre, il risultato è quello sperato: la crema troppo dolce, troppo salata, poco cotta, troppo liquida, troppo densa, ma i tentativi, l'esperienza, la ricerca e i consigli porteranno al prodotto finale di successo.
E tutte le prove fatte prima? Servono! Certo, servono per capire che non è mai sbagliato lo sbaglio fatto…recita il detto che "sbagliando si impara", si impara a non (ri)fare gli stessi errori, ma ad ottenere la migliore crema pasticciera, il miglior esito.
Se ci si ferma alla sola apparenza cosa resta? Un giudizio affrettato e inutilmente sterile, solo relegato a ciò che si vede, non a ciò che si sente. È importante l'impressione tanto quanto l'espressione: Lucio Fontana non è solo l'artista che "fa i tagli sulla tela", Piero Manzoni non è l'uomo che ha inscatolato la merda, Alberto Burri non è l'uomo dei sacchi lacerati, Andy Warhol non è l'artista delle Marilyn, Damien Hirst nemmeno solo colui che ha messo sotto teca e formalina uno squalo.
Per arrivare ad essere denominati artisti, per riuscire a comprendere il processo di tutte le opere e percorsi sopra citati ci si ferma alla sola sterile apparenza?
Se la risposta è "SÌ", allora il tragitto del cammino per comprendere uomo e arte può tranquillamente fermarsi alla superficialità dell'esteriorità.
Se la risposta è "NO", allora beh… proseguiamo il nostro discorso. Non ci si fissa sui luoghi comuni e alla semplificazione di ciò che si vede, si scava oltre perché lo sviluppo dell'arte e dell'arte contemporanea tutta richiede uno sforzo e una fatica acquisita nel corso dell'esperienza e del tempo.
Lucio Fontana, arriva allo squarcio non solo della tela, ma del tempo e dello spazio, crea un gesto irripetibile e lacera punti di non ritorno.
Piero Manzoni, firma ogni pezzo "prodotto" dall'artista denunciando un mercato dell'arte che vende l'anima e il risultato al miglior offerente e il tutto a peso d'oro.
Alberto Burri, le ferite della storia sono ferite dell'anima, di un uomo che ha squarciato la sua pelle e visto quella degli altri ricucendo pezzi di cui rimane comunque traccia visibile, una ferita, una cicatrice sempre aperta anche se sanata.
Andy Warhol, re dell'arte popolare che percepì come con il nome di "consumismo" si nascondessero le anime e la vendita dei corpi di star, di divinità cinematografiche, di icone collettive al pari di oggetti, ripetuti, classificati, standardizzati e comprati come zuppe o bibite esposte negli scaffali di un supermercato.
Damien Hirst, conserva quello che l'uomo sta perdendo, la natura, come oggetto prezioso, in un viaggio di non ritorno per l'uomo contemporaneo che affronta viaggi verso gli spazi infiniti distruggendo simultaneamente il proprio habitat e il proprio Io.
Da bravi pasticcieri i dosaggi si sono susseguiti fino ad ottenere l'amalgama giusta rimanendo attenti coi sensi, mescolando sapori, togliendo o aggiungendo storia, cultura, esperienza fino ad ottenere il gusto perfetto che non ha tempo dove si affrontano dubbi, difficoltà e perplessità trascorse per arrivare all'opera finale per saziare un appetito mai pago.
Massimiliano Sabbion